Vincono rischi ed ipocrisia: a Melbourne è il Gran Premio della vergogna

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Fatico quasi a scegliere il punto dal quale partire per parlare, analizzare, trovare una motivazione utile a giustificare una delle più grandi vergogne della storia della Formula 1. Una presa per i fondelli di proporzioni bibliche unita ad un rischio inutile e preoccupante fatto correre a piloti, meccanici, rappresentanti dei team e tifosi che comunque, in gran massa, nella giornata di giovedì si sono recati all’Albert Park aumentando il rischio di contagio al Coronavirus.

Era da un mese che si parlava della possibilità che il mondiale iniziasse in ritardo. Già nella prima settimana di test di Barcellona giravano voci simili nel Paddock ed erano passati quasi dieci giorni dal rinvio della gara in Cina. L’argomento era più che in voga, c’era tutto il tempo per riflettere.

Da quella settimana sono passati oltre venti giorni e, mentre in tutto il resto del mondo gli eventi sportivi venivano man mano rinviati e vari paesi mettevano in atto le prime restrizioni per l’ingresso ai visitatori, cosa che abbiamo anche documentato ampiamente, la Formula 1 ha proseguito spedita a colpi di sicurezza, assicurando che la situazione era costantemente monitorata limitandosi, pochi giorni fa, a chiudere le tribune del Bahrain. Nel frattempo ha permesso che rappresentanti di team, piloti, addetti ai lavori, giornalisti, volontari, insomma tutti coloro che hanno a che fare con l’organizzazione e la disputa di un Gran Premio arrivassero in Australia senza alcun problema e senza preoccuparsi del pericolo del COVID-19.

A Melbourne la farsa di Indianapolis 2005 è stata spodestata dal gradino più alto del podio delle figure indicibili. Quello che è successo all’Albert Park è infinitamente più grave, assurdo, tragicomico. Per quindici anni abbiamo avuto in testa quella griglia di partenza con sei macchine, ma qui siamo andati oltre. Allora c’era di mezzo un problema tecnico. Qui ce n’è uno mentale, ovvero la convinzione che davanti ai soldi non ci si debba mai fermare.

Quando Lewis Hamilton dice che Cash is King, che il denaro comanda, dovrebbe ricordarsi che è lui stesso parte di questo sistema. Un sistema che è sempre funzionato così e non si è mai fermato di fronte a niente, nemmeno al lutto. Si è corso con forza il giorno dopo la morte di Ratzenberger perdendo Senna, si è perso Jules Bianchi mentre si correva quasi di notte a Suzuka, si è corso poche ore dopo la scomparsa di Anthoine Hubert; tutto perché the show must go on. E Lewis viene a raccontarci adesso che i soldi comandano e che non capisce perché ci si trova tutti nello stesso posto con il rischio del Coronavirus? Seriamente?

Perché, in veste di sei volte campione del mondo nonchè massimo rappresentante mediatico del Circus, non si è lamentato prima di partire invece di scrivere su Instagram “Otto giorni all’inizio della stagione. Siete pronti ragazzi?”. Mi pare che otto giorni fa la situazione fosse già abbastanza grave: avrebbe avuto tutto il diritto di prendere in mano il telefono – una volta in più del solito – e fare le dovute chiamate. Quindi no, le lezioni di moralismo pro telecamera possiamo evitarle.

Ditemi: si correrebbe ad Abu Dhabi, in Bahrain, in Vietnam (forse), a Baku, in Cina se i soldi non comandassero? Oppure certi tracciati discutibili, in posti dalla cultura motoristica altrettanto opinabile, non avrebbero mai avuto un GP se i soldi non fossero così rilevanti?

Vogliamo anche dire qualcosa sul fatto che la Formula 1, da sei anni, corre con motori ibridi che sono costati una follia promuovendo una linea sempre più green per poi stringere accordi con un’azienda petrolifera? E il green? L’ecologia? Dove sono?

