Va dove ti porta il business

Riflessioni varie su quanto letto negli ultimi giorni riguardo il futuro della F1

Leggevo oggi (ieri per voi, ndr) l’intervista che Stefano Domenicali ha rilasciato alla versione italiana di Motorsport.com, seguente tra l’altro al sondaggio globale aperto dalla F1 ieri (mercoledì), di cui abbiamo parlato.

È un’intervista molto lunga e dettagliata dalla quale emerge prepotentemente la parola business; anche se citata solo in alcuni frangenti, è chiaro in ogni argomento toccato che la sua logica ha ormai soverchiato qualsiasi altro aspetto di quello che una volta era anche uno sport. Dico anche perché non bisogna avere il paraocchi e pensare che, soprattutto nell’era Ecclestone, il business non fosse importante. Se prima, però, si era cercato in qualche modo di mascherare le logiche del denaro dietro le quinte, ora se ne parla in modo diretto, cinico, a tratti sgradevole.

La direzione intrapresa dalla F1 targata Liberty Media non mi piace. Credevo erroneamente che su alcune questioni gravose, pendenti da ormai 15 anni, ci sarebbero stati dei miglioramenti. Parco Chiuso, DRS, etc. Invece mi sono reso conto in fretta che, oltre a non cambiare nulla, se possibile alcune cose sarebbero addirittura peggiorate. Una di queste è la deriva “more business, less sport” che sta ormai dilagando e le intenzioni di Liberty in questo senso sono chiarissime.

Non è questione di Chase Carey, Stefano Domenicali o chi verrà dopo, sia chiaro. La critica non è verso la persona ma verso la direzione generale. Qui si parla di futuro della Formula 1 e mi permetto di dire che, se le intenzioni sono quelle elencate, questo è tremendamente in bilico da qui ai prossimi dieci anni.

Se la tradizione deve essere rispettata, ad esempio, la Sprint Qualifying, Race, chiamatela come volete, non dovrebbe esistere. Perché il “Gran Premio” è uno solo, non due. Eppure, che sia in qualità di evento che definisce la griglia di partenza o di evento a parte da inserire nel programma, questa garetta di 100 chilometri in un modo o nell’altro sembra che debba per forza essere inserita a partire dalla prossima stagione. La Sprint va contro la tradizione, i consumi, i chilometraggi e il budget cap. Eppure deve esserci, è stato già deciso. I sondaggi chiedono opinioni, non volontà. Ergo, volenti o nolenti questo ceffone alla storia dobbiamo prenderlo. Il perché sarà comprensibile nelle quote degli introiti televisivi per il 2022. Business, appunto.

Ho letto della volontà di obbligare i team a far girare i giovani piloti durante le prove libere. Sarei d’accordo se si utilizzasse una terza macchina. Ma così? Cito testuali parole: “Questo per dare anche meno tempo al titolare di provare in vista della gara, rendendo ancora più eccitante l’evento”. In questa frase c’è tutto e c’è, nascosto tra le righe, anche il business di quei giovani che pagano, grazie a sponsor o famiglie importanti, milioni di euro solo per ricoprire il ruolo di terzo pilota o development driver al simulatore, già sapendo che quasi mai diventeranno titolari. In questo modo l’investimento è parzialmente ripagato da qualche giro in pista e siamo a posto così.

A tal proposito, trovo stucchevole leggere che, tra un pilota italiano e un pilota cinese, dal punto di vista del business è meglio avere il secondo in pista rispetto al primo, esclusivamente sulla base del riscontro mediatico che la sua presenza avrebbe nel suo paese indipendentemente da esperienza, qualità, talento.

I piloti paganti ci sono sempre stati, anche questo non dobbiamo dimenticarlo. Ma si trattava di una questione privata o, eventualmente legata alle dinamiche del team. Ad esempio, ad inizio millennio per la FIAT poteva essere importante avere un pilota brasiliano in Ferrari. Qui, invece, siamo ad un livello superiore, ovvero una preferenza che arriva direttamente dall’alto per poter spingere su un paese, un pubblico, televisioni. Business, poco importa se poi il pilota del caso arriva sempre ultimo.

