WEC | Intervista a Robert Kubica: “Quando vai in pista consapevole di avere un mezzo competitivo ti viene più facile dare il massimo”

WEC | Intervista a Robert Kubica: “Quando vai in pista consapevole di avere un mezzo competitivo ti viene più facile dare il massimo”

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Tempo di lettura: 12 minuti
di Francesco Gritti @franz_house_vg
17 Giugno 2024 - 09:00
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P300.it ha intervistato Robert Kubica durante il weekend della 6 Ore di Imola. Ecco come ha risposto alle nostre domande.

da Imola

Una storia di resilienza, passione e coraggio con intermezzi fra il serio e il faceto. Robert Kubica si è raccontato ai nostri microfoni in questa intervista introspettiva svolta nell’hospitality di Ferrari AF Corse nel secondo appuntamento del WEC a Imola.

L’intervista è stata pubblicata anche su Parc Fermé.

Ciao Robert, grazie per averci accolti. Come ti sei appassionato ai motori?

“Dobbiamo tornare indietro di molti anni! Ho cominciato a guidare diverso tempo fa, anche perché sono anzianotto! Tornando seri, ho cominciato a quattro anni e mezzo per pura casualità. Avevo visto nella vetrina di un negozio una macchinina a forma di Jeep rossa con motore a scoppio. Visto che era il periodo delle feste, mio papà me l’ha regalata e ho cominciato a girare nel quartiere in cui ho vissuto da piccolo. Mi ricordo che all’inizio la guidavo nel piazzale. Poi mio papà si è ingegnato e ha cominciato a creare dei tracciati con curve delimitate da bottiglie di acqua vuote riempite di sabbia. Il mio primo kart è arrivato a 7 anni ma, visto che in Polonia si poteva correre solo con la licenza sportiva, che poteva essere data da 10 anni in poi, ho fatto per molto tempo solo allenamenti. Ho debuttato nel campionato polacco di karting, che all’epoca era destinato principalmente agli appassionati. Di solito si associa a un età così bassa un modello semplice. Nel mio caso è andata diversamente, visto che all’epoca ero a bordo di uno shifter 50cc a 6 marce, simile a un KZ, in cui correvano i piloti tra i 10 e i 15 anni. Era praticamente una versione in miniatura delle classi più grandi! Dopo 3 anni e diversi titoli, vinti in diverse categorie, ho partecipato alla mia prima gara internazionale, tenutasi a Ugento nel 1998.”

Saltiamo avanti nel tempo. Qual è il tuo miglior ricordo nelle serie junior?

“Ad essere sincero il mio miglior ricordo proviene dal kart. Quel periodo è stato il più divertente della mia carriera. Ero talmente innamorato del karting che, quando è arrivata la prima opportunità di correre nelle Formule, mi sono messo a piangere perché non volevo mollare il go-kart! Ho debuttato in Formula Renault nel 2001 e da allora sono rimasto nell’ambiente delle auto. Il mio più bel ricordo nelle formule minori è la mia vittoria al debutto in Formula 3 Euro Series al Norisring, arrivata dopo aver saltato i primi weekend, tutti formati da due gare. Un altro bellissimo momento riguarda la mia prima volta in F1. Le sensazioni che ti dà quella macchina sono indescrivibili.”

A proposito di Formula 1. Come ti sei sentito nel momento in cui BMW-Sauber ti ha chiamato per sostituire Villeneuve?

“Sarò sincero, ero contento. Quelli erano tempi diversi ed, essendo terzo pilota, avevo la possibilità di fare tanti test e di partecipare alle FP1 il venerdì. Nel 2006 una riserva arrivava in gara molto più preparata rispetto ad ora, dove, non avendo più test, diventa tutto più complicato. Nonostante ciò diversi team organizzano delle giornate in pista per i propri junior driver. Diciamo che per debuttare serve il giusto mix tra rispetto e consapevolezza di fare bene.”

Nel 2008 hai vissuto un anno ricco di successi. Puoi raccontarci di più a riguardo?

