Vettel, tramonto su un pesce fuor d’acqua | Parte 3. La gogna mediatica

Vettel, tramonto su un pesce fuor d’acqua | Parte 3. La gogna mediatica

Dopo aver analizzato le vicissitudini extrapista e in pista dell’avventura ferrarista di Sebastian Vettel, arrivo all’ultimo articolo riguardante la “terza parte” chiamata in causa, ovvero il rapporto con i media e come questi hanno trattato l’argomento in queste stagioni, in attesa di vedere come si comporteranno in questo ultimo anno da separato in casa.

Fino a qui si è raccontato di un Vettel capace di errori diversi e ripetuti, dalla valutazione prematura ed ottimista della sua esperienza ferrarista, un sogno poi diventato incubo, alle piroette che l’hanno reso un meme vivente in un mondo del web che ormai vive di questo. Se, però, posso immaginare come ogni singolo errore del tedesco non sia stato volontario ma causato da diversi fattori che possiamo racchiudere in un range tra “è scarso” e “non si trova col posteriore” (messaggio ricevuto dopo i primi test di Barcellona 2019), lo stesso non posso certamente dire della linea editoriale generale che, in questi anni, ha accompagnato la sua esperienza in rosso.

Dopo aver assistito ai dietrofront con lo Schumacher in grigio Mercedes e all’inversione in favore di Alonso (anch’esso scaricato, poi, alla partenza verso McLaren), Vettel si è lanciato in un’avventura che gli ha dato più grattacapi che altro fino ad arrivare al dileggio degli ultimi giorni.

Era preventivabile che Vettel e la Ferrari si sarebbero lasciati. Non c’è mai stata la stessa magia tra lui e la Ferrari come tra Schumacher e gli italiani. La squadra e i capi non l’hanno mai appoggiato come hanno fatto con Schumacher

Bernie Ecclestone

Parto da questa riflessione del vecchio Bernie, che mi trova d’accordo solo parzialmente. Alla fine del 1997, dopo la sportellata di Jerez, c’era chi chiedeva la testa di Schumacher senza considerare che, anche senza scontro con Villeneuve, il mondiale sarebbe stato perso perché dopo l’ultima sosta la Ferrari aveva qualcosa che non andava; sembra un sacrilegio voler scoprire di cosa si sia trattato, anche se molti parlano del treno di gomme. Insomma, il tedesco si trovò per colpe sue l’immagine macchiata nonostante si fosse assistito a quella che, probabilmente, sarà ricordata come la stagione più incredibile di tutta la sua esperienza a Maranello.

Che Schumacher fosse amato dai media è vero se parliamo del periodo d’oro ma solo per convenienza; restava comunque per molti quel tipo scontroso che non parlava italiano. E, infatti, si è visto poi dal 2010 in poi com’è stato trattato, nonostante 5 mondiali e 72 vittorie. Roba che, a posteriori, viene da chiedersi se i media italiani non avrebbero meritato di vederlo andare a vincere in Williams o McLaren invece che spaccarsi le ossa… per la Rossa. Magari sarebbero stati sinceri e gli avrebbero dato contro senza doversi mordere la lingua per ragioni di comodo.

Dopo quanto successo ad Jerez, il team Ferrari tremò ma rimase unito, ripresentandosi ad inizio 1998 in forze per riprovarci e facendo ancora pienamente affidamento sulle capacità di Schumi. Cosa che, come ho sottolineato più volte da queste pagine, non è successo con Vettel.


Hockenheim 2018 – lo sappiamo, sempre lei – è definito il momento spartitraffico tra un Vettel e l’altro. Forse, questo, vale soprattutto per la squadra che, orfana di Sergio Marchionne (la cui scomparsa potrebbe aver influito molto più di quanto si pensi sull’ambiente), ha poi ufficializzato Leclerc prospettando al tedesco la via d’uscita in modo implicito ma comunque chiaro. Eppure i dissapori con la stampa erano già iniziati da quasi un anno, quando questa si era lanciata contro il tedesco dopo Singapore 2017 per poi restare su quella lunghezza d’onda da lì in avanti.

Il seguito è stato un’escalation: di errori da parte del tedesco, di altrettante sparate da parte della stampa, che ha portato avanti un tiro al piccione a tratti carnevalesco, puntando il dito sempre e comunque senza un minimo ripensamento, anche quando si poteva evitare; penso alle qualifiche dell’Austria nel 2018, quando il tedesco fu penalizzato di tre posizioni per aver rallentato Sainz con lo stesso spagnolo pronto ad assolverlo: “Mi è successa la stessa cosa due anni fa. Abbiamo avuto sfortuna entrambi. Sono sicuro non mi abbia visto, non è colpa sua”. D’altro canto, non ricordo un accenno di difesa convinta da parte della squadra (come ai tempi di Schumi) soprattutto nei momenti più difficili, ma solo constatazioni di quanto successo. Come se, alla fine, andasse bene che gli errori facessero da parafulmine ad una situazione in realtà meno rosea di quanto si pensasse.

