Il Safari Rally Kenya 2026 si presenta con un percorso più compatto e rivisto, ma resta una delle sfide più dure e imprevedibili dell’intero Mondiale Rally
Il WRC ritrova il suo volto più selvaggio con il Safari Rally Kenya 2026, appuntamento che più di ogni altro continua a rappresentare l’essenza della sopravvivenza applicata al rally moderno. Il percorso è stato accorciato e riorganizzato per ridurre i lunghi trasferimenti, ma la durezza della gara resta assolutamente centrale in un fine settimana che si annuncia ancora selettivo e imprevedibile.
Tra nuove soluzioni logistiche, speciali modificate e tratti che continuano a mettere sotto pressione meccanica e piloti, il Safari si conferma una prova totale, nella quale servono velocità, lucidità e soprattutto capacità di evitare errori.
Toyota: si rivede Ogier! Evans e Solberg pronti a darsi battaglia!
La Casa nipponica si presenta a Navaisha sulle ali dell’entusiasmo: Toyota, da qualche gara a questa parte, non ha quasi più rivali. Solo una gara del 2025 è sfuggita loro mentre il 2026 è iniziato addirittura con una doppia tripletta prima al Monte e poi in Svezia.
Il team capitanato da Jari-Matti Latvala, potrà tornare a contare sull’esperienza e la classe del Campione del Mondo in carica, Séb Ogier che ha già trionfato due volte sugli sterrati del Kenya. Il transalpino è chiamato a riscattare il “deludente” terzo posto al Monte al termine di una gara piuttosto anonima nonostante il podio ottenuto.
Dall’altra parte del box Toyota, i due protagonisti dei primi due eventi del 2026. Elfyn Evans ed Oliver Solberg.
Il gallese è reduce da una super prestazione al Rally di Svezia culminata con la vittoria assoluta ed un weekend quasi perfetto in virtù del successo maturato anche nella classifica domenicale e del secondo posto nella Power Stage. Un bottino di punti tale da permettergli di balzare in testa alla classifica iridata, capitalizzando al meglio il piccolo passo falso di Oliver Solberg nella gara di casa.

Proprio lo svedese, mattatore assoluto della prima uscita stagione a Monte-Carlo è incappato in weekend poco felice sui ghiacci nordici: dopo aver preso la testa della gara dopo il Prologo del giovedì sera ad Umea, Solberg ha patito un’escursione fuori strada con annessa foratura nel processo che lo ha, nei fatti estromesso anzitempo dalla lotta per il successo finale.
Il rapporto di Oliver con il Safari è travagliato: l’anno scorso, infatti, mentre era al comando in classe WRC2, rimaneva introppolato nel fesh-fesh keniota, con la sua Skoda rimasta incastrata su un crinale di sabbia. Inutile dire che gli avvenimenti del 2025 saranno il principale stimolo di rivalsa del giovane pilota svedese.
Toyota può contare anche su carte meno scontate ma tutt’altro che secondarie. Tra queste c’è Takamoto Katsuta, che in Svezia è arrivato a un passo dal successo, confermando di avere un passo ormai credibile anche nelle posizioni di vertice. Il Safari è inoltre una gara che storicamente gli si addice, come dimostrano i risultati ottenuti in passato su queste strade.
In un rally dove imprevisti, forature e problemi meccanici possono ribaltare la classifica in ogni momento, il giapponese potrebbe ritrovarsi nella posizione ideale per inserirsi nella lotta più pesante. Per riuscirci, però, dovrà evitare passaggi a vuoto e costruire il weekend con grande lucidità fin dalle prime speciali.
Un discorso simile vale per Sami Pajari, che continua a mandare segnali interessanti. In Arabia Saudita, lo scorso anno, aveva già lasciato intuire di saper reggere contesti duri e logoranti, mentre il podio ottenuto in Svezia ne ha rafforzato ulteriormente la credibilità. In Kenya potrebbe presentarsi come una variabile scomoda per tutti, soprattutto se davanti dovessero aprirsi spazi inattesi.

