“Visibility is dangerous”

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Gli anni della Formula 1 con Bernie Ecclestone, fra gioie e dolori, si portano dietro anche il debutto della massima serie in paesi e piste che con essa spesso c’entrano zero. Passino ovviamente Bahrain, Cina e Singapore, ma di fronte a capolavori quali i tracciati di India, Russia (che non ci ha ancora abbandonati, purtroppo) e Corea è meglio chiudere gli occhi. A proposito di quest’ultima, però, ammetto che un bel ricordo ce l’ho: la gara del 2010. Una delle mie preferite di sempre, semplicemente perché è stata ricca di colpi di scena e di azione tanto da far dimenticare dove si è corsa.

I lavori di realizzazione della pista si concludono giusto in tempo per l’inizio del weekend, tanto che sembra di correre in un cantiere tra vie di fuga piene di terra e uno scenario generale davvero triste. Nonostante tutto, i giudizi iniziali non sono del tutto negativi; spiccano quelli di Schumacher, Sutil, Alonso e Kubica, il quale a fronte di “un primo settore noioso” la considera 10 volte meglio di Abu Dhabi. Fidiamoci. Un problema segnalato da tutti i piloti è invece l’entrata dei box, mischiata all’ultima curva che viene percorsa a 240 km/h e può rivelarsi pericolosa in caso di rientro ravvicinato.

La situazione in campionato alla vigilia del gran premio vede Webber in testa con 220 punti, seguito da Alonso e Vettel con 206 e, più staccato, il duo Mclaren Hamilton e Button, rispettivamente con 192 e 189 punti; bei tempi quando c’era competizione, eh? Ormai fuori dai giochi invece è Massa, come si deduce dalla classifica costruttori che vede Red Bull a 426, Mclaren a 381 e Ferrari relegata a 334. Webber ha dunque un margine di 16 punti, poco confortante quando mancano ancora 3 gare alla conclusione della stagione. Vettel nella precedente gara a Suzuka ha rosicchiato 7 punti al compagno australiano portandosi alla pari di Alonso, reduce dal podio in terra giapponese e si presenta come principale rivale nella lotta al titolo. Hamilton e Button pagano le tappe difficili di Singapore e Suzuka, a cui per Lewis si aggiunge pure Monza, ma nulla è ancora definitivamente perduto.

La supremazia Red Bull, seppur in modo meno evidente rispetto a Suzuka, prosegue anche in qualifica con il monopolio della prima fila. Vettel conquista la pole position in 1:35.585, la quattordicesima della stagione per il team di Milton Keynes, precedendo di meno di un decimo Webber (“not bad for a number 2 driver” semicit.) e di circa due decimi Alonso, pronto a dar loro battaglia.

Dietro i primi tre si piazza Hamilton con 1:36.062 seguito da Rosberg, abile nel portare la Mercedes in terza fila, Massa e Button, staccati addirittura di un secondo dalla vetta e in difficoltà rispetto ai propri compagni di squadra.

Completano la top 10 Kubica, come sempre in spolvero con la Renault, Schumacher e Barrichello. Petrov sconta invece una penalità in griglia di 5 posizioni per l’incidente causato a Suzuka, scendendo dalla quindicesima alla ventesima posizione.

Ho un ricordo particolare di questa gara perché non ero a casa, ma mi trovavo a Londra assieme ai miei genitori. Per chi ha letto il precedente articolo su Spa 2008 e se lo stesse chiedendo… No, non sono sempre in giro. Ho beccato due eccezioni curiose. La mattina ci alziamo, accendo la tv in camera e vedo il diluvio universale.

Le vetture seguono a passo d’uomo la safety-car, fra chi si lamenta delle pessime condizioni e chi invece come Hamilton spinge per partire, dicendo via radio: “Non capisco i miei colleghi. È una wet-race. Cosa si aspettano? La pista tutta asciutta?”. Lewis ha ovviamente bisogno di punti, a differenza ad esempio di Webber che al contrario ha tutto da perdere. Viene data bandiera rossa e decidiamo di uscire dall’hotel per la nostra visita inglese. Ciò che troveremo al nostro ritorno qualche ora più tardi sui telegiornali ci lascerà sbalorditi…

La gara dopo un po’ di attesa riparte, sempre dietro Bernd Maylander fino al 17° giro. Dal 18° si inizia finalmente a fare sul serio. Hamilton viene infilato da Rosberg e Schumacher passa Kubica, quasi in simultanea. Non tarda ad arrivare il primo colpo di scena: il giro successivo Webber perde la vettura nel T2 sul cordolo e va in testacoda, impattando contro il muro interno e per concludere rimbalzando sul povero Rosberg. Il leader del campionato ed il tedesco della Mercedes sono out ed entra di nuovo la safety-car, sotto gli occhi increduli (ma non troppo) di Horner e Marko; occasione ghiotta per gli altri contendenti al titolo. Al 23° giro si riparte e Schumacher passa questa volta un anonimo Button, issandosi così al 5° posto.

