“We Race As One”: Bahrain, Qatar, Arabia, Abu Dhabi

L’annuncio dell’ingresso del Qatar per dieci anni a partire dal 2023 sorprende per la durata del contratto ma, se ci pensiamo bene, non deve per nulla stupire in senso generale.

La Formula 1, ormai possiamo dirlo, ha cessato di essere uno sport nell’accezione originale del termine e, con l’introduzione delle Sprint Qualifying, alle quali seguiranno le griglie invertite (magari non l’anno prossimo ma proprio dal 2023) ha intrapreso definitivamente il binario del business a tutti i costi.

Investitori, organizzatori, televisioni. Ormai conta tutto tranne ciò che dovrebbe, ovvero mantenere un briciolo di tradizione. E così succede che a Monaco venga cancellata la storica sessione del giovedì in luogo della consueta del venerdì e che, progressivamente, si decida di andare sempre più lontano dalle radici che hanno forgiato il nome del Circus.

Non sarei stupito se, entro una decina d’anni, all’Europa restassero tre luoghi sicuri come Montecarlo appunto (per il suo appeal in termini di VIP ed immagine, non tanto per la pista), Silverstone (è pur sempre il luogo dove la F1 è nata) e una tra Monza e Imola, per lasciare almeno un GP di casa alla Ferrari.

Per il resto la F1, ad oggi, potrebbe andare davvero ovunque. Gli Stati Uniti sono luogo appetibilissimo. Ad Austin l’anno prossimo si aggiungerà Miami e si parla di un possibile ritorno di Indianapolis. Se aggiungiamo Canada, Messico e Brasile saremmo già a sei Gran Premi corsi nel continente americano.

Andando in Asia abbiamo a disposizione Suzuka, Singapore, Shanghai, il Vietnam (che presumo verrà ripescato prima o poi), ai quali si aggiungono la Turchia, Baku e la Russia con il suo GP che si correrà a San Pietroburgo dal 2023. Qui siamo a sette: con Melbourne in Oceania/Australia siamo già a 14.

Europa: abbiamo detto Montecarlo, Silverstone, Monza o Imola. Per essere buono ci metto anche Olanda (grazie a Verstappen) e la butto lì, Portimão. E siamo a 19. Ed ora aggiungiamo Bahrain, Qatar, Arabia Saudita ed Abu Dhabi. E siamo a 23.

Presenza europea ridottissima, indotto garantito dai ricchi paesi di nuovo ingresso. Dritti ad ore 12 verso gli introiti, i diritti televisivi, lo spettacolo a tutti i costi e tutto quello che volete. E, dal punto di vista aziendale, potrei anche essere d’accordo. In parte, sia chiaro.

Però davvero, basta con questa storia di We Race As One. Perché non ci può credere nessuno. “È importante che ciascun pilota comprenda l’importanza del proprio ruolo non solo come professionista, ma come uomo che ha a cuore ciò che lo circonda” e ancora “Le corse non stanno in un mondo a parte”. Questo diceva Stefano Domenicali in un’intervista di inizio anno al Corriere. Sarebbe tutto bellissimo ed oggettivamente condivisibile e sacrosanto se, però, non si andasse a correre in posti nei quali i diritti umani sono oggetto di critiche continue, dove non c’è alcuna cultura motoristica e dove l’unico, inconfutabile vantaggio è rappresentato dal dollaro sonante che viene elargito per portare a casa la gara. Posti nei quali non importa nemmeno avere tribune oltre a quella principale perché, tanto, a coprire tutto basta il bonifico. Se poi la Formula 1 crede di poter convincere certi luoghi a cambiare ideologie con un hashtag prego, si accomodi. Soprattutto considerando che uno dei suoi maggiori sponsor è un colosso petrolifero.

Da un punto di vista prettamente personale preferirei direttamente un cambio di nome della categoria, in modo da sottolineare anche formalmente la nuova strada intrapresa. A quel punto si taglierebbero gli ormai pochi cordoni col passato dando la libertà di trasformare questo pseudo sport in quello che conviene di più alle televisioni e alle casse di chi comanda, con buona pace di spettatori ed appassionati. Si tratta, ovviamente, di una speranza impossibile da vedere accontentata, perché è il nome che tira ed è grazie a quello che si sta raccogliendo il possibile, spremendo l’arancia il più possibile finché si può.

Però ecco: dopo il puntare alle 25 gare, le Sprint, le griglie invertite, almeno ci venga risparmiato il discorso sociale, perché si sconfessa da solo leggendo il calendario. E sa parecchio di presa in giro su argomenti ben più importanti di una corsa in auto, per i quali non basta uno slogan o un adesivo per sentirsi con la coscienza a posto.

Immagine: Wikipedia

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