Il suo margine, però, resta legato alla capacità di entrare subito nella gara con il giusto ritmo, perché al Safari rincorrere è spesso più complicato che altrove. Se vuole trasformarsi da possibile outsider a candidato concreto per qualcosa di grosso, dovrà farsi trovare pronto immediatamente.
Hyundai: altra livrea speciale e tanto da farsi perdonare
Hyundai, invece, arriva all’appuntamento africano senza attraversare il periodo più brillante della propria stagione, ma con la consapevolezza che il Safari, per sua natura, può riaprire giochi che altrove sembrano più chiusi. La casa coreana spera di sfruttare proprio la tradizionale durezza del Kenya, dove l’affidabilità pesa almeno quanto la velocità.
Il paradosso, però, è che negli ultimi anni sia stata spesso proprio la i20 N Rally1 a pagare dazio su questo terreno, tra noie tecniche e guasti emersi nei momenti meno opportuni. In un contesto del genere, Hyundai non può limitarsi ad aspettare errori altrui: dovrà prima di tutto dimostrare di saper resistere alla gara.
Tra i tre piloti del team, quello messo meglio in classifica è Adrien Fourmaux, che continua a massimizzare il materiale a disposizione con una continuità che, al momento, rappresenta una delle poche vere certezze interne. Il francese sta cercando di tenere viva la competitività della vettura e, pur in un contesto non ideale, riesce comunque a raccogliere punti con buona regolarità.
È chiaro che non possa essere soddisfatto dell’attuale situazione tecnica, ma in questa fase della stagione l’obiettivo è ottenere il massimo possibile in attesa di eventuali progressi che, vista la fase finale del ciclo regolamentare, potrebbero non essere così marcati. In Kenya, peraltro, Fourmaux ha già saputo salire sul podio, e il suo profilo da pilota ordinato e costante può avere un peso notevole.
Più delicato il momento di Thierry Neuville, ancora a secco di podi in una fase iniziale di campionato che per lui ha già il sapore dell’anomalia. Era dal 2017 che il belga non mancava il podio né a Monte-Carlo né in Svezia, un dato che fotografa bene le difficoltà attuali, personali e di squadra. Lo stesso Neuville ha ammesso che la direzione tecnica intrapresa non sta dando i frutti sperati, nonostante il lavoro continuo sui setup. In Kenya, quindi, il suo orizzonte appare più pragmatico che ambizioso: limitare i danni, mettere insieme un bottino utile e provare a restare agganciato alle posizioni che contano. Più che inseguire proclami, dovrà ritrovare solidità.
C’è poi Esapekka Lappi, che torna in azione in Kenya dopo lo stop svedese, con una posizione mentale forse diversa rispetto al passato. Il finlandese corre oggi soprattutto per contribuire al risultato collettivo della squadra, senza il peso di dover difendere a tutti i costi il proprio futuro personale.
Una condizione che, da un lato, può alleggerirlo e renderlo più libero nell’interpretazione della gara; dall’altro, può anche spingerlo ad assumersi qualche rischio in più. In un rally come il Safari, dove chi pensa al campionato tende a muoversi con margini più conservativi, questa impostazione potrebbe perfino trasformarsi in un vantaggio. Resta comunque una priorità non negoziabile: portare la vettura al traguardo e contribuire al punteggio costruttori.
Hyundai Motorsport si presenta al Safari Rally Kenya con una fiducia ragionata: la i20 N Rally1 “Evo”, al debutto sulle speciali africane dopo la scelta conservativa del 2025, deve dimostrare di poter reggere una gara che non perdona errori né fragilità.

Il Kenya, con fondi rotti, pietre e compressioni, è prima di tutto un esame di sopravvivenza, e la squadra arriva con memoria fresca di un 2025 agrodolce – doppio podio con Tänak e Neuville, ma Fourmaux fuori dai giochi per un guasto elettrico dopo la prima speciale. Per colmare un avvio di 2026 non brillante, Hyundai ha spinto sulla preparazione: 10 giorni di test dopo la Svezia tra Rally1 e Rally2 su sterrato duro e asfalto, in vista non solo del Safari ma anche dei successivi appuntamenti su catrame.
