Speriamo sia “Sprint” anche nello sparire

Che le qualifiche non siano più quelle vere almeno dalla fine del 2002 lo sappiamo e l’abbiamo detto negli anni. In primis per detronizzare la Ferrari dal ruolo di dominatrice si è partiti, nel 2003, con rivoluzioni abbastanza contestabili come Parco Chiuso, punteggi rivisti in favore dei “calcolatori”, qualifiche a giro singolo, giro sommato (un abominio), giri con quantitativo di benzina per l’inizio di gara, per poi passare alle tre “Q” dove, per assurdo, un giro in Q2 potrebbe essere più veloce di quello della Q3 che vale la Pole. Quindi, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, anche “queste” qualifiche non sono il massimo a disposizione per il concetto di giro più veloce.

Ma, detto questo, mai nessuno si era permesso di ribaltare il concetto di qualifica com’è stato fatto in questa occasione, che si spera vivamente abbia la stessa vita dei tentativi ad eliminazione andati in scena (per sole due gare, infatti) nel 2016. Mai si era arrivati a promuovere, con una forza esilarante e a tratti sconvolgente, un format che niente ha a che vedere con un weekend di Formula 1. Un format che possiamo paragonare ad una giornata di serie A nella quale le porte vengono allargate a 15 metri o una partita di tennis in cui il campo viene raddoppiato in dimensioni.

La Pole Position conquistata con un singolo giro cronometrato è uno dei concetti fondamentali della Formula 1, come la larghezza delle porte o il numero dei giocatori nel calcio, le dimensioni di un canestro, il diametro di una pallina di un qualsiasi altro sport. Insomma, la Pole Position è il giro singolo, punto. Qualcuno vada a dire ad Ayrton Senna che oggi la Pole è stata assegnata ad un pilota che ha vinto una gara di 100 chilometri e attenda la risposta, che non può essere altro che “una cagata pazzesca”.

Che la Formula 1 sia in difficoltà dopo un anno disastroso per il mondo ed abbia necessità di allargare la sua fanbase lo sappiamo da quando Liberty Media si è impossessata del tutto, ma questo è decisamente troppo. Se anche questa Sprint Qualifying avesse regalato uno spettacolo emozionante, sarebbe comunque rimasta (ed è) una stortura, una forzatura ai fini televisivi contraria al buon senso, a concetti fondamentali, alla storia. E la storia, nello sport, deve essere sapientemente rispettata e non calpestata per grazia delle televisioni. Perché altrimenti si prende, si chiudono gli albi d’oro e si ricomincia da zero. E, visto che oggi è l’anniversario della scomparsa di Jules Bianchi, vorrei ricordare cosa succede quando le televisioni devono avere ragione a tutti i costi, ad esempio portare avanti gare con il diluvio, il buio e piloti che chiedono via radio di dare bandiera rossa e vengono ignorati. È sufficiente?

Le monoposto da corsa più costose del mondo sono state messe in pista ieri per una sessione di prove libere “seria” di un’ora, l’unica utile a fissare gli assetti, prima di essere messe in congelatore. Il tutto per poi andare in una qualifica che non era una qualifica, una sessione non valida per le statistiche ma solo a determinare la griglia partenza di una gara di 100 km che, in realtà, è una qualifica ai fini statistici anche se non lo è davvero. In mezzo, una seconda sessione di libere senza possibilità di toccare nulla sulle macchine, con piloti e team che non sapevano se provare le gomme per la gara-non gara o per quella vera, che fino a questo momento non si è filato ancora nessuno, come se non esistesse.

E poi arriva la fantastica Sprint Qualifying. Una minigaretta da videogioco, in cui vengono introdotte grafiche da videogioco, nella quale le emozioni sono due: la partenza sbagliata di Hamilton che regala la prima posizione a Verstappen e la partenza di Alonso. Il DRS sotto i due secondi è il doping per tentare di tenere tutti attaccati e creare uno show ancora più finto di quello che vediamo normalmente. Ebbene l’esperimento è naufragato dopo mezzo giro, ovvero dopo che Verstappen si è difeso da Hamilton alla Copse. Non ci si poteva aspettare altro, se non che qualche pilota ci rimettesse. È successo a Pérez e Sainz e la cosa passerà in sordina, ma se uno tra Hamilton e Verstappen si fosse trovato a dover partire dal fondo domani, oltre ad essere inutile questa garetta avrebbe contribuito a falsificare un mondiale.

