Supercross / MXGP | Chad Reed a ruota libera: la sua carriera, il mondiale motocross, l’America

Il campione australiano è stato intervistato da Gatedrop in occasione del Supercross di Parigi: dalla sua lunga carriera alla situazione del motocross australiano, passando per la MXGP e per i campionati americani, Reed si è espresso su una lunga serie di tematiche


La presenza di Chad Reed al Supercross di Parigi di sabato scorso non si è limitata alla sola partecipazione all’evento, concluso al quinto posto assoluto con tanto di “sfilata” iniziale al fianco di Antonio Cairoli. Il campione australiano ha concesso un’intervista-fiume al sito Gatedrop parlando dei più disparati argomenti, tra le mille sfaccettature che può attualmente proporre il motocross.

Reed, che compirà 40 anni il prossimo 15 marzo, non ha ancora realmente deciso cosa fare nel proprio futuro immediato. Recentemente si è avvicinato anche alle corse a quattro ruote, ma scendere dalla moto è sempre stato difficile per lui e la voglia di correre di nuovo nel Supercross nel 2022 dopo essersi “ritirato” a fine 2020 non sembrerebbe mancare. Le sensazioni sono differenti rispetto agli anni migliori, ma il desiderio di divertirsi è ancora forte.

“Sono felice di essere tornato a correre, un anno e mezzo dopo la mia ultima gara di supercross”, inizia. “Girando da solo percepisco buone sensazioni ma la vera riprova ce l’hai quando ti confronti gomito a gomito con altri piloti, nell’intensità di una gara vera. Penso che sia proprio l’intensità ciò che mi manca, ma quella arriva gareggiando.

Le corse in generale non mi sono mancate semplicemente perché ho continuato a gareggiare a livello amatoriale, locale. In qualche modo ho alimentato ancora il mio desiderio di correre. Non mi è mancato gareggiare a livello professionale, ma credo sia una questione di ‘timing’: ogni cosa accade per una ragione e ogni cosa accade perché ti trovi in un determinato momento della tua vita. In questo periodo avevo il desiderio di correre e di rimettermi un po’ in forma, quindi questo evento è arrivato nel momento giusto”.

Il motocross è uno sport molto fisico e correre ad un certo livello ad una certa età diventa difficile. Reed, che ha corso per la prima volta negli Stati Uniti nel 1999 ed è diventato protagonista fisso del motocross a stelle e strisce nel 2002 dopo avere disputato anche una stagione nel mondiale, sicuramente lo sa molto bene. Tra il pilota australiano e Cairoli c’è un grande rapporto di amicizia e chi meglio di Chad può parlare dell’ultima stagione di Antonio, disputata ancora su livelli di primissimo piano con la vittoria di due Gran Premi del Motocross delle Nazioni?

“Quando invecchi, diventa tutto più difficile. Tutti dicono che prima o poi arriva un calo. Non so se questo sia vero, ma so che è sempre una questione di sensazioni e di pressione. Quando sei giovane e devi dimostrare qualcosa sei sotto pressione, ma alla fine è così anche quando diventi uno dei più grandi. E Tony è uno dei più grandi. Per dimostrare di essere grande devi vincere titoli e per vincere a ripetizione devi sostenere una grande pressione.

L’ho visto in Tony e anche in Valentino Rossi, ad esempio: cerchi di avere successo anche col passare dell’età e questa cosa ti consuma, hai la sensazione che ogni gara sia l’ultima e corri con la costante sensazione che il tuo tempo sia passato. Penso che bisognerebbe stare più calmi nel dire ad un pilota che sta invecchiando. Non credo proprio che sia una questione di età. Abbiamo visto Tony vincere dei Gran Premi quest’anno, quindi sappiamo che ne è ancora capace, il problema è affrontare la consapevolezza che il tempo sta passando.