Andrew Wheatley parla di “passi molto buoni” e di un lavoro che punta a ridurre ciò che “costa tempo” in gara, sottolineando la priorità assoluta dell’evento: affidabilità ed efficienza del pacchetto. E anche se l’Evo, paradossalmente, era nata pensando a asfalto e sterrati veloci, le vittorie 2025 in Grecia e in Arabia Saudita la rendono credibile sul duro.
Il test “super rough” seguito da Wheatley ha rafforzato la convinzione: tre giorni di botte, vettura ancora integra, piloti che continuano a spingere. Resta l’ultima variabile che decide spesso il Safari: il meteo, perché tra Kenya asciutto e Kenya bagnato cambia tutto, e a quel punto serve anche una dose di fortuna.
Per l’occasione, il team coreano, con base operativa ad Alzenau, sfoggerà nuovamente una livrea speciale – come già accaduto al Monte – creata ad-hoc per la trasferta keniota.


M-Sport: dove la performance conta meno si può sognare
Per M-Sport, invece, il quadro è differente e gli obiettivi sono inevitabilmente più misurati. La struttura britannica si presenta in Kenya con l’idea di capitalizzare soprattutto sul terreno della zona punti, approfittando dell’elevata probabilità di colpi di scena che tradizionalmente accompagna il Safari. In quest’ottica, Josh McErlean sembra avere le carte migliori, anche perché ha già esperienza su queste strade e conosce meglio di altri le trappole del contesto africano. Se saprà evitare errori e mantenere un passo regolare, potrebbe ritrovarsi nelle condizioni giuste per risalire la classifica man mano che il rally selezionerà i superstiti.
Più complesso il compito di Jon Armstrong, chiamato a confrontarsi da esordiente con una delle tappe più insidiose dell’intero calendario. Il talento non manca e le ultime apparizioni hanno mostrato segnali incoraggianti, ma in Kenya serve soprattutto disciplina, lettura del terreno e capacità di imparare in fretta senza oltrepassare il limite. In un rally del genere, per un rookie, il vero successo passa innanzitutto dalla gestione. Portare la macchina in fondo, accumulare chilometri e costruire esperienza speciale dopo speciale sarebbe già un risultato pienamente sensato, forse persino più importante del piazzamento in sé.

Toyota padrona del Safari nell’era moderna
C’è un dato che racconta meglio di qualunque slogan il peso specifico di Toyota al Safari Rally Kenya nell’era moderna del WRC: dal ritorno della gara africana nel calendario mondiale, nessun altro costruttore è riuscito a interromperne il dominio. Dal successo di Sébastien Ogier nel 2021 si è passati a quello di Kalle Rovanperä nel 2022, prima del nuovo affondo del francese nel 2023, del bis del finlandese nel 2024 e della vittoria di Elfyn Evans nel 2025.
La continuità dei risultati non è casuale, perché in Kenya non basta avere velocità pura, ma servono robustezza meccanica, capacità di leggere il terreno e sangue freddo nella gestione di una gara che resta tra le più selettive del mondiale.
Proprio per questo la sequenza costruita dal marchio giapponese assume ancora più valore: vincere una volta può essere un’impresa, farlo per cinque edizioni consecutive significa invece aver interpretato meglio di tutti l’essenza del Safari. Ora la domanda è inevitabile: nel 2026 Toyota riuscirà davvero a fare sei su sei?
WRC2: parterre di piloti stellare
Nel WRC-2 il Safari 2026 ritrova nomi di peso e aggiunge ulteriore interesse a una categoria che si preannuncia molto combattuta. Il rientro più importante è quello di Andreas Mikkelsen, che torna al volante della Škoda Fabia di Toksport per dare il via alla propria campagna iridata nella categoria cadetta. Il norvegese, già due volte campione del mondo di classe, ritrova la struttura con cui ha costruito una parte significativa del proprio percorso recente, e lo fa con il duplice obiettivo di essere subito competitivo e di rilanciare la propria candidatura in vista del futuro.

