WEC | 24 Ore di Le Mans 2024, Hypercar: da Ferrari a Isotta Fraschini, i bilanci post-gara

WEC | 24 Ore di Le Mans 2024, Hypercar: da Ferrari a Isotta Fraschini, i bilanci post-gara

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Tempo di lettura: 12 minuti
di Matteo Pittaccio
18 Giugno 2024 - 13:42
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Analizziamo squadra per squadra la 24 ore di Le Mans appena conclusa, argomentando i giudizi di una foltissima classe Hypercar

È giunto il momento di tirare le somme e valutare i risultati della 92esima 24 Ore di Le Mans, vinta dalla Ferrari #50 di Antonio Fuoco, Miguel Molina e Nicklas Nielsen al termine di una lunghissima e bagnata giornata. Essendo quanto mai necessario uno spirito di adattamento alle condizioni climatiche in continuo cambiamento, il livello di sfida è stato particolarmente alto, richiedendo massima attenzione e una spiccata maniacalità nella gestione strategica della corsa. In sintesi, l’ultima edizione della maratona di Le Mans si potrebbe definire come l’esperienza definitiva delle corse endurance.

FERRARI: LA LEGGENDA CONTINUA

La scuderia di Maranello, supportata dal racing partner AF Corse, da una parte è arrivata a Le Mans con la carica fornita dall’eccezionale vittoria del 2023, dall’altra un po’ frustrata per non aver convertito il potenziale della 499P in risultati, avendo mancato l’appuntamento con il successo specialmente a Imola e Spa-Francorchamps. A Le Mans, quindi, era necessaria una risposta che potesse invertire la tendenza e, in una corsa percossa dalla pioggia, Ferrari è stata abile a giocare le carte giuste, affrontando anche gli imprevisti come la portiera sinistra rimasta aperta sulla #50 guidata da Nielsen nelle ultime ore ed il conseguente cambio strategico che ha tenuto tutti gli appassionati con il fiato sospeso fino alla bandiera a scacchi, raggiunta con solo il 2% di energia rimanente. Rispetto ad Imola, ad esempio, le chiamate ai box per passare dalle slick alle gomme da bagnato sono state differenziate tra le due hypercar ufficiali, specialmente durante gli scrosci della prima metà di gara.

L’elemento strategico si è poi unito alla competitività della 499P, dimostratasi veloce sull’asciutto e sul bagnato più pesante, mentre con poca acqua in pista l’auto è sembrata faticare di più, come detto da Antonello Coletta e Ferdinando Cannizzo nel post-gara. Gestite a dovere le situazioni di emergenza sono stati poi Molina, Fuoco e Nielsen a completare il lavoro senza mai sbagliare, costruendo le basi di un successo dal valore inestimabile ed artigliando la prima vittoria dell’equipaggio #50 nel contesto migliore. Per di più, il trio ora è secondo in campionato a 9 punti dalla Porsche Penske #6 e, toccando quota 11 successi a Le Mans, Ferrari è a soli due trionfi da Audi, seconda alle spalle di Porsche.

Ad aggiungersi a ciò è arrivato il podio della #51 (Pier Guidi/Calado/Giovinazzi), pressata fino all’ultimo dalla Porsche #6, ma a dirla tutta le Ferrari 499P in grado di ambire al podio sono state tre. La gara della #83 targata AF Corse è stata esemplare, tanto che per qualche ora Robert Kubica, Robert Shwartzman e Ye Yifei hanno dettato legge. Sfortunatamente, domenica mattina un problema elettrico ha lasciato il cinese senza brake-by-wire e, decelerando con i soli freni anteriori, gli stessi si sono surriscaldati, producendo quel denso fumo ai box. Di lì a poco è arrivato il ritiro, ma la condotta è stata eccellente. Un peccato, quindi, che Robert Kubica sia arrivato al contatto con la BMW di Dries Vanthoor, impegnato come non mai a rimanere nel giro del leader andando anche oltre il limite, come dimostrato dal lungo nella seconda chicane del Hunadières. In conclusione, Ferrari a Le Mans ha avuto tre punte su cui contare, destreggiandosi nel migliore dei modi tra le numerose difficoltà e portando a casa una delle vittorie più emozionanti degli ultimi anni.