Detto questo, la Sprint Qualifying che doveva rivoluzionare la Formula 1 ha prodotto un evento che non ha dato nulla in più. Diciassette giri “full gas” al pari di uno stint iniziale di una qualsiasi gara con i rifornimenti visti per quindici anni, in cui i primi tre hanno preso dei punti (per un test!), il vincitore per le statistiche è il Poleman, Pérez che si è qualificato quinto partirà dal fondo o dalla Pitlane.

Se è davvero questa la rivoluzione, possiamo tranquillamente farne a meno. Anche perché l’emozione della qualifica è tutta alla fine, quando gli ultimi rimasti in Q3 si giocano la Pole e non all’inizio, quando c’è la partenza; a meno di Safety Car e ritiri eccellenti che, forse, erano sperati per far sì che si rimescolassero le carte al grido di “viva il caos”. E qui non si tratta di essere passatisti o attaccati alla tradizione con la Super Attak, perché se le proposte fossero serie verrebbero anche prese in considerazione. Questa, semplicemente, è una porcata senza senso.


Faccio ora una parentesi seria sul format, perché ad una critica deve anche seguire un suggerimento. Mi direte “Ok, ti fa schifo, ma te come faresti?”. Bene, ve lo spiego. Attualmente abbiamo tre ore di libere tra FP1, FP2, FP3 (un’ora globale in meno rispetto all’anno scorso), un’ora di qualifica e la gara. Se l’intenzione è quella di rendere più interessante il venerdì allora la proposta è questa:

Venerdì: un’ora di FP1 al mattino e una prima mezz’ora di qualifica a giri liberi al pomeriggio. Gli ultimi dieci piloti vengono eliminati. Dalle ore 24 e fino alle 9 del mattino non si può più lavorare sulle monoposto.

Sabato: un’ora di FP2 al mattino, dopo la quale le monoposto vengono bloccate, ed una seconda mezz’ora di qualifiche al pomeriggio per i dieci piloti restanti, sempre a giri liberi e ripartendo dai tempi del venerdì. Nel caso di pioggia, si azzera tutto e i tempi validi sono quelli del sabato. Le macchine non possono più essere toccate fino alle 9 della domenica.

Domenica: mezz’ora di FP3 al mattino, nelle quali possono essere permesse una serie di modifiche di assetto in vista della gara, che parte come di consueto al pomeriggio. Nessun obbligo di partire con le gomme usate in qualifica, nessun obbligo di usare almeno due mescole.

Ovviamente si tratta di una proposta molto superficiale, ma anche in questo modo il venerdì assumerebbe maggior interesse e fino alla domenica mattina, magari con un tempo atmosferico diverso, si potrebbe tentare un azzardo a livello di assetto.


Tornando alla critica ora la domanda è una: dove vogliamo andare? Abbiamo già tolto qualsiasi significato al giro più veloce in gara, che diventa preda di piloti che si fermano a due giri dalla fine per conquistare un punto, distruggendo anche le classifiche di gara. Abbiamo presentato il concept di una monoposto che avrà parti standard e strizza l’occhio al monomarca da qui a 10 anni. Adesso stiamo tentando di trasformare la qualifica in una gara. Il prossimo passo? Ce l’ho! Trasformare la gara della domenica in una qualifica! Così chi fa il miglior tempo prende 25 punti, in meno di un’ora ce la caviamo e l’utente medio, che si annoia se non viene sconvolto da eventi allucinogeni ogni cinque minuti, perde meno tempo davanti alla TV.

Se queste sono le intenzioni, la Formula 1 e chi la governa hanno tutto il diritto di introdurre qualsiasi rivoluzione. Il gioco è il loro, decidono loro. Ma, visto che la libertà di stampa resta sacra, da questo blog continuerò a dire e sostenere, senza cambiare idea ogni sei ore come piace tanto fare al giorno d’oggi, che si sta cercando di distruggere uno sport trasformandolo in uno show casuale ed imbarazzante, come quello che stiamo vivendo in questo weekend. E lo dirò con tutta la forza che questo strumento mi metterà a disposizione.

Immagine: Twitter / F1

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