Anche Gus Greensmith sceglie il Kenya per inaugurare la sua stagione, ma lo fa con una novità tecnica rilevante: il passaggio dalla Škoda alla Toyota Yaris. L’inglese è convinto che il nuovo pacchetto possa consentirgli un ulteriore salto di qualità, e sulla carta la fiducia non appare fuori luogo, considerando il livello espresso dalla vettura giapponese nelle ultime stagioni. Da capire ci sarà piuttosto quanto rapidamente riuscirà a trovare piena sintonia con il mezzo in un contesto severo come il Safari, dove il feeling non può permettersi tempi lunghi.
Accanto a Mikkelsen, Toksport schiererà anche Robert Virves, pronto ad avviare il proprio 2026, mentre M-Sport si affida al connazionale Romet Jürgenson. Il gruppo comprende inoltre Daniel Chwist e Diego Domínguez, oltre alla consueta pattuglia di piloti locali che al Safari aggiunge sempre un livello ulteriore di conoscenza del territorio e imprevedibilità. Nomi come Carl Tundo, Karan Patel e Samman Singh Vohra contribuiscono a dare profondità a un elenco iscritti che, soprattutto nella seconda categoria, promette di rendere il weekend particolarmente interessante anche oltre la lotta assoluta.
WRC SAFARI RALLY KENYA 2026 – FIA WRC ROUND 3/14 – 11-15 MARZO 2026

Il percorso: più corto e pungente
Giovedì
Il Safari Rally Kenya 2026 si presenta con una filosofia diversa rispetto alle ultime edizioni: un percorso più compatto, meno dispersivo dal punto di vista logistico, ma non per questo più tenero con equipaggi e vetture. La scelta di eliminare la partenza cerimoniale di Nairobi e la SSS di Kasarani va letta proprio in questa direzione, perché l’intento è ridurre i trasferimenti più lunghi e concentrare l’azione attorno a Naivasha, togliendo peso alle parentesi spettacolari ma meno incisive sul piano sportivo.
Il dato che sintetizza meglio questa impostazione è quello dei 350,84 chilometri cronometrati, cifra che rende il Safari 2026 la versione più corta della gara dal 2021. La compattezza, però, non equivale a una perdita di identità, perché il terreno kenyano continua a imporre rispetto assoluto, gestione del rischio e capacità di leggere il fondo come poche altre tappe del Mondiale.
La prima novità concreta è lo shakedown di Nawisa, assolutamente inedito e ricavato quasi di fronte al service park. È un tratto breve, ma già molto indicativo della natura del rally, perché si apre con una risalita su strada mediamente larga, sabbiosa e sconnessa, prima di infilarsi in una cava dal fondale roccioso che richiama quasi scenari da rally raid o addirittura da deserto saudita.
Dopo questo passaggio, il percorso alterna allunghi veloci, curve più chiuse, carreggiate molto strette e punti fortemente ondulati, con variazioni di grip che costringeranno i piloti a cercare subito un compromesso tra aggressività e protezione della meccanica. È una speciale da test, ma non da prendere alla leggera, perché già qui sospensioni, altezza da terra e sensibilità del pilota nel filtrare i colpi avranno un ruolo chiave.

Il rally vero e proprio comincia poi con Camp Moran, che nel 2026 torna ad aprire le ostilità ma in versione accorciata di circa cinque chilometri rispetto allo scorso anno. Il taglio nella parte finale non ne cambia la sostanza, perché resta una delle porzioni più severe dell’itinerario. L’avvio è su un sentiero strettissimo, scavato, pieno di buche, avvallamenti e pietre, poi il tracciato si sviluppa attorno alla montagna con un’alternanza brutale tra allunghi velocissimi e settori lenti, tortuosi e rocciosi.