Un ruolo, quello del parafulmine, al quale non si prestò di certo Alonso, facilitato dal fatto che lo scandalo di Abu Dhabi, l’ultima gara – che per molti vale un mondiale – fu utilizzato a dovere anche per nascondere i punti persi durante l’anno, in questo caso invertendo il fattore su cui puntare il dito (il team invece che il pilota) in un mondiale perso per 4 punti e con situazioni (Cina, Monaco, Silverstone, Spa) ognuna delle quali potenzialmente decisiva per il titolo tanto quanto quella di Yas Marina. Evidentemente il vento era diverso e il pilota di punta, invece di stare zitto come uno scolaretto, sapeva farsi rispettare. E qui si torna all’aspetto mediatico ed alla sua importanza. Immaginate se 40 giri alle spalle di Petrov li avesse fatti un qualsiasi altro pilota sulla griglia: saremmo coperti di meme ancora oggi.


Credo sia intellettualmente onesto e giornalisticamente corretto constatare che gli errori commessi in pista da Vettel siano stati gravi, poco edificanti, a tratti incredibili per un pilota che ha vinto oltre cinquanta gare. Credo non si sia mai vista una cosa del genere da parte di un pluricampione del mondo. Questo, però, non giustifica l’esagerazione oltre il limite. E, proprio per l’eccezionalità della casistica, mi sarei aspettato da parte di chi ne aveva le possibilità un approfondimento su questo aspetto. Insomma, avrei voluto leggere risposte a domande che, forse, non solo io mi sono posto.

Perché Vettel sbaglia così tanto?
È davvero solo scarso?
La macchina non si adatta a lui?
È il contrario?
Qual è il suo stile di guida e come si comporta invece la vettura?
Perché le uscite di pista sono spesso simili, con perdite improvvise al posteriore a media e bassa velocità?
Come si lavora sulla macchina per compensare questo problema?

Quali sono le indicazioni che vengono seguite per lo sviluppo?
Come cerca di porre rimedio il pilota? Solo con l’assetto o guidando diversamente?

Quanto è difficile ricostruire la fiducia in se stessi dopo tanti errori?

Escluso il 2015, per assurdo l’anno migliore del tedesco in Ferrari, dal 2016 in poi credo di non aver letto niente di molto diverso da “ha vinto quattro mondiali solo grazie alla Red Bull”. Perdonate ma questa non è informazione, così come non lo è fare festini goliardici se ci si autonomina imparziali cantori del motorsport. Perché, nel caso volessimo veramente affrontare la questione, potremmo parlare del 74% di vittorie Mercedes in sei anni contro il 53% in quattro della Red Bull. E si scoprirebbero alcune cose interessanti.


Se fino al 2018 si è andati a tavoletta mostrando quasi una certa goduria editoriale ai limiti del dileggio in più occasioni, con il 2019 e l’arrivo di Leclerc sono state aperte le gabbie.

La campagna mediatica pro Charles ha confermato implicitamente i favoritismi nei confronti del monegasco e convinto che, già dalla prima gara 2019, il tedesco dovesse essere relegato a seconda guida, con un contratto da qualche decina di milioni e quattro titoli in tasca. La parvenza di ruolo di capitano, non a caso, è durata poco, perché – e qui abbiamo scoperto la loquacità del piccolo fenomeno – i team radio sibillini sono partiti sin dalla gara di Melbourne caratterizzando poi tutta la stagione. Insomma, mentre la Mercedes faceva incetta di doppiette nella prima parte dell’anno per poi vivere di rendita, il capro espiatorio della lotta interna in Ferrari è stato un ottimo modo per distogliere l’attenzione dal vero problema, ovvero un’altra monoposto non all’altezza della situazione.

Il culmine del prostrarsi si è avuto a Monza, dove un Charles ormai forte di un team fondamentalmente dalla sua – in questo la stagione 2019 ha ricalcato quella 2007 in McLaren, con Hamilton diventato di fatto la priorità su Alonso – si è preso la briga di disobbedire ad un ordine di scuderia negando al compagno durante la qualifica una scia concordata precedentemente. Compagno il quale, forse, si sarà pentito di aver contribuito appena sei giorni prima a salvargli le terga, aiutandolo a vincere la sua prima gara in Belgio tenendo alle spalle Hamilton per un paio di fondamentali giri. Ma, anche qui, la colpa non è del furbo Charles (“per oggi sei perdonato, gli disse Binotto dopo la fantastica vittoria di Monza), quello che ha fatto bene secondo molti, ma dell’ingenuo Sebastian. Un pirla.

Un pirla ad aumentare in prima persona il nervosismo generale, girandosi ancora una volta davanti ai tifosi italiani; un pirla anche perché non ha mai saputo, o voluto, reagire. Immaginatevi un Fernando Alonso dopo la qualifica italiana, ad esempio. Se ricordate il sabato ungherese nel 2007, potete capire a cosa mi riferisco. Pan per focaccia, ecco. Oppure, sempre parlando di Monza, ricordatevi il 2013 e quel “Geni” in mondovisione. A ripensarci oggi, sembra sia più giusto comportarsi così che stare tranquilli e non proferire mai parole sgarbate in pubblico. Opinioni.