“Il 2008 è andato bene nella prima metà, nella seconda un po’ meno. Secondo me sono state prese delle decisioni al di là del motorsport che sono andate a togliere, o comunque limitare, le possibilità di lottare per il titolo da parte di tutto il gruppo. Nella prima parte dell’anno ho fatto molto bene, visto che, anche se forse non avevo una macchina vincente, sono stato molto costante e ho ottenuto diversi podi, tra cui una vittoria in Canada. A giugno ero addirittura primo nel mondiale piloti! Purtroppo, dopo la vittoria, il focus è passato sullo sviluppo della vettura 2009 e del KERS, un dispositivo nuovo su cui BMW ha puntato molto. Sono state prese delle decisioni un po’ troppo spavalde, un po’ alla “quest’anno abbiamo vinto, il prossimo ci ripresentiamo e dominiamo”. Invece ci siamo ripresentati e non andavamo avanti! Questo è il bello del motorsport. Non bisogna mai dare per scontata la propria competitività. È stata una bella lezione, penso non solo per me. Ero ben consapevole che sarebbe potuta essere la mia unica opportunità. Purtroppo è andata come è andata.”

Nel 2010 sei andato in Renault. Come ti sei trovato?

“Nel 2009 BMW ha annunciato il ritiro dalla Formula 1 e, nonostante avessi ancora un contratto con loro, mi sono ritrovato senza volante. Così ho firmato con Renault, che all’epoca era un team nelle retrovie. Anche Fernando (Alonso, n.d.r.) faceva fatica! Nel 2010 ci siamo ripresi alla grande, con podi e belle gare. È stato l’anno più bello di Formula 1 per me, anche a livello di lavoro.”

All’inizio del 2011 hai avuto un incidente dalle conseguenze catastrofiche. Puoi raccontarci le conseguenze?

“Prima dell’incidente ho firmato un contratto pluriennale con Ferrari, con valenza dal 2012 in poi. Tra l’altro è avvenuto in quello che sarebbe stato, con tutta probabilità, il mio ultimo rally, visto che con Ferrari non sarebbe stato possibile farne altri. Purtroppo ho avuto un incidente molto grave che mi ha procurato tante fratture, tanti guai e tante rogne. Ci sono ancora i segni di quel giorno e me li porterò dietro per tutta la vita. È stato un periodo molto difficile, non solo per quanto riguarda la guida, ma anche, soprattutto, a livello umano. Davvero, è stata tosta. Mi sono sottoposto a tanti interventi e ci sono state molte incertezze riguardo a se e come avessi potuto recuperare. All’inizio ho anche dovuto lottare per la vita, anche se, ovviamente, non mi ricordo di questa fase. Alla fine sono riuscito a voltare pagina e a riprendere la strada nel mondo delle competizioni. La passione per questo sport è sempre stata il motore principale della mia carriera e, assieme alla testardaggine, è il motivo per cui sono ancora qua. C’è stato un periodo abbastanza lungo in cui sarebbe stato più facile smettere e ringraziare di essermi divertito e dell’onore di aver potuto correre in Formula 1 e vincere addirittura un Gran Premio. La passione e il carattere mi tengono ancora qua in pista.”

Dopo l’incidente hai conquistato il titolo in WRC-2 e, in seguito, hai ottenuto dei grandi risultati anche nel WRC. Come ti sei sentito quando hai capito di poter tornare a vincere?

“La decisione di passare a tempo pieno nei rally è stata molto sofferta. Posso dire, però, che è stata la mia cura, perché mi ha dato modo di rientrare in una competizione di altissimo livello, ma in un ambiente diverso, che non ricordava quello di cui ero stato parte fino a quel momento e che potesse permettermi di essere più tranquillo e di non avere rammarichi nel periodo del mio ritorno. Mi ricordo che a inizio 2013, quindi a quasi due anni dall’incidente, feci un test con una vettura del DTM nella pista in cui avevo guidato per l’ultima volta una Formula 1. Non è stato per niente semplice. Ero molto veloce, ma non mi sentivo bene con me stesso. Le sensazioni non erano le stesse e la ferita era ancora troppo aperta. Per questi motivi ho deciso di cambiare completamente ambiente e di lanciarmi una sfida ancora più grande rispetto al mondiale di Formula 1, ossia andare nei rally e fare del mio meglio in quel mondo. Il grande vantaggio dei rally è che occupano completamente il tuo tempo, soprattutto per quanto riguarda la preparazione. Per questo motivo la mia testa era completamente focalizzata sulla sfida attuale e raramente tornavo a pensare al passato.”