TOYOTA: TANTI PROBLEMI, MA NON MOLLA MAI

La 24 Ore di Le Mans di Toyota Gazoo Racing è stata una vera e propria montagna russa, specialmente per la GR010 #7 di Kamui Kobayashi, Nyck de Vries e José Maria Lopez, chiamato per sostituire all’ultimo Mike Conway, infortunatosi in bicicletta. Nonostante le difficoltà, il marchio giapponese non ha mai mollato, rimontando dal fondo proprio con la #7 e piazzando anche la #8 in lotta per la vittoria nelle fasi conclusive. E pensare che proprio la #7 ha sofferto due forature lente e ad problema tecnico al powertrain occorso domenica mattina, fase dopo la quale sembrava che la #8 di Sebastien Buemi, Ryo Hirakawa e Brendon Hartley potesse prendere il sopravvento.

Così non è stato, perché al ritorno della pioggia il trio appena nominato ha perso tempo e, successivamente, Hartley è stato toccato da Pier Gudi a Mulsanne (5″ di penalità per la Ferrari #51), lasciando il solo Lopez a fronteggiare la Ferrari AF Corse #50 e la Porsche Penske #6. La forte pioggia caduta nelle ultime due ore ha messo in mostra un Lopez mostruoso, capace di rifilare secondi su secondi alla concorrenza. Tuttavia, l’argentino ha commesso un errore alla chicane Dunlop, finendo in testacoda e perdendo circa 15 secondi. Un assist quanto mai utile alla Ferrari di Nicklas Nielsen, che ha poi tagliato il traguardo con, guarda caso, 14 secondi di vantaggio su Lopez. Vittoria mancata per il secondo anno di fila, ma riteniamo che sia giusto dare a Cesare quel che è di Cesare: al quarto anno di gare con la GR010 Toyota è sempre lì, nella zona che conta, è questo gli fa onore.

PORSCHE: PODIO SFIORATO, JOTA AL TOP TRA I PRIVATI

Senza fare troppi giri di parole, la 24 Ore di Le Mans di Porsche era partita con i migliori auspici dopo la fantastica Pole di Kevin Estre, ma la squadra tedesca e il Team Penske lasciano il Circuit de la Sarthe con l’amaro in bocca, perdendo il podio per poco più di un secondo a vantaggio della Ferrari AF Corse #51. Guardando alla prestazione è mancato qualcosa nel finale perché nella notte, prima del lungo periodo di Safety Car, sono stati proprio Estre, Laurens Vanthoor e Lotterer a capeggiare la classifica, alternandosi con la Toyota #8 e vantando più di un minuto di margine su tutti gli altri, vantaggio accumulato grazie ad una slow zone. Dopo l’alba la corsa è ripartita con entrambe le 963 del Team Penske ancorate alla Top5. Tuttavia, le varie neutralizzazioni (tra cui quella causata dall’incidente di Felipe Nasr sulla Porsche #4 a Indianapolis) hanno rovinato i piani, compattando più volte il gruppo e obbligando Estre ad una forsennata rimonta su Pier Guidi. Arrivato in coda alla Ferrari del torinese, Estre non è mai riuscito ad avanzare un attacco, mancando l’appuntamento con il podio. Quinto posto, invece, per la #5 di Matt Campbell, Michael Christensen e Frédéric Makowiecki, rientrati in Top5 dopo un drive-through comminato per non aver rispettato il regime di Slow Zone.

