Schumi, sette anni di attesa e un errore da evitare

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Uno Schumi che manca, uno in arrivo. L’errore più grande sarebbe (é già) trattarlo da surrogato

Sembra passata un’eternità e lo è. il 29 dicembre per una grande fetta degli sportivi da quattro ruote è una data da cancellare. Per chi in quella giornata ha quasi perso un pezzo di passato è un pugno dello stomaco ad ogni giro di calendario.

Sette anni di attesa, notizie, fantasie. Ed ancora bugie, rilanci, invenzioni diventate mezze verità miste ad ipotesi, foto ricercate con l’inganno, conti in tasca e chi più ne ha più ne metta.

Sette volte dopo il 29 dicembre è sempre quel ricordo triste di qualcuno che sappiamo che c’è ma è come se non ci fosse, di un nome che quest’anno è risuonato più volte associato ai record sbriciolati, ad un passaggio di testimone con Hamilton che lo metterà per certi versi in secondo piano.

Alla fine ce lo chiediamo tutti come sta Michael, con la differenza tra il pretendere di sapere ed il rispettare chi non vuole che le voci scorrano inesorabili, dando il là ad una piena digitale che potrebbe assumere proporzioni incontrollabili. E poi, anche se sapessimo, cosa cambierebbe all’atto pratico? Avremmo soddisfatto una semplice curiosità, in alcuni casi una vera e propria fame morbosa.

Di Schumi, allora, preferisco ricordare com’era e quello che ha dato, limitarmi ad associare avvenimenti a gare e viceversa, restare nella consapevolezza di quanto sia stato influente per oltre la metà della mia vita, dando ad un certo punto il là alla voglia di scrivere ed arrivare dove sono ora.

Sette anni dopo il figlio che lo accompagnava in quella giornata maledetta è pronto ad entrare nel mondo che l’ha visto dominare per intere stagioni, con un carico di attesa inimmaginabile ed un errore che già in tanti hanno commesso.

Che il ritorno del nome Schumacher in Formula 1 sia buona cosa per tutti – ed intendo proprio tutti nella lunga catena del Circus – è più che scontato. Quello che mi preoccupa è esattamente quello che ho visto soprattutto nell’ultimo periodo. Mick viene già trattato come un surrogato: tramite lui si crede di rivedere il padre e, forse, si pretende o si spera di rivederne anche le gesta.

Non ci potrebbe essere errore peggiore. Ci sono innumerevoli dettagli nei quali l’eredità è chiara e lampante: un’ombra su un muretto, la camminata vista da dietro, le mani giunte sul podio. Anche se, per chi ha voglia di rimanere di sasso, per la somiglianza vera bisogna cercare un’immagine recente di Gina Maria.

Ma non si può e non si deve pretendere la discendenza diretta anche in pista, perché questa Formula 1 non è più quella di una volta, perché Mick non è Michael, perché a fare le spese di un’aspettativa esagerata e magari esageratamente disattesa sarebbe soprattutto lui.

Così come fa sorridere sentire domande impegnate su chi sia per lui il più forte di sempre (cosa volete che risponda?!) o sul destinatario delle dediche di questo o quel podio, cercando di strappare una risposta che, fortunatamente, Mick è abbastanza furbo da evitare.

Nulla di cui stupirsi, evidentemente: fa tutto parte del pacchetto quando decidi di diventare pilota di Formula 1 e sei figlio di chi è stato il più vincente per lustri. Eppure c’è quella vena di tristezza nel vedere un ragazzo trattato come una potenziale gallina dalle uova d’oro senza aver ancora iniziato la sua avventura sul palcoscenico più importante.

Forse, tutto questo protezionismo deriva da un affetto naturale chiuso a quattro mandate oltre cinque anni fa, quando ho iniziato a seguirlo in silenzio immaginandone il dramma pubblico e privato, la voglia di non parlare di quell’argomento pur essendo l’appiglio utile a tutti per affrontarlo. Non capisco con quale coraggio e quale forza mentale sia riuscito ad arrivare fin qui e non so cosa sarà da ora in poi. Spero solo che sia in pace con se stesso e sappia vivere la sua carriera scrollandosi di dosso tutto quello che arriverà.

Era con papà quel giorno di sette anni fa, sarà senza di lui al via della sua prima gara. Ci penserà, ci penserò: sperando ci pensi anche Michael, prima di tutti noi.

Immagine: Ansa foto

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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