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Se io ho corso così tanto è perché mi divertivo nel farlo. Ho amato tutto ciò che ho fatto fino alla mia ultima gara. Penso a Villopoto, a Carmichael o a Dungey, che si sono ritirati a 26-27 anni: non mi sono mai capacitato di questo, io non ci sarei mai riuscito. Forse loro hanno percepito una sensazione di sazietà, una sensazione che non mi ha mai toccato finché non ho smesso. Nella mia ultima stagione ho iniziato ad assimilare ciò che ho fatto, a quel punto capisci che è finita. Ripensi a tutte le battaglie in cui sei stato coinvolto, ai risultati che hai raggiunto e al tempo che è passato. Quando non senti più quella voglia di uccidere chiunque pur di vincere, capisci che è finita. Ora, quando corro, non sento la pressione di una qualifica, di dover segnare un tempo, di dover correre una batteria. Non sento più la parte competitiva delle corse”.

A proposito di Cairoli, l’ultima stagione della MXGP è stata una delle più competitive e combattute di sempre e il parallelo con la stagione 2006 del Supercross, che vide lo stesso Reed lottare per il titolo con Ricky Carmichael e James Stewart fino all’ultima gara nello spazio di una manciata di punti, è immediato. Quali sensazioni si provano in queste situazioni?

“Quando arrivi all’ultima gara in pochi punti è snervante. Mi è dispiaciuto per Febvre, in momenti come questo sei davvero al massimo. La vittoria nella prima manche del penultimo Gran Premio è stata impressionante. Herlings è caduto ma non penso sia un fatto di fortuna o sfortuna, perché ad esempio nelle ultime gare Jeffrey è stato avvantaggiato dal fatto di avere due compagni di squadra che lo hanno aiutato, Tony lo ha fatto due volte. Per Jeffrey è stato positivo avere dei compagni di squadra in quel momento, senza di loro forse non avrebbe vinto. È sempre una questione di se e di ma, in questo caso”.

Un altro parallelismo osservato più volte in questi anni è quello tra lo stesso Herlings e Stewart, forse l’avversario più acerrimo di Reed. Per stile di guida, aggressività e approccio alle gare, l’olandese e “Bubba” hanno effettivamente molti punti in comune. Tuttavia, Reed resta un po’ scettico di fronte a quanto mostrato dal pilota KTM in questi anni.

“Jeffrey è un pilota fantastico, ma quando si parla dei piloti migliori di questo sport… non lo metterei ancora in questo gruppo. A livello di velocità certamente sì, ma il numero dei titoli non mente: ne ha vinti solo due. La classe inferiore è una cosa differente, quelli sono titoli che non conto mai ma magari poi vincerà i prossimi cinque, corre da tanto tempo e non è nemmeno così vecchio! Se si guarda ai piloti più dominanti, la dominanza implica il saper controllare una situazione e sapere in che modo vincere i titoli. Per quanto mi riguarda, non ha ancora raggiunto questo stato. Se si parla delle sue capacità in assoluto, sicuramente è già tra i più grandi.

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Un confronto con Stewart è difficile. Lui, come me e Tony, appartiene ad un’era differente rispetto a Jeffrey. Non voglio passare per irrispettoso perché non sto screditando quello che ha fatto Jeffrey, ma secondo me non fa ancora parte della categoria dei più grandi”.

Anche se aveva già preso parte a quattro eventi del campionato AMA 2002, si può dire che la carriera di Reed nella classe regina del Supercross si sia aperta ufficialmente proprio a Parigi nel novembre di quello stesso anno. Dopo 19 anni, considerando la sola specialità dell’indoor, nel palmarès dell’australiano figurano tre titoli statunitensi (125cc East nel 2002, 250cc/450cc nel 2004 e nel 2008) e due mondiali (2003 e 2008) oltre a 50 vittorie e 140 podi (record). Gli anni di massimo splendore del pilota del Queensland verranno ricordati per le battaglie con Carmichael e Stewart, i due piloti più vincenti nella storia del motocross professionistico americano. Ecco i suoi ricordi di quegli anni.

