Vettel, tramonto su un pesce fuor d’acqua | Parte 1. Le ingenuità extrapista

Vettel, tramonto su un pesce fuor d’acqua | Parte 1. Le ingenuità extrapista

Le jeux sont faits, il dado è tratto, il destino è segnato. Oppure, in modo molto più affine a tanti esperti, fuori dalle palle.

Sebastian Vettel ha sulla coscienza, nella sua esperienza italiana, ingenuità non degne di un quattro volte campione del mondo, in pista e fuori, con queste ultime meno argomentate. Inoltre, il suo periodo in rosso è stato caratterizzato dalla solita propaganda pro, poi diventata contro, classica per i piloti che passano da Maranello.

Ad una settimana dall’annuncio che ha sancito la fine del rapporto con la Ferrari e in attesa di sapere quale sarà il futuro del tedesco (sarà ritiro, Mercedes o Renault?) ecco quindi tre articoli per rivedere l’avventura Vetteliana sotto questi tre aspetti.


Delle ingenuità extrapista quella principale e decisiva è stata credere di poter trovare, nella Ferrari del suo tempo, la stessa squadra di quindici anni prima, quella del dominio. Si è fatto abbindolare, quasi cullare dal mito del superteam del suo idolo Schumi – che, avesse potuto dargli un advice, probabilmente lo avrebbe esortato a pensarci 66 volte dopo essere stato trattato, a sua volta, da traditore con 5 mondiali in tasca – e non solo è cascato nel tranello, ma si è tuffato nel vuoto che neanche Tania Cagnotto alle Olimpiadi; trovando, però, una vasca senza acqua.

Negli anni abbiamo capito che lui, nell’avventura ferrarista, ci credeva davvero e con sincerità; certamente ben più di chi l’ha accolto con i soliti rituali strappalacrime che si riservano ai nuovi arrivati. Il baby Schumi, quello del ditino, etc etc. Avete presente quelle scene false come i soldi del Monopoli? Se non ve le ricordate sono esattamente quelle a cui abbiamo iniziato ad assistere ed assisteremo nei prossimi mesi in salsa spagnola, dopo l’arrivo di Carlitos Sainz. Ecco, quindi, una coppia che parla perfettamente italiano: la lacuna mancante, quella che si criticava anni fa a chi portava a casa coppe a ripetizione, tra articoli indignati e sdegno nazionale, è stata finalmente colmata. Evviva le priorità.


Un’altra colpa di Vettel è stata non rendersi conto che la sua avventura in rosso era finita ben prima di arrivare a questo pseudo 2020; formalmente l’11 settembre 2018, giorno in cui Charles Leclerc è stato annunciato come nuovo pilota della Ferrari dopo aver spazzato avversari in GP3 e F2, quando ancora non era il fulcro del nuovo periodo mediatico sportivo italiano, predestinato o nuovo messia della febbre in eredità dal compianto Gilles. Ma, e lo avevo scritto – fortunatamente posso linkare articoli vecchi senza paura di leggere un altro me stesso – il tutto era partito da Singapore 2017. Già da quella gara i media avevano iniziato il processo di scarico preventivo.

Dire a Vettel dell’arrivo di Leclerc fu un po’ come andare da Hamilton annunciando “dall’anno prossimo ti mettiamo a fianco Verstappen”. In pochi hanno fatto questo tipo di paragone, ma il rapporto è fondamentalmente questo. Ma non voglio andare troppo per le lunghe tranne per il fatto che, per quanto mi riguarda, Max è il più forte pilota sulla griglia rapportato al mezzo che ha. E, messo a fianco al campionissimo, gli darebbe filo da torcere esattamente come Leclerc ha fatto con Vettel. Sta antipatico perché in passato ha cozzato contro i ferraristi? Poco male, il giorno che salirà su una rossa diventerà anche lui un nuovo Gilles.


Un altro grande problema di Vettel è sempre stato la sua assenza mediatica. Non ha mai avuto, non so se per volere personale o meno, un entourage degno di un pilota di Formula 1. Lui stesso, tra l’altro, non ha mai fatto molto per raddrizzare questa situazione, senza valutarne tra l’altro l’importanza strategica. Certo, un pilota non dovrebbe essere giudicato per questo ed io sono sempre totalmente d’accordo con chi vuole mantenere privata la sfera personale. Ma, assodato che viviamo nell’era del Grande Fratello dei social, se sei un pilota di Formula 1 ed i social non li hai sei tagliato fuori a prescindere. Basti vedere questi mesi di lockdown, dove tutti hanno condiviso qualcosa della loro vita da reclusi ancor di più rispetto ai periodi di normalità.