In tutto questo, tornando alle logiche di pista, un titolare (ovvero la seconda guida) si troverà con un’ora in meno per preparare la gara. Ma questo interessa ancora? Perché se è positivo togliere tempo (invece di darne di più, che sarebbe poi la scelta logica) significa che vogliamo spingere ulteriormente nella direzione, già intrapresa, dal caos voluto, dell’imprevedibilità o della totale dipendenza dalla monoposto e dai simulatori. Ed è tutto quello di cui la F1 non ha bisogno. Abbiamo tolto già un’ora di libere tra 2020 e 2021: se si vuole ridurre ancora (lo si spieghi poi agli spettatori sulle tribune, che pagano quanto e più di prima) tanto vale andare direttamente in qualifica con gli assetti preconfezionati dal computer, che non necessariamente sono i migliori. Ma, anche questo, pare contare davvero poco con buona pace di un pilota, della sua personalità, del suo stile di guida.

Capitolo pubblico ed intrattenimento. La Sprint è stata criticata (e non solo da noi) perché vale come pole position ai fini statistici, oltre ad assegnare punti. È un controsenso, l’abbiamo già detto. La considerazione fatta da Liberty, per voce di Domenicali, è che la critica è sì giunta a destinazione ma “Bisogna anche dire che questi commenti sono arrivati da chi segue la F1 da più anni rispetto ai giovani”. Quel bisogna anche dire mi lascia un attimo dubbioso, al punto da farmi chiedere se forse i vecchi appassionati non siano diventati più un peso, una zavorra, rispetto alla nuova generazione. Perché, se fosse così, sarebbe un grande errore.

La Formula 1 dovrebbe poggiarsi su due colonne portanti: la sua tradizione e la passione di chi la segue, tramandata di generazione in generazione. Se una generazione viene persa, si crea un buco temporale all’interno del quale si può fare tutto ed il contrario di tutto, che tanto verrà preso per buono. Sembra quasi che questo sia proprio quel momento. Per quanto Liberty ne dica (usando parametri di registrazione degli audience ad hoc) la F1 ha perso pubblico ed interesse soprattutto in chi l’ha seguita per decenni. Cercare esclusivamente un altro pubblico non curandosi di perdere la fanbase originale è un’altra strategia di marketing che può portare benefici sul presente ma incertezza nel medio o lungo periodo.

Che la Formula 1 dell’era Ecclestone fosse completamente riluttante nei confronti del web lo sappiamo ed era un errore. Ma basare completamente la strategia di comunicazione e di “reclutamento” del pubblico su una generazione giovane è altrettanto sbagliato. Perché i giovani, in larga parte, non hanno conoscenza storica o, a causa dei guai degli ultimi 15 anni, non gli è stato nemmeno tramandato qualcosa. Si trovano quindi di fronte ad uno sport al quale si appassionano sul momento ma con quali valori? Quelli delle figurine, delle Sprint o magari delle griglie invertite, che prima o poi arriveranno? Nel sondaggio della F1 ci sono domande relative al format e da tempo si dice che le gare sono troppo lunghe e la gente si annoia, perché distratta da altro. Logica vorrebbe che, se ci si annoia, si prenda e si smetta di seguire passando ad un altro sport. Invece si continua a rincorrere un pubblico che magari, dopo un paio d’anni, si stuferà. E come? Con le Sprint o magari, come suggerisce il sondaggio stesso, con due gare corte al posto di una lunga.

Tutto questo rientra in un grande calderone del quale ho accennato dopo la gara di Zandvoort, quando ho parlato di intensità, di piacere di seguire l’azione e non contare il numero di sorpassi. Cosa vuole Liberty Media dal futuro della Formula 1? Come intende trasformarla? La direzione è chiara, puntare al business prima di tutto. E questo è potenzialmente un funerale annunciato. Perché da qui a dieci anni tutte le possibilità più attrattive (in ambito televisivo) e al tempo stesso distruttive (in ambito sportivo) sono alla portata. Da qui a poco potremo trovarci con una mini prova libera, una qualifica ed una doppia gara corta di cui la prima con griglia invertita. Oppure con una doppia qualifica. O, magari, un format ripreso dall’attuale F2/F3.

Un abominio, insomma. Tutto solo ed esclusivamente con l’obiettivo del business, di far fruttare un’azienda e non di far crescere uno sport. Con qualche effetto collaterale: non ci sarà più alcuna passione da tramandare e il pubblico sarà da riconquistare di generazione in generazione, con elementi sempre più “cool” e lontani dai fondamenti con i quali la F1 è nata, con l’aspetto sportivo che andrà a morire definitivamente.

Come possa piacere tutto questo, onestamente, non lo so. Una delle domande del sondaggio riguarda la percezione attuale della Formula 1: una delle opzioni è “l’apice del motorsport”, con un valore da inserire tra “fortemente in disaccordo” e “pienamente d’accordo”. Lascio a voi immaginare la mia scelta. Ed è una scelta che, un tempo, non avrei mai fatto.

Immagine: ANSA

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