Il titolo del 2003 l’ho perso probabilmente perché non ho mai creduto di vincerlo. Non rientrava nelle mie aspettative. Vinsi la prima gara, feci secondo nella seconda e poi ebbi una gara difficile. Partii male, ero giovane e tutto quello che volevo era recuperare fino al primo posto ma conclusi sesto. Se si guarda alla differenza di punti a fine campionato (sette punti a vantaggio di Carmichael, ndr), quella gara fece la differenza. Stavo imparando e non cambierei nulla di tutto questo, perché fa parte della crescita, ma certamente pensavo di poter vincere, di essere forte come Ricky. Potevo vincere in quel 2003, non ci ho creduto abbastanza.

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Il 2004 fu la realizzazione di tutto. La moto, il team, era tutto fantastico. La Yamaha 2T era davvero eccezionale. McGrath la ‘costruì’, io la ereditai e in qualche modo la portai ad un livello superiore. È divertente ripensare alla mia gioventù: presi quella moto da Jeremy, che era il mio idolo, tutto ciò era davvero entusiasmante”.

E arriviamo ad un retroscena. Reed è stato vicino ad unirsi al team Suzuki già nel 2005, con quattro anni d’anticipo rispetto a quello che è realmente accaduto. La storia insegna, però, che dal 2005 sulla moto gialla salì proprio Carmichael, il quale proseguì nel dominio già instaurato con Kawasaki prima e con Honda poi. Reed non mostra rimpianti.

“Non ho mai avuto quel contratto in mano, onestamente. Mi limitai solo a guidare la moto. Credo che in Suzuki volessero Ricky e che Ricky volesse correre per loro, ma secondo me usò questa cosa anche per fare leva su Honda. Io ero la soluzione alternativa. Guidai quella moto e forse sarebbe stato meglio non farlo, perché a quel punto sapevo quanto fosse competitiva. Ricordava molto la Yamaha, ma il motore era migliore. La Yamaha 2004 aveva un buon telaio e un motore così così, nel 2005 fu l’opposto. Una volta provata la Suzuki e una volta restato in Yamaha, feci presente questa situazione: il motore migliorò, ma a livello di guida la Yamaha 2005 faceva piuttosto schifo”.

Tra le 61 vittorie americane di Reed, quella più bella e significativa risale proprio al 2005 ed è quella di Orlando: “Orlando fu la prima gara con me, Ricky e James in pista insieme. Non ho mai corso una gara con così tanto hype, la tensione si poteva percepire. Credo che quella serata abbia avuto un enorme significato per tutti e tre. Vincere è stato speciale perché a quel punto nessuno ti può più togliere questo onore, ho vinto la prima battaglia.

Ricky e James erano molto diversi ma allo stesso tempo anche tanto simili. La differenza principale è che James aveva più punti deboli di Ricky, per quanto pochi fossero. Anche nei momenti di difficoltà, Ricky trovava sempre il modo di recuperare e di vincere. Anche quando pensavi di essere al tuo massimo, lui riusciva sempre a dare quel qualcosa in più. James era abile, era incredibilmente veloce. C’erano giornate in cui ti rendevi conto che avresti rischiato di morire per andare forte come lui. In quelle giornate dovevi accontentarti di fare secondo e magari, proprio nel momento in cui rinunciavi, lui sbagliava. Il suo punto debole era la concentrazione, lo lasciavi andare perché ti rendevi conto che non potevi andare così forte e in quel momento lui cadeva. Ricky ha avuto incidenti anche più duri, ma sempre nel ‘momento giusto’: in qualche modo lui, per i main event, era sempre pronto. Nelle sue giornate storte era secondo o terzo e più secondo che terzo, questo è stato un grande insegnamento per me. Quando non si poteva vincere, bisognava essere costanti, sul podio, sempre”.

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Il motocross australiano ha conosciuto un’autentica esplosione negli ultimi anni. I nomi di riferimento sono ovviamente quelli di Jett e Hunter Lawrence, ma anche nel mondiale gli “Aussies” si sono distinti soprattutto con Mitchell Evans e Jed Beaton e in particolare sembra che gli australiani in generale preferiscano la strada europea a quella americana.