C’è chi ci ha pure guadagnato in termini di popolarità come lo stesso Leclerc, ormai una star di Twitch a colpi di live tra questo o quel gioco, tanto da diventare anche testimonial di Giorgio Armani. Condivido quindi il volere del tedesco nel voler stare per sé ma è il sistema che funziona così; e lui, volente o nolente, del sistema fa parte, almeno per ora. Se non dai niente in pasto ai giornalisti, se non si conosce la tua famiglia, se non ci sono le tue foto mentre spingi la bimba sull’altalena non sei cool e non sei utile alla causa mediatica, perché non fornisci tutte quelle storie che personalmente non sopporto ma che, ahimè, sono fondamentali per i copia e incolla che piacciono tanto ai siti web del 2020, ormai trasformati nei pappagalli dei social in tempo di magra. Non a caso Hamilton, un mostro nel fare di se stesso un personaggio fuori dalla pista, è il perfetto testimonial per la Formula 1 del nuovo millennio. In questo bisogna riconoscere che Lewis è sempre stato mondiali avanti, il precursore della nuova generazione tutta Twitch e live da casa.

Lui e Vettel sono sempre stati agli antipodi sotto questo punto di vista e a spuntarla, alla fine, è stato l’inglese. Poco importa che, ad ogni Gran Premio, il pubblico si senta dire di essere il migliore – credendoci – o che Lewis pubblichi prove di sparo col fucile in contraddizione ai suoi ideali Peace and Love: l’importante è dire o fare qualcosa per avere il pubblico dalla tua, anche se a volte i contenuti non sono il massimo. Prima o poi, da questo atteggiamento, un vantaggio di ritorno arriva. L’appoggio dell’opinione pubblica o, magari, una decisione a tuo favore in pista.


Paradossalmente, per uno come Vettel che la Ferrari la voleva davvero, l’errore più grande è stato proprio quello di andarci. Per come sono andate le cose è stato l’errore principe. In questo genere di situazioni il rischio di rimanere fregati è, d’altronde, molto più alto. A differenza di Schumacher, arrivato in Ferrari senza motivi sentimentali di sorta, lui aveva un punto di riferimento, una specie di eredità sportiva da seguire per questioni di età, nazionalità ed influsso dell’idolo predecessore. Da questa esperienza Sebastian ne esce letteralmente a brandelli: senza i risultati sperati (“zero tituli”), sfiduciato (dalla sua squadra), dileggiato in pista dal nuovo idolo (avete detto Q3 di Monza?) e sbertucciato da chi non vedeva l’ora che fallisse, da chi non l’ha mai ritenuto all’altezza e da chi, dopo dieci anni, ripete come un pappagallo la storia dei mondiali di culo, senza applicare lo stesso metro di giudizio e di valutazione del mezzo a Hamilton (avete detto potere mediatico?).

È sacrosanto che il rapporto con la rossa si sia chiuso adesso. Quello che mi stupisce, semmai, è che lui sia voluto arrivare fino ad ora prolungando questa specie di accanimento, cercando addirittura di continuare. La grande anomalia della Ferrari 2019, infatti, non è stata quella di avere Leclerc in squadra, ma quella di non poter dire che fosse ormai lui il prescelto a causa della presenza dell’altro, un titolato ingombrante con altrettanto ingombrante stipendio. Da qui tutte le incomprensioni del caso, tra un ruolo di prima guida ufficioso ma poco ufficiale e team radio che hanno smontato subito il castello di carta montato per giustificare ancora la presenza del tedesco in squadra.

Che Vettel non fosse più un ferrarista da tempo ormai non l’aveva capito solo lui; mancava ancora un po’ per trovare le scritte sui bagni dell’Autogrill e non sono sicuro che all’inizio avrebbe inteso. Per questo, per quanto mi riguarda, era già assurdo continuare nel 2020, figuriamoci cercare un rinnovo. A che pro? Diventare un galoppino col palmares? Piuttosto sarebbe stato meglio un anno sabbatico in attesa di sviluppi, quando ancora il virus non era nella testa di nessuno.

Quanto meno la stagione dell’addio sarà più corta. Forse è meglio così.

Vai alla seconda parte.

MONOPOSTO by SAURO

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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