Hamilton, la retromarcia della discordia e dell’incoerenza

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Il rientro in pista di Hamilton ad Imola ha scatenato tifosi e addetti ai lavori sulla sua pericolosità e sulla necessità o meno di una sanzione

Più che l’incidente tra Russell e Bottas, più che la partenza aggressiva di Verstappen, a tenere banco da un paio di giorni riguardo il Gran Premio dell’Emilia Romagna è la manovra con cui Hamilton è tornato in pista dopo uno dei suoi rarissimi errori della carriera. Va da sé che quando si guida una Mercedes si è anche meno sollecitati sotto questo fronte; ma se c’è una cosa da riconoscere a Lewis è che non sbaglia praticamente mai anche rispetto al compagno.

Non pensavo che da un episodio del genere potessero scoppiare intere batterie di pentole sui social, non tanto tra comuni mortali ma addirittura tra addetti ai lavori. Da domenica sera ne sto leggendo di tutti i colori e, in alcuni casi, con gli occhi a palla perché a tratti è venuto meno anche quel tacito accordo del non parlarsi male tra colleghi.

[Su questo apro e chiudo una parentesi personale: dopo questi anni, che ormai hanno raggiunto la doppia cifra, ho ormai abbastanza chiaro il funzionamento di questo mondo dove tutti si fingono amici di tutti ma dove poi, sottobanco o dietro le spalle, le pugnalate partono abbastanza di frequente per il proprio tornaconto personale. Potrei raccontarne almeno una decina su questo tema ma non voglio esagerare nel tediare. Il mestiere del giornalista si è trasformato negli anni da quello di semplice “cronista”, mediatore tra quello che succede e chi deve venirne a conoscenza, a quello di “protagonista” dell’evento con relativa immagine elevatasi di conseguenza così come, in alcuni casi, l’ego. Sono anni che leggo pseudo CV sciorinati pubblicamente partendo dalla gavetta fino al numero di eventi seguiti per marcare implicitamente il territorio con i colleghi ed esplicitamente con chi è entrato in questo ambiente negli ultimi anni; con il fine ultimo di sminuirne le capacità senza, nella maggior parte dei casi, sapere nemmeno chi si ha di fronte. In questo ultimo periodo (e non solo in riferimento ad Imola) sto leggendo mancanze di rispetto portate in pubblico che mi lasciano abbastanza sorpreso per il metodo – visto che si parla di professionisti – ma non per l’atteggiamento in sé, perché vissute in prima persona ripetutamente anche da quelli che dovevano essere “colleghi” ma poi erano i primi a lavorare per cercare di fare terra bruciata; nonostante io fossi (e sia) uno zero di questo ambiente. Fa quindi sorridere vedere gli stracci volare pubblicamente: quanto meno si legge quello che si pensa al di là di tacite convenzioni di non belligeranza]

Torniamo alla retromarcia della discordia, come l’ho intitolata. Dico subito che alla visione della manovra di Hamilton la prima cosa che ho pensato è “ma cosa sta facendo”. Proprio per la sorpresa credo che la manovra si sarebbe potuta gestire diversamente e forse meglio, senza creare quello che a mio modo di vedere è comunque una fonte di pericolo.

Hamilton, la retromarcia della discordia e dell'incoerenza

Il movimento Pro-Lewis, giustamente, si trincera dietro alle dichiarazioni del direttore di gara Michael Masi; il quale, regolamento alla mano, ha precisato che la manovra era ammessa e che la direzione gara è rimasta soddisfatta dalla gestione della situazione via radio tra team e pilota. Se posso dire, però, è facile dare ragione al direttore di gara quando prende decisioni comode per poi rinnegarne l’autorità quando ne prende di scomode. È un modus da paraculi: viene applicato ad ogni gara sulla base della pura convenienza e per spiegarlo basta semplicemente fare un esempio: se al posto del pluricampione Hamilton o di un altro big conclamato ci fosse stato Mazepin – ne prendo uno a caso, proprio – alla luce delle sue prime uscite qualcuno gli avrebbe dato probabilmente del folle, nonostante il regolamento parli apparentemente chiaro. Quindi dire “l’ha detto il direttore di gara pertanto è legge” mi sta bene fino ad un certo punto. Perché se torniamo indietro di sette anni qualcuno fece intendere che la colpa dell’incidente di Bianchi era dello stesso pilota perché non aveva rispettato le doppie bandiere gialle, quando erano anni che le infrazioni non venivano calcolate e sanzionate adeguatamente. E non mi pare che siano stati tutti contenti, ai tempi.

Nascondersi dietro al fatto che il regolamento dia ragione a questo o quel pilota non significa che la tal regola sia effettivamente corretta per tutti i casi. Ci sono situazioni in cui non può esserci interpretabilità: se un pilota pesta la linea di uscita dai box quando riparte scatta la penalità e non possono esserci discussioni. Ma di esempi di regole cambiate dopo un evento che ne ha evidenziato delle criticità ce ne sono a iosa. Basti pensare alla pantomima che stiamo vivendo con i track limits, che proprio ad Imola hanno mostrato tutta la loro inutilità e che ad ogni gara vengono trattati in modo diverso. Oppure, per ricordare un evento in particolare, la stessa Ferrari che si lamentò della penalità allucinante a Vettel in Canada nel 2019 vide poi la vittoria confermata a Verstappen in Austria dopo la sportellata a Leclerc, in virtù di un alleggerimento di valutazione proprio di quel tipo di situazioni. Cornuti e mazziati.

Ora, che Hamilton potesse tecnicamente fare retromarcia per tornare in pista l’abbiamo capito. Sostenere però che rientrare di retro non sia una manovra che comporta un rischio mi sembra un poco esagerato. Che poi Lewis sia stato guidato dal team e si sia fermato fuori traiettoria va bene, ma ci sono almeno un paio di piloti passati per quel tratto durante la manovra; se uno dei due avesse perso il controllo della monoposto per un qualsiasi motivo centrando la Mercedes, sarei stato curioso di leggere i commenti in giro e di capire come la direzione gara avrebbe reagito.

L’incoerenza di cui parlo nel titolo nasce dal fatto che spesso vengono comminate penalità da 5 o 10 secondi, in alcuni casi Stop & Go, per infrazioni nemmeno commesse dal pilota ma dal team; in questo caso, un rientro in retro con visibilità praticamente nulla dall’abitacolo è stato “seguito” senza altre riflessioni. La regola parlerà chiaro, ma è sicuramente incoerente con altre molto più rigide per eventi meno pericolosi. Quanto meno, però, ha fatto traboccare implicitamente un vaso solitamente sigillato; e questo è uno spettacolo nello spettacolo.

Immagine: Twitter / F1

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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