“Il motocross australiano è una metà via tra Europa e America, non è particolarmente sbilanciata da una parte o dall’altra e credo sia per questo che gli australiani hanno più successo in Europa. Ma se guardiamo al passato, quanti australiani hanno avuto davvero successo in Europa? Io, Jeff Leisk e Andrew McFarlane. Nessun altro ha vinto gare o ha lottato per i campionati. Andare forte e guidare bene è una cosa, vincere gare e lottare per i titoli è un’altra. Andrew ce l’ha fatta e in un certo senso anche io ce l’ho fatta, anche se non ho tecnicamente lottato per il campionato perché Pichon era troppo più forte. Se fossi rimasto anche nel 2002, avremmo visto se ne fossi stato davvero capace anche io. Hunter Lawrence ha corso bene in Europa ma non si è giocato un campionato. Ancora una volta: non voglio mancare di rispetto, ma i numeri non mentono”.

Al di là del discorso legato ai piloti australiani, l’Europa sembra diventata sempre meno appetibile per i piloti americani. Dopo l’esperienza di Ryan Villopoto, ben pochi piloti hanno deciso di attraversare l’Atlantico dall’America verso il nostro continente.

“Il motocross americano è difficile da replicare in Europa. Gli americani non hanno mai avuto bisogno di cambiare. Da amatori crescono su circuiti preparati come quelli dei professionisti e anche le squadre sono strutturate allo stesso modo. Le gomme Dunlop, ad esempio, sono le stesse per amatori e professionisti. Quindi quando un americano viene a correre in MXGP, il modo di guidare la moto e di affrontare i tracciati è molto diverso e adesso nessuno lo fa. Non perché nessuno voglia, ma semplicemente perché non ce n’è bisogno. Perché un americano dovrebbe venire a correre in Europa? Non c’è nessuna esigenza o bisogno, l’obiettivo è quello di vincere nel proprio campionato, la serie americana e quella europea sono talmente grandi che non c’è bisogno di correre altrove. Villopoto ha rappresentato l’eccezione, ma credo che non lo sia stato per scelta. Il Villopoto visto in Europa non è stato quello vero, se quel Villopoto fosse venuto a correre in Europa si sarebbe giocato il titolo, non ho dubbi”.

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L’ultimo pensiero, Reed lo ha rivolto alla sfida per il prossimo campionato di Supercross.

“Roczen ha bisogno di cambiare qualcosa, abbiamo visto quanto meriti di vincere un titolo ma in questi anni è sempre caduto sui dettagli. A questo livello non c’è bisogno di stravolgimenti, può essere anche solo un piccolo dettaglio a fare una grande differenza. Tomac ha cambiato squadra e penso ne avesse bisogno, forse in Kawasaki si era incrinato qualcosa.

Webb si è separato da Aldon Baker come allenatore… devo ancora vedere un pilota che si separa da Aldon e continua a vincere. Nessuno è mai riuscito a vincere come prima, dopo avere lasciato Aldon. In ogni campionato che mi sono giocato ho avuto a che fare con piloti allenati da Aldon, sicuramente Webb avrà avuto le sue ragioni ma la storia non mente. Anche se certamente, se vuoi una carriera longeva, non puoi sempre sottostare a quei ritmi di allenamento.

Non ho mai lavorato con Aldon ma se dovessi correre qualche gara a 40 anni, e ciò non significa che succederà davvero, vorrei farla dopo essere stato ad un suo bootcamp. Solo perché per 20 anni ho corso contro di lui. Sono stato molto vicino a collaborarci insieme: alla fine del 2010 lo chiamai dopo che aveva rotto con Stewart, ma Villopoto mi precedette di un giorno. Non mi pento di non avere mai lavorato con lui, ma sarebbe stato eccitante. Avrei voluto capire il metodo di lavoro di uno che è considerato tra i migliori nel suo ruolo”.

Immagini: Supercross de Paris Facebook, KTM Media Site, RacerX, Kawasaki Media Site, Pinterest

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