Alcuni passaggi presentano compressioni, saliscendi e sequenze tanto sconnesse da mettere a dura prova gomme e sospensioni più della ricerca del tempo puro. Non è un caso che nel 2025 Oliver Solberg vi sia rimasto bloccato nel fesh-fesh al secondo passaggio: un episodio che spiega bene come, anche accorciata, questa frazione resti una lama pronta a colpire chi forza oltre il limite.
Subito dopo arriva Mzabibu, confermata nella sostanza ma modificata con un nuovo finale che rende l’ultimo tratto più sinuoso e costruito su curve lunghe, modificando il ritmo rispetto al 2025. Inserita nei vigneti di Morendat Farm, questa porzione ha un carattere meno spettacolare in apparenza, ma molto tecnico e insidioso.
I primi chilometri scorrono su piste strette tra alberi bassi, cespugli e strade agricole dove il fondo può cambiare rapidamente, come dimostrò nel 2025 il tratto pieno di fango e pozze tra il km 2,4 e il 2,9. Seguono allunghi rapidi su carreggiate minuscole con erba al centro, quindi un settore più lento e ruvido e una chiusura su strade di servizio dei campi, irregolari e sporche. Qui Takamoto Katsuta finì largo sfiorando attrezzature agricole lo scorso anno, segnale chiaro di quanto serva precisione assoluta anche dove la velocità non sembra elevatissima.
Venerdì
Il venerdì rappresenta la giornata più corposa del rally con 136 chilometri cronometrati, ed è qui che emerge davvero il senso del nuovo Safari: meno dispersione, ma una densità di insidie altissima. Loldia diventa la frazione più lunga dell’intero evento grazie a un’estensione rispetto alla passata edizione, e la sua evoluzione la rende ancora più completa.
Dopo un avvio fatto di rettilinei e incroci su strade di larghezza variabile, il tracciato entra in una fase lenta, stretta e in salita, quindi si inoltra in un settore nuovo dentro la foresta, ruvido, pietroso e severo, che porta fino ai 2600 metri di altitudine prima di cominciare la discesa. Questa combinazione di quota, fondo spezzato e cambi di ritmo crea una prova estremamente selettiva, dove si rischia di pagare a caro prezzo ogni eccesso di fiducia. I precedenti parlano chiaro: qui Grégoire Munster ha rotto una sospensione nel 2025, mentre Thierry Neuville perse la leadership nel 2021 per un danno simile.
La mitica ed unica PS Kengen-Geothermal resta invece invariata rispetto al 2025, ma ciò non significa che sia una parentesi interlocutoria. Il suo valore sta proprio nell’essere una quantità nota dentro un rally che cambia parecchio, pur mantenendo un’identità ambigua e sfaccettata. L’inizio è su una strada stretta e ondulata, poi la carreggiata si allarga e diventa più scorrevole, prima di una sequenza di tre creste che costringe a tenere la vettura composta.
Da lì in poi si susseguono curve di media velocità e alcuni punti molto rovinati, soprattutto attorno al quarto chilometro, seguiti da una fase più stretta e aggressiva sul piano meccanico. Nel finale, invece, il fondo si fa più pulito, con curve appoggiate e tratti veloci che ricordano quasi Messico o Acropolis più che il Safari tradizionale. È un banco di prova che sembra respirabile, ma che in realtà impone una continua rilettura del ritmo e del grip.
Molto più marcata è la trasformazione di Kedong, che nel 2026 viene proposta con una sezione iniziale nuova e una deviazione a metà, tanto che oltre metà del percorso è inedita rispetto allo scorso anno. La vecchia immagine della speciale dominata dal fesh-fesh appartiene ormai al passato, mentre oggi prevale una configurazione violentemente rapida e sconnessa. La partenza è su una strada stretta da affrontare quasi in pieno, con una chicane al km 2,3, poi il terreno si fa subito duro, pietroso e costellato di avvallamenti.