Passando ai privati, stoico lo sforzo di Jota, che primeggia tra gli indipendenti con la 963 #12 di Callum Ilott, Will Stevens e Norman Nato, ottavi assoluti davanti alla LMDh gemella, la #38 di Oliver Rasmussen, Jenson Button e Phil Hanson. Incredibile pensare al percorso della #12, danneggiata gravemente giovedì sera nelle fasi finali delle FP4 a causa di una perdita di controllo da parte di Ilott. Lo sforzo della formazione diretta da Dieter Gass è stato immenso: il telaio di riserva è arrivato in ritardo, i meccanici hanno lavorato duramente tutto il giorno e solamente venerdì sera, giorno dedicato alla parata nel centro storico, sono riusciti a svolgere uno shakedown nella pista di atterraggio situata accanto alla pista. Le numerose ore di lavoro sono state ripagate dal risultato in pista, ottenuto seguendo una programmazione solida, concreta e prive di sbavature da parte dei piloti. Immagini e situazioni d’altri tempi, che aiutano a comprendere quanto sia ancora importante l’elemento umano nelle corse. Niente da fare per Proton, la cui 963 #99 ha sofferto prima un problema alla portiera (come a Spa) e poi un’avaria elettrica, tornando in pista a due ore dalla fine per vedere la bandiera a scacchi e tagliare il traguardo in sedicesima piazza. Almeno a Zuffenhausen si sono rifatti in LMGT3-Am, ma ne parleremo in un articolo dedicato.

CADILLAC: NESSUNA GIOIA PER GENERAL MOTORS

Rimaniamo in LMDh e apriamo il capitolo Cadillac, impegnata per l’ultima volta a Le Mans con il supporto di Cadillac Racing sulle due auto principali (Jota pronta a dare il cambio?), più Action Express-Whelen sulla #311. Quella di General Motors è stata una 24 ore alquanto bizzarra, iniziata con la #3 di Bourdais/van der Zande/Dixon partiti al secondo posto ma scesi piano piano nella pancia del gruppo, fino a fermarsi più volte in pista e, infine, ritirarsi per un problema meccanico. Processo inverso, invece, per la #2, la V. Series R iscritta a tutta la stagione, risalita sulla distanza grazie ad un ottimo lavoro ai box e in pista da parte di Lynn, Bamber e Palou. In aggiunta, il trio ha percorso qualche km in testa alla classifica seguendo una strategia diversa da Ferrari, Toyota e Porsche, ma alla fine i calcoli ed il passo hanno premiato i tre marchi appena citati, relegando il team americano al settimo posto. Bilancio negativo per la #311 sponsorizzata Whelen Engineering, in corsa con Aitken, Derani ed il debuttante Drugovich solo a Le Mans. L’auto ha sempre militato ai margini della top10, prima di finire violentemente contro le barriere a Indianapolis, dove Derani ha perso il controllo toccando la traccia umida, allo stesso modo di Nasr e Mancinelli.

LAMBORGHINI: PRIMA LE MANS PROMETTENTE PER LA SC63

Finire la prima 24 Ore di Le Mans in top10, non riscontrare gravi criticità tecniche dopo le difficili avventure della prima metà di stagione e battere marchi con più esperienza alle spalle non era per nulla scontato. Ed ecco che Lamborghini-Iron Lynx si inserisce a pieno merito tra le sorprese della 92esima 24 Ore di Le Mans, strappando la decima piazza con la #63 pilotata da Bortolotti, Kvyat e Mortara ed un onesto tredicesimo posto con la #19 proveniente dall’IMSA ed affidata a Grosjean, Caldarelli e Cairoli. Vedendo Lusail, Imola e Spa sembrava remota la possibilità di chiudere una 24 ore senza problemi, ma siamo felici di riportare che entrambe le SC63 dotate di telaio Ligier abbiano chiuso il capitolo francese dando a Lamborghini ottimi segnali.

PEUGEOT: LA 9X8 EVO NON VA, FRUSTRAZIONE E DELUSIONE DOPO LE MANS

Un anno fa la 9X8 di prima generazione era riuscita ad unirsi a Ferrari e Toyota nella battaglia per il successo fino all’incidente di Menezes nella chicane Daytona. Pertanto, ci si aspettava che la nuova macchina potesse alzare l’asticella, ma così non è stato. Se, da una parte, l’affidabilità non ha creato grattacapi, dall’altra è mancata terribilmente la prestazione. Entrambi gli equipaggi si sono sforzati, ma la macchina non ha mai dimostrato di poter ambire ad un risultato quantomeno dignitoso e, alla fine, si sono accontentati dell’undicesimo e dodicesimo posto, schiacciati dalle due Lamborghini. Non c’è molto da salvare nella gara di casa per il marchio di punta di casa Stellantis, costretto a cambiare passo per giustificare l’oneroso impegno nel FIA WEC. L’unica giustificazione si potrebbe ritrovare nel fatto che la versione Evo abbia debuttato solo a Imola, ma la difesa cade nel momento in cui si pensa a quei marchi in gara da poco tempo e già a livello della LMh francese.