Nel 2019 sei tornato a correre in F1 a tempo pieno dopo aver trascorso qualche anno da terzo pilota. Come hai vissuto questa stagione?

“La stagione è stata difficile, soprattutto per la situazione che si è creata nel team e per la qualità scarsa del materiale che avevamo. E non erano gli unici problemi. Nel 2019 i sacrifici e il lavoro che ho fatto per tornare in Formula 1 sono stati ricompensati, anche se mi trovavo con la macchina peggiore dello schieramento, che, alcune volte, era forse lontana dall’essere guidabile. A livello personale è stata una delle soddisfazioni più grosse della mia carriera. Ci sono state comunque tante opinioni negative, arrivate anche da specialisti non al corrente della situazione. Se si guardano solo i risultati non sono andato bene, ma in realtà sono consapevole di aver guidato meglio di ciò che è sembrato da fuori. Difatti, nel test di Barcellona del 2020, in cui ritengo di aver potuto guidare una vera F1, in quel caso una Alfa Romeo Sauber, per la prima volta dopo un anno sono andato molto bene, tanto da stupire chi era là a seguire, che aveva una visione del mio 2019 non veritiera. Mi azzardo a dire che, se avessi avuto nel 2019 una macchina come l’Alfa del 2020, forse sarei ancora Formula 1. Purtroppo nella vita non va tutto a rose e fiori, ma sono comunque contento di aver raggiunto l’obiettivo di tornare in F1, nonostante la stagione sia stata molto difficile.”

Nel 2020 sei passato nel DTM. Come è andata?

“Il 2020 è stato un anno complicato. Abbiamo messo su un team all’ultimo e con poca preparazione e, per questo motivo, abbiamo avuto tanti problemi. Sono riuscito a togliermi qualche soddisfazione con il podio a Zolder ma, nonostante ciò, è stato un anno difficile. Il 2019 e il 2020 sono stati anni molto tosti perché sono tornato in quelli che ritengo i campionati su asfalto più competitivi senza poter dimostrare il mio valore a causa del mezzo. Mi sono rifatto passando nell’Endurance, visto che nel 2021 ho vinto il campionato europeo LMP2 e l’anno scorso il mondiale, sempre nella stessa classe. Peccato per Le Mans, che ho perso per un guasto alla macchina all’ultimo giro prima di terminare secondo in due occasioni. Il vero me non era quello del 2019 e 2020.”

Hai già accennato al tuo passaggio nell’Endurance. Pensi che ti abbia dato nuova linfa vitale?

“I risultati fanno sempre piacere! Quando vai in pista consapevole di avere un mezzo competitivo ti viene più facile dare il massimo, mentre se vai in pista e noti problemi che ti fanno essere 4 secondi più lento degli altri, tra cui un guasto all’impianto frenante che non ti fa sapere se freneranno 3 o 4 ruote, diventa tutto più complicato. Non è una battuta, è successo anche quello. Sai, bisogna essere sicuri delle proprie capacità. In questo mondo così dinamico, in cui è facile giudicare ed essere giudicati da tutti, la mia situazione non è stata semplice. Mi dispiace, perché avevo le potenzialità di fare meglio, visto che non sono perfetto, ma non sono mai stato messo in situazioni facilissime.”

Le gare Endurance sono lunghe e faticose. Il tuo fisico ti limita negli stint lunghi e, se sì, in che modo?