Segue un lunghissimo rettilineo irregolare che comprende il grande salto di Miti Mbili, più altri dossi e compressioni che mandano spesso le vetture a fondo corsa. Lo scorso anno fu la prova più veloce del rally con una media di 123 km/h, e il pericolo resta identico: si entra nella tentazione di attaccare, ma basta un sasso fuori linea o una compressione letta male per compromettere cerchi, gomme o sospensioni.
Sabato
Il sabato propone due giri di tre frazioni percorse in ordine invertito rispetto al 2025, e conferma che l’obiettivo del Safari 2026 non è essere lungo per tradizione, ma efficace nella selezione. Soysambu viene affrontata al contrario con una configurazione vicina a quella del 2024 e con la rimozione di una sezione rocciosa particolarmente ruvida. Il risultato è un settore che parte in campo aperto su piste strette con erba nel mezzo, poi si allunga in una serie di rettilinei molto rapidi, curve ampie e incroci che impongono costante attenzione alla traiettoria.
Dopo una parte centrale ad alta velocità, il tracciato entra nel bosco e si fa più mosso, con fondo irregolare, possibili tratti d’acqua e un passaggio di fesh-fesh attorno al km 19,5, prima di una chiusura più lenta e serpeggiante. È una combinazione instabile e ingannevole, e non stupisce che qui Gus Greensmith si sia ribaltato nel 2022 e Munster abbia rotto una sospensione nel 2024.
Anche Elmenteita cambia direzione rispetto allo scorso anno e introduce alcuni tratti completamente nuovi, aperti appositamente per questa edizione. La base tecnica, però, resta coerente con il sabato kenyano: grandi spazi, carreggiate strette, fondo erboso al centro e velocità elevata che si scontra con un livello di sconnesso tutt’altro che banale.
L’inizio è molto rapido, con un lunghissimo rettilineo fortemente ondulato al km 3,37, poi arrivano altri allunghi e piccoli incroci in successione, finché il fondo non peggiora sensibilmente attorno all’8,4. Dopo un bivio, la strada si fa più scorrevole nei pressi del lago Elmenteita, ma la tregua dura poco, perché l’ingresso nel bosco riporta un contesto più ruvido e sinuoso. Anche nella parte finale la situazione non si stabilizza mai davvero, con alternanza di strade leggermente più larghe, dossi, compressioni e continui cambi di ritmo che mettono alla prova concentrazione e gestione delle gomme.
Tra le immagini simbolo del Safari contemporaneo c’è inevitabilmente Sleeping Warrior, che nel 2026 viene ulteriormente accorciata fino a 18,49 chilometri, con la rimozione di alcuni tratti iniziali e soprattutto del finale più devastato del 2025. Il nome resta iconico, perché il percorso continua a svilupparsi attorno alla montagna che ricorda il profilo di un guerriero masai sdraiato, ma la sua nuova configurazione punta a concentrare l’essenza della speciale in una distanza più ridotta.
Dopo il nuovo avvio, la strada si ricongiunge al tracciato dello scorso anno e propone due lunghi rettilinei, quindi una sezione più ruvida che, in caso di pioggia, può riempirsi di acqua e fango fino a trasformarsi in una trappola. Più avanti arriva un tratto forestale velocissimo ma fortemente sconnesso, seguito da una parte conclusiva più aperta e fluida. Anche qui il chilometraggio minore non coincide con un addolcimento, ma con una maggiore densità di rischio.
Domenica
La domenica è la giornata più breve del rally e si affida a due settori ripetuti, entrambi identici al 2025. È una conclusione coerente con la logica dell’evento, perché lascia intatta la tensione sportiva di un finale dove spesso i distacchi sono ancora aperti e il margine tra prudenza e necessità di attaccare è sottilissimo. Oserengoni si apre in foresta su una pista molto stretta, tecnica e piena di sobbalzi, dove la pulizia di guida conta quasi più della velocità.