La pioggia cala e l’inglese prova a ribaltare la sua gara montando le intermedie in anticipo assieme alla Force India di Sutil, ma rientra nel traffico e vede svanire ogni chance. Altra neutralizzazione al 32° giro per un errore in staccata di curva 2 per Buemi, che mette fine alla propria gara ma soprattutto a quella di un fino a quel momento fantastico Timo Glock: con la piccola Virgin era ai margini della zona punti e chissà col proseguo della gara…

Nel valzer dei pitstop Alonso perde la posizione a vantaggio di Hamilton, essendo arrivato un po’ lungo e di traverso sulla piazzola come ammetterà lo spagnolo. Inizia di nuovo un’altra gara. Vettel è primo davanti, ma solo per poco, ad Hamilton che sbaglia la frenata di curva 1 e viene infilato da Alonso, perdendo quanto guadagnato in precedenza. Dietro infuriano le battaglie fra un coriaceo Sutil, che se ne frega apertamente dei noti problemi ai freni, Kobayashi e Button, che vien portato gentilmente fuori dal tedesco e perde altre posizioni.
Al 39° giro Petrov, ottimo 7°, si gira in uscita dall’ultima curva e sbatte forte contro le protezioni, ma l’incidente non provoca l’ingresso della safety-car.

Qualche passaggio più tardi, più precisamente nel corso del 45° giro, viene trasmessa una comunicazione radio fra Vettel e la Red Bull che pochi ricordano ma che mi è sempre rimasta fissa in mente: “I cannot see”. Il che, a primo impatto, non ha molto senso: la visibilità ormai è ottima e di acqua in pista ce n’è sempre meno. Al successivo passaggio sul traguardo le cose sono più chiare. Alonso ha raggiunto Vettel in modo fin troppo evidente e lo passa agevolmente in curva 1.

Dal posteriore Red Bull esce una fumata che qualche secondo dopo si trasforma in quella che gli inglesi chiamano “blown up”: una rottura evidente che costringe il tedesco al ritiro e che segna il primo doppio 0 in classifica per i bibitari. Un weekend terribile per il team di Milton Keynes, con la strada spianata ad Alonso e il ritorno in gioco dello stesso Hamilton, ora 2°. Massa in tutto ciò è zitto zitto 3° davanti ad un ottimo Schumacher e ad un coriaceo Barrichello.
Sempre relativamente al team radio in codice della Red Bull, Hamilton, già in versione social, nel post gara scriverà su Twitter (eh già): “Does ‘visibility is dangerous’ in Red Bull language mean: i have a problem with my engine??”.

Sutil al 47° giro decide di completare l’opera e tenta un sorpasso già di per sè azzardato su Kobayashi, figuriamoci con problemi ai freni. Il risultato è il contatto fra i due, che incredibilmente non ferma il giapponese. Adrian si ritira invece con una sospensione divelta e 5 posizioni di penalità in griglia per il Brasile. Dal ritiro di Vettel davanti la situazione si stabilizza e resta tale fino al traguardo. Alonso porta la Ferrari sul primo gradino del podio e della classifica piloti, precedendo Hamilton e Massa. Ottima gara di Schumacher, 4°, davanti a Kubica, Liuzzi, che conquista il miglior risultato da Cina 2007, Barrichello, Kobayashi, Heidfeld ed Hülkenberg. Button dopo un testacoda chiude solo 12° ed è ormai fuori dalla corsa al titolo.

La classifica ora vede come detto Alonso in testa con 231 punti, 2° Webber con 220, 3° Hamilton con 210 e 4° Vettel con 206. Con due gare al termine della stagione, Brasile ed Abu Dhabi, Christian Horner rilascia una dichiarazione curiosa: “Noi non possiamo chiedere a Vettel di sacrificarsi. La nostra strategia è puntare su entrambi i piloti”. Non servono commenti, ma sarà profetico…

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Lorenzo Esposito
Appassionato di motorsport fin da piccolo, cresciuto con i v8 e convivente con i v6. La mia nostalgia è colmata dall’Indycar, che adoro tutt’oggi, di cui mi occupo qui fra un compito e una gara su iRacing. Cerco di star positivo e non mollare mai

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