ISOTTA FRASCHINI: LA CENERENTOLA CHE SORPRENDE

Un’altra piacevole sorpresa arriva da Isotta Fraschini, all’esordio a Le Mans con la coraggiosa piattaforma Tipo6 LMh. Dall’inizio della stagione numerosi sono stati i passi falsi, dovuti principalmente all’inesperienza di un costruttore ritornato alle corse dopo un secolo. Il coinvolgimento di Duqueine ha sicuramente aiutato e la hypercar italiana ha risposto alla ovvia mancanza di passo rispetto ai rivali con un’affidabilità degna di nota, minimizzando i problemi e concedendo a Vernay, Bennett e Serravalle l’opportunità di abbracciare la bandiera a scacchi al quattordicesimo posto. Un ulteriore motivo d’orgoglio per l’Italia, uscita decisamente a testa alta da Le Mans anche grazie alla piccola, grande storia di Isotta Fraschini.

BMW: GLI INCIDENTI GAMBIZZANO LA CASA DELL’ELICA

La prima posizione firmata Dries Vanthoor nelle Qualifiche 1 del mercoledì ha fatto sognare BMW, il Team WRT e tutti gli appassionati del marchio dell’elica. Purtroppo, però, le cose non sono andate per il verso giusto a partire dalla prima ora di gara, quando Marco Wittmann è finito in testacoda alle Esses de la Forêt, fatto che ha costretto l’equipaggio #15 a spingere per recuperare il giro perso. E così, con la Art Car #20 finita contro le barriere in serata per un effetto pendolo che ha spedito a muro Frijns, la #15 di Wittmann, Marciello e Dries Vanthoor ha continuato a spingere fino all’ormai celebre incidente a 300 km/h poco prima di Mulsanne. La dinamica è stata chiara sin da subito: dall’inizio del giro il belga si è ritrovato davanti alla AF Corse #83 di Kubica, leader della gara. Esposte le bandiere blu, che non obbligano a cedere il passo a chi è a pieni giri, Vanthoor ha provato in ogni modo a tenere la posizione, spingendo al limite nel tentativo di non farsi doppiare dal polacco.

Dopo qualche incrocio di traiettoria, Vanthoor è finito lungo nella seconda variante del Hunadières, tagliando l’intera curva e tornando in pista davanti a Kubica, già lanciato verso il doppiaggio. Ritrovandosi la Porsche GT3-Am #92 a sinistra, Kubica ha preso il centro della pista, con Vanthoor alla sua destra. È bastato un leggero scarto a destra per innescare la carambola a più di 300 km/h, velocità a cui Vanthoor ha perso il controllo impattando fortemente con i guardrail. Gara finita nel peggiore dei modi con più di 17 ore da correre, ma l’aspetto più importante è che Dries non abbia riportato infortuni. Dal punto di vista sportivo Le Mans non ha per nulla sorriso a BMW, tornata in classe regina a 25 anni dall’epico trionfo del 1999 con la V12 LMR.

ALPINE: IL MECACHROME NON REGGE, DOPPIO RITIRO

L’avventura di Alpine nel Circuit de la Sarthe non ha nemmeno superato le prime 6 ore ed è un vero peccato che l’affidabilità abbia compromesso il risultato perché le due A424 sembravano vantare un ottimo ritmo alla prima corsa a Le Mans per la LMDh francese. A decretare il ko tecnico è stato il V6 Mecachrome, ammutolitosi al giro 75 sulla #35 di Chatin/Habsburg/Milesi, regolarmente in Top5, ed al passaggio 88 sulla #36 di Vaxiviere/Schumacher/Lapierre. In meno di un’ora Alpine ha perso entrambe le auto, facendo i bagagli senza aver raggiunto le 6 ore, la durata minima delle gare in calendario. La prestazione non è mancata vero, Alpine ha più volte ribadito la propria competitività, ma bisogna indagare in fretta per capire come risolvere le lacune legate all’affidabilità.

Immagine di copertina: FIA WEC – X

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