Dopo l’equivoco di Singapore, dove ha vinto la Ferrari sbagliata (ricordate titoli esaltati per la vittoria del tedesco?) un altro colpo da maestro, decisamente indicativo, è stato quello della Russia, dove Vettel ha tentato di comportarsi da sovversivo prendendosi la testa della corsa in partenza per lo stupore di tutti, forse anche di se stesso. Il risultato di tale affronto è stato essere lasciato in pista con gomme cotte un numero di giri sufficiente a tornare dietro a Leclerc dopo la sosta ai box. Poi ci ha pensato la SF90 ad evitare ulteriori rischi, alzando bandiera bianca.

L’ultimo colpo è quello, nel vero senso della parola, del Brasile, dove una lotta a colpi di testosterone che, al massimo, poteva essere attribuita ad entrambi, è stata trasformata in un affronto del tedesco ai danni del più giovane rampante. A prescindere.

Mi domando cosa sarebbe successo se, in Canada, al posto suo ci fosse stato Charles. Chi ha puntato il dito sull’uscita sull’erba invece che sulla decisione più scandalosa degli ultimi dieci anni (che ha poi portato ad un cambio di regolamento) avrebbe fatto lo stesso o si sarebbe incatenato ai cancelli della FIA a Parigi?


Se Vettel ha quindi avuto innumerevoli colpe, i media sono riusciti, in alcune occasioni, a fare peggio. Mostrando un ripudio quasi unanime da sembrare, a tratti, quasi organizzato per tutta una serie di motivi che esulano dagli errori in pista, presi giusto come pretesto. Un nuovo idolo da spingere, un pilota a scadenza e scaduto, non fruibile mediaticamente, un capro (o una capra?) espiatorio da sfruttare per girare attorno alla competitività assente della monoposto.

Apro parentesi: mi viene in mente Kimi Raikkonen. Quanti piloti, negli anni, sono stati messi sul suo sedile? Praticamente tutta la griglia, con tanto di photoshoppate pronte. Per settimane intere Kimi ha corso con le sembianze di altri, quelli che tutti volevano al suo posto. Mettendomi nei suoi panni mi viene quasi da pensare che, quel giorno a Monza nel 2018, abbia fatto più che bene a tirare quella staccata con tutte le conseguenze del caso.

Sicuramente dal punto di vista mediatico ora la Rossa è a posto. Due piloti cool e non più un introverso ed un riservato. Due che parlano italiano e non uno che lo mastica e l’altro che non dice neanche Ciao. Eppure gli ultimi mondiali sono arrivati a monosillabi.


Va da sé che, di tutto questo, non c’è assolutamente da stupirsi. Questo atteggiamento è ripetuto nel tempo, ciclico. Chi arriva in Ferrari non è più il nemico criticato con altri colori, specialmente se vittorioso. Perde il suo nome e cognome, si trasforma, il rosso lo rende un altro pilota, fino a quando questo è utile alla causa. Se poi la macchina non va e il pilota sbaglia, resta utile alla stessa causa ma per altri motivi. Quando poi – finalmente – se ne va torna tutto come prima, il periodo di mezzo non esiste più. Non mi è mai sembrato normale, né serio.

Quindi preparatevi. Perché il prossimo sulla lista è l’idolo attuale: quello che tra una casa di moda ed un cortometraggio è ormai sul piedistallo di qualsiasi rivista, servizio, articolo ma, a conti fatti, ha vinto due gare grazie – anche – al più grande rinculo della Mercedes degli ultimi sei anni, senza il quale avrebbe combinato un disastro sportivo/televisivo. Ne riparleremo tra qualche anno, anche se spero vivamente di sbagliarmi. Almeno stavolta.


Eccomi alla fine. L’avventura di Sebastian Vettel in Ferrari si chiude come peggio non avrebbe potuto. Quattordici vittorie in cinque stagioni, in attesa delle poche gare che vedremo quest’anno da separato in casa, stavolta ufficialmente. Rimarranno, probabilmente, quattordici. I Tituli restano a zero, l’immagine ne esce offuscata. Voleva emulare Schumacher, è finito nel tritacarne. Per colpe sue e per il solito vizietto all’italiana di usare a piacimento ciò che conviene del pilota, spremendolo come un’arancia. Il 2018 resterà il suo anno peggiore anche se, pure senza alcun errore, la garanzia tanto pubblicizzata di vittoria schiacciante non ci sarebbe stata. Attorno a lui, il solito entusiasmo post arrivo ed il solito irritante modus operandi mediatico, indipendentemente dagli errori. Non è stato il primo, non sarà l’unico, ma è sempre peggio.

Cosa farà nel 2021? Per come sono andate le cose, forse, sarebbe meglio salutare un Circus tutto immagine e coriandoli. Lo scopriremo vivendo. O, come dice un altro poco avvezzo alle PR, “Wait and see“.

MONOPOSTO by SAURO

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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