“No. Il mio punto forte è pensare che il mio braccio non sia un limite in pista. Ho più limiti nella quotidianità, nel compiere le faccende di tutti i giorni, rispetto a quando sono al volante. Certo, non è che se avessi la possibilità di tornare indietro ed evitare l’incidente non lo farei, però so che la mia situazione attuale è frutto di una lunga battaglia mentale. Ho dovuto dimenticarmi del me passato per trovare il miglior modo di guidare, di svolgere il mio lavoro dietro il volante, nonostante i miei limiti. Uno dei punti chiave del mio recupero è stata la capacità di accettarmi nelle mie condizioni attuali. Poi sono passati tanti anni, quindi è diventata una cosa normale anche per il pubblico e i giornalisti. Purtroppo o per fortuna, in caso un team mi chieda di guidare, posso fornirgli un pacchetto che include, oltre ai limiti del braccio, anche carattere, esperienza e capacità alla guida. Ovviamente ogni anno cerco di migliorare e provo a imparare delle lezioni in tutte le occasioni, soprattutto analizzando le giornate difficili, cosa che credo faccia la maggior parte degli sportivi e che continuo a fare anche io nonostante corra da tanti anni. Nonostante ciò, ci sono alcune cose che non è possibile cambiare.”

Quest’anno sei passato in Hypercar dopo aver vinto l’ultima edizione del WEC con le LMP2. Quali sono le principali differenze tra le due classi? Aver trascorso alcune stagioni in F1 ti ha aiutato nell’apprendere la gestione della parte ibrida?

“La differenza tra le due classi ovviamente c’è, così come appare in tutti i campionati e, a volte, anche di stagione in stagione. L’obiettivo del pilota è sfruttare il massimo potenziale del pacchetto che ha a disposizione. La LMP2 è una macchina relativamente semplice, nonostante raggiunga delle ottime performance, mentre la Hypercar è molto più complessa a livello di sistemi, che richiedono maggior riflessione e conoscenza per poter essere sfruttati al meglio. Ci sono moltissimi elementi che possono modificare le performance della vettura, oltre all’andamento della gara e alla guida. L’unica grossa pecca della Hypercar è il peso, molto maggiore rispetto a quello di una LMP2, il quale ha molta influenza sul rendimento della macchina, non solo sul giro secco, ma anche per quanto riguarda guidabilità, inerzia e comportamento della vettura. Inoltre, più il peso è alto e più le gomme soffrono! Queste macchine, con qualche chilo in meno, forse anche un quintale, sarebbero dei grandi oggetti. Sicuramente l’esperienza in Formula 1 mi è stata di aiuto, ma la verità è che gran parte del lavoro avviene dietro le quinte e non siamo noi a gestire tutto. L’idea di pilota che deve gestire tutti i comandi è un po’ esagerata. Al giorno d’oggi, sia in F1 che nel motorsport moderno in generale, si tende a semplificare i comandi per permettere al pilota di concentrarsi e dare il meglio. Ovviamente, più cose bisogna gestire e più la categoria diventa difficile e selettiva per chi guida. Per questo motivo viene fatto un lavoro di squadra di progettisti ed ingegneri per ottimizzare ogni sistema. Il pilota è l’elemento finale del lavoro, visto che porta la macchina in pista dopo che questa ha trascorso mesi e mesi tra fabbrica e sviluppo. Noi possiamo solo tirare fuori il massimo delle potenzialità del mezzo che abbiamo. Ogni tanto, scherzando, dico che chi è in pista può solo peggiorare la situazione e sbagliare, perché quello che abbiamo tra le mani viene prodotto ed è frutto di un progetto molto lungo rispetto a quello che si può vedere.”

Siamo arrivati alla fine dell’intervista. Se vuoi ringraziare qualcuno è il tuo momento.

“Innanzitutto ti ringrazio per la bella intervista e perché nel 2008 mi hai confidato che tifavi per la macchina bianca con un polacco dentro. Grazie anche a tutti i lettori.”

Ringraziamo Robert per la disponibilità e Mattia di AF Corse per aver permesso lo svolgimento dell’intervista.

Media: ferrari.com, wikipedia.org, williamsracing.photos

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