Di qui in poi, la strada esce allo scoperto e cambia volto, concedendo rettilinei enormi e tratti più rapidi, prima di richiudersi in una sezione lenta, tortuosa e nervosa. Nel finale il ritmo risale ancora, ma il fondo peggiora sensibilmente con una porzione molto rovinata prima dell’ultimo allungo. È una speciale che impone continui cambi di approccio, perché si passa dal bosco chiuso alle distese più veloci senza mai poter abbassare davvero il livello di attenzione.
A chiudere il Safari sarà ancora la mitica Hell’s Gate, confermata anche come porzione decisiva del finale e perfetto riassunto del senso del Kenya moderno. La strada è mediamente larga per tutta la sua estensione e il ritmo è tra i più elevati del rally, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla scorrevolezza apparente. Tra il km 5 e il 7, in passato, grossi massi sono stati trascinati sulla traiettoria, trasformando una sezione rapida in un punto ad altissimo rischio per gomme e sospensioni.
Negli ultimi chilometri, invece, il fondo si apre e si fa più sabbioso, con un incrocio delicato poco prima del traguardo che può cogliere di sorpresa chi arriva con troppa fiducia. Proprio qui Takamoto Katsuta si ribaltò nel 2025, dimostrando che il Safari non ha bisogno di essere lunghissimo per restare feroce. Il 2026 ne offre una versione più compatta, ma ancora pienamente capace di selezionare, logorare e punire.
1. tappa — 33,21 km (giovedì 12.3.)
- Partenza – WRTI Naivasha — 15:00 / 13:00
- PS1 Camp Moran 1 — 24,35 km — 16:05 / 14:05
- PS2 Mzabibu 1 — 8,86 km — 17:23 / 15:23
- Assistenza A – WRTI Naivasha — 45 min — 18:23 / 16:23
2. tappa — 137,19 km (venerdì 13.3.)
- PS3 Camp Moran 2 — 24,35 km — 08:03 / 06:03
- PS4 Loldia 1 — 25,04 km — 09:06 / 07:06
- PS5 Kengen Geothermal 1 — 13,16 km — 10:24 / 08:24
- PS6 Kedong 1 — 13,79 km — 11:17 / 09:17
- Riordino — 60 min — 11:57 / 09:57
- Assistenza B – WRTI Naivasha — 30 min — 12:57 / 10:57
- PS7 Kedong 2 — 13,79 km — 14:00 / 12:00
- PS8 Kengen Geothermal 2 — 13,16 km — 14:58 / 12:58
- PS9 Loldia 2 — 25,04 km — 15:56 / 13:56
- PS10 Mzabibu 2 — 8,86 km — 16:59 / 14:59
- Flexi Assistenza C – WRTI Naivasha — 45 min — 17:59 / 15:59
3. tappa — 122,72 km (sabato 14.3.)
- PS11 Soysambu 1 — 24,94 km — 08:35 / 06:35
- PS12 Elmenteita 1 — 18,01 km — 09:35 / 07:35
- PS13 Sleeping Warrior 1 — 18,41 km — 10:33 / 08:33
- Riordino — 45 min — 12:30 / 10:30
- Assistenza D – WRTI Naivasha — 30 min — 13:15 / 11:15
- PS14 Soysambu 2 — 24,94 km — 15:05 / 13:05
- PS15 Elmenteita 2 — 18,01 km — 16:05 / 14:05
- PS16 Sleeping Warrior 2 — 18,41 km — 17:03 / 15:03
- Flexi Assistenza E – WRTI Naivasha — 45 min — 19:28 / 17:28
4. tappa — 57,40 km (domenica 15.3.)
- PS17 Oserengoni 1 — 18,22 km — 08:09 / 06:09
- PS18 Hell’s Gate 1 — 10,48 km — 09:35 / 07:35
- PS19 Oserengoni 2 — 18,22 km — 10:38 / 08:38
- Riordino — 63 min — 11:47 / 09:47
- PS20 Hell’s Gate 2 (Power Stage) — 10,48 km — 13:15 / 11:15
- Podio — 14:15 / 12:15
- Arrivo — 15:50 / 13:50
Immagini: Red Bull
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