E veniamo a Melbourne, quella vera e propria. Mi auguro che l’estremo tentativo di voler correre questa gara sia stato dovuto allo sforzo organizzativo richiesto per poter gareggiare su un cittadino, con strade che vengono chiuse con settimane di anticipo e stravolte fino a creare un tracciato. Con un permanente, che puoi aprire e chiudere in tempo breve, forse non si sarebbe neanche posto il problema. Detto questo era impossibile pensare che non si sarebbero verificati casi di contagio. Sebbene si possa credere – e sono tra quelli – che la soluzione migliore sarebbe stata quella di non far nemmeno arrivare piloti e team a Melbourne, una volta rivelato il caso positivo all’Albert Park Hotel non ci sarebbe dovuto essere alcun dubbio a stoppare tutto a priori.

Invece no, si è voluti andare avanti. Il giovedì il tracciato è stato preso d’assalto da tifosi che tutto han fatto tranne rispettare un minimo di distanza uno dell’altro. E si è continuato così fino a quando, a finire sotto osservazione, sono stati direttamente dei membri di team. Poco male perché, fino alla notizia del contagio del meccanico McLaren, tutto è filato comunque come se nulla fosse.

Il ritiro del team di Woking pensavo avrebbe portato a breve, e per breve intendo un’ora, ad una logica cancellazione ufficiale con tanto di comunicato. Invece no. Sono passate dodici interminabili ore in cui è successo tutto ed il contrario di tutto. Testate che parlavano della cancellazione ed altre che, nello stesso momento, sostenevano che si sarebbe corso. Poi le porte chiuse, poi il rinvio, poi alcuni team contrari ed altri no. Riunioni, ancora.

Non ho mai assistito ad una farsa di questo tipo. Una volta accertato il caso McLaren la soluzione doveva essere una ed una sola: stoppare tutto come ha fatto l’NBA, che in mezz’ora ha salutato tutti. E invece in F1 sarebbe stato troppo facile: bisogna mediare, parlare con gli organizzatori, poi ci sono le penali, gli avvocati, i contratti, i soldi, questo e quell’altro.

Fa anche sorridere leggere i comunicati dei team che, ora, si dicono concordi con la decisione di cancellare la gara per la salute di tutti gli addetti ai lavori, quando si dice invece che alcuni volessero correre. Sai com’è, se la McLaren non gareggia ci sono due macchine in meno che possono andare a punti; vuoi non sfruttare l’occasione?

E così si è aspettata mezza giornata per un comunicato ufficiale che chiude il capitolo mediatico peggiore della Formula 1 a memoria personale. Tutto questo si poteva evitare con un minimo di buon senso e si è arrivati a meno di due ore dall’inizio delle libere per porre fine a questa agonia.

È grave che, nel volerci provare fino all’ultimo, si sia comunque messa a rischio la salute di tutti: spettatori, piloti, meccanici, volontari. Questo, a mio modo di vedere, è totalmente inaccettabile. E poi i piloti in mascherina, i tifosi a due metri di distanza dai loro beniamini ma comunque ammassati tra loro. Che senso ha oltre a quello del ridicolo?

Sono onestamente schifato. Perché lavoro e mi sbatto per raccontare lo sport che mi accompagna da quando sono piccolo nel modo più professionale possibile e, poi, devo giustificarmi con l’amico di turno che mi chiede conto, tra l’altro giustamente, di farse del genere. E come posso rispondere? Tergiversando? Girando attorno al problema? Negando che scrivo di uno sport a cui piace coprirsi di ridicolo? No, sarebbe ingiusto. Questa giornata è stata una vergogna assoluta, un autogol mediatico allucinante per un proprietario che dovrebbe fare della comunicazione il suo punto di forza. Punto.

Augurandomi che il rischio corso non porti problemi nei prossimi giorni, all’alba delle 3.05 vi abbandono. Dopo una giornata così ci vuole decisamente del riposo.

MONOPOSTO by SAURO

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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