Stirling Moss, quando l’iride è un dettaglio

Lo chiamavano il “re senza corona”, quasi che la conquista del titolo mondiale fosse qualcosa di così importante per definire la grandezza di un pilota. In realtà Stirling Moss è egli stesso un titolo mondiale, che ha nobilitato con la sua carriera tutto il mondo dell’automobilismo. Era l’ospite d’onore di ogni rievocazione storica, dove gli venivano tributati i massimi onori che si riservano a chi, con le sue vittorie, ha saputo caratterizzare un’intera epoca sportiva. Del resto, quando era giovanissimo e sconosciuto, fu un certo Tazio Nuvolari ad avvertire gli addetti ai lavori, suggerendo di tenerlo d’occhio. Mai profezia fu più azzeccata; anni dopo, Enzo Ferrari dichiarò: «La mia opinione su Moss è molto semplice: è l’uomo che ho ripetutamente accostato a Nuvolari».

Insieme ad Ascari, Moss fu l’unico a tener testa al Maestro, il cinque volte campione del mondo Juan Manuel Fangio, oltre ad essere l’unico straniero, oltre a Caracciola, a vincere la Mille Miglia. E lo fece alla sua maniera, col record della gara che è rimasto per sempre imbattuto, e con un accorgimento che spiega una volta di più come Stirling sia stato l’anello di congiunzione tra la sua epoca e quella dei piloti “moderni”: aveva provato attentamente tutto il percorso, con al suo fianco il giornalista Denis Jenkinson, il quale trasfuse tutti gli appunti su un foglio arrotolato in una scatola: in pratica, un vero e proprio road book con le “note” del tracciato, come fanno i moderni navigatori nei rallyes. E in gara non ce ne fu per nessuno, con Moss che smentì anche il noto proverbio italiano: chi arrivava primo a Roma poi perdeva la corsa. Stirling invece arrivò nella Capitale davanti a tutti, e al traguardo di Brescia inflisse mezz’ora al secondo arrivato. Chi? Proprio Juan Manuel Fangio.

Nei Gran Premi, Moss vinse guidando le auto di Case di consolidato prestigio come la Mercedes e la Maserati, ma anche le nascenti Vanwall, Cooper, Lotus, cioè la nuova Inghilterra da corsa che si apprestava a colonizzare i il mondo della F1, devono a Stirling Moss la loro definitiva consacrazione. E pazienza se i titoli mondiali li vincevano gli altri. Quando al GP del Portogallo ’58 il suo avversario Mike Hawthorn, secondo al traguardo, stava per essere squalificato per manovra irregolare dopo un’uscita di pista, fu proprio Moss a scagionare il rivale, chiedendo ai commissari di evitare qualsiasi provvedimento: un gesto oggi inimmaginabile e che gli costò il titolo, ma che la dice tutta su quale fosse lo spirito con cui l’inglese concepiva il confronto agonistico. Nonostante quattro secondi posti in Campionato, continuò a correre senza complessi, guidando le vetture che l’amico Rob Walker gli metteva a disposizione: un piccolo team privato che spesso e volentieri batteva la squadre ufficiali usando quelle che oggi chiameremmo vetture-clienti, sfiorando ancora il titolo mondiale e realizzando imprese al limite come le vittorie a Monaco e al Nurburgring, percorsi che esaltano il pilotaggio: su quelle piste nel 1961 con la Lotus di Walker riuscì a battere le potentissime Ferrari, che dominarono il resto del Campionato.

Se n’è andato serenamente il giorno di Pasqua, mentre fu in un giorno di Pasquetta che la sua splendente parabola in F1 si fermò bruscamente: il lunedì in Albis nel ’62 a Goodwood un incidente lo tenne per mesi lontano dalle piste. Quando si calò nuovamente in un abitacolo, ebbe il coraggio di ammettere che la velocità non gli sgorgava più in maniera naturale, ma era il prodotto di uno sforzo razionale. Non aveva senso continuare, senza poter più correre alla sua maniera. Moss restò comunque nel suo mondo, magnifico ambasciatore dell’automobilismo e ultimo testimone di un’epoca irripetibile, senza disdegnare apparizioni agonistiche nelle categorie più disparate, fino ad annunciare il definitivo ritiro all’età di 82 anni. In questa Pasqua surreale, noi appassionati ci sentiamo tutti un po’ orfani di Stirling, che con la sua immensa classe e con la sua simpatia umana ha costituito per decenni il nostro più sicuro legame con quell’epoca, gladiatoria ma entusiasmante, in cui Moss seppe costruire la sua leggenda: vola tranquillo, Sir Stirling, noi continueremo a raccontarla per sempre.


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Francesco Ferrandino
Sono nato il 16 maggio '76, quando la Ferrari fece doppietta in Belgio con Lauda e Regazzoni: in quel momento i miei cromosomi hanno avuto una decisiva mutazione. Nascondendomi talvolta dietro il nickname "sundance76", continuo tuttora a predicare per le vie del web una singolare religione: la Storia delle Corse Automobilistiche.

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