SBK | Intervista esclusiva a Tommy Bridewell: “Ho detto per scherzo al team manager che avremmo dovuto correre nel mondiale. Mezz’ora dopo eravamo dentro”

Di: Francesco Gritti
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Pubblicato il 30 Luglio 2026 - 21:00
Tempo di lettura: 10 minuti
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SBK | Intervista esclusiva a Tommy Bridewell: “Ho detto per scherzo al team manager che avremmo dovuto correre nel mondiale. Mezz’ora dopo eravamo dentro”
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P300.it ha intervistato Tommy Bridewell, pilota di Superbike Advocates Racing, durante il Round Emilia-Romagna del WorldSBK

da Misano Adriatico – Tommy Bridewell è un rookie decisamente atipico per il mondiale Superbike, sia per l’età (ad agosto compirà 38 anni), sia per il suo percorso nel mondo del motociclismo, che lo ha portato ad essere un contendente al titolo del BSB per molti anni prima della vittoria della serie britannica, arrivata nel 2023. Tommy ha parlato della sua lunga carriera, del suo approdo al WorldSBK e delle sue idee per il futuro in questa lunga intervista svolta durante il Round dell’Emilia-Romagna. Buona lettura.

Ciao Tommy, è un onore averti qui ai nostri microfoni. Cominciamo quest’intervista parlando di come tutto è cominciato. Come è nata la tua passione per le moto?

“La mia passione per le moto è nata quando ero bambino. Non mi ispirava soltanto la velocità, ma anche e soprattutto la sensazione di libertà che ti dà guidare questo mezzo. La moto è nel sangue della mia famiglia. Ho cominciato a correre in minimoto prima di passare alla 125cc e alla Yamaha R6 Cup inglese, un campionato da cui sono usciti tanti piloti e nel quale ho mostrato una certa velocità. Dopodiché ho fatto il salto in Superbike nel 2007, quando ero ancora giovane. Quella è stata una grande opportunità per me, anche se, da un certo punto di vista, non mi ha permesso di affinare le mie abilità in un ambiente che ti permette di correre con poca pressione addosso. Certo, le aspettative alte e la pressione sono aspetti positivi, però mi hanno messo in difficoltà all’epoca. Ho partecipato anche alla prima parte della Superstock 1000 europea nel 2009 prima di tornare nel BSB. Da quel momento in poi ho provato diverse volte a conquistare il titolo, che finalmente sono riuscito a portare a casa nel 2023, anno in cui ho guidato la Ducati Panigale V4 R di PBM.”

Possiamo definire naturale la tua crescita nel BSB. Con il titolo che hai vinto nel 2023 ti sei tolto ogni soddisfazione possibile oppure pensi che avresti potuto di fare di più in Gran Bretagna?

“Avrei potuto ottenere il titolo prima, ne sono sicuro, ma è facile dirlo in retrospettiva dopo aver vinto. Sono sempre stato da solo nella mia crescita. Non ho mai avuto un rider coach o degli aiuti di questo genere, quindi a volte ho preso la decisione giusta e altre quella sbagliata, dato che sono umano anche io. Probabilmente, ciò che ha rallentato la mia progressione sono state proprio delle decisioni bizzarre o sbagliate che ho preso lungo il mio percorso, ma, in fin dei conti, il mio obiettivo è sempre stato quello di conquistare quel titolo. Non avevo altro su cui puntare all’epoca, dato che raggiungere quell’obiettivo è sempre stato ciò su cui ho focalizzato tutta la mia attenzione.”

Per quanto tu sia un pilota molto esperto, non hai mai svolto una stagione completa nel WorldSBK. Perché hai deciso di venire in questo campionato?

“Ho preso la decisione molto tardi, praticamente all’ultimo minuto. Avevo già partecipato a diversi round del mondiale con il costruttore con cui ho corso precedentemente, quindi, in ogni caso, conoscevo già molte persone di questo paddock, dove, se devo essere sincero, mi sono sentito abbastanza a casa ogni volta che ci sono entrato. La decisione definitiva è arrivata a Portimao, dove, in realtà senza alcuna ragione, ho detto per scherzo ad Alan (Jackson n.d.r.), il team manager, che avremmo dovuto correre nel mondiale invece di andare nel BSB. Durante quella giornata stavo usando una moto in specifica WorldSBK che Lee Khouri, il nostro team owner, aveva comprato da Ducati, che tra l’altro ci stava supportando durante quel test. Nonostante stessi scherzando, Alan è tornato da me dopo mezz’ora dicendo che Lee aveva accettato di fare il mondiale! In quel momento ho dovuto affrontare la realtà dei fatti, dato che non sapevo dove avremmo potuto essere. Le mie performance precedenti in questo campionato non hanno rispecchiato il mio potenziale e, quindi, non sono stato in grado di dimostrare le mie capacità. Onestamente, a livello di guida, non sapevo nemmeno cosa avrei potuto ottenere. Quando l’opportunità si è materializzata, abbiamo iniziato a parlare con Ducati. Subito dopo i test, gli abbiamo chiesto se, dato il cambio di programma, avrebbero potuto supportarci e darci una mano. Fortunatamente erano molto contenti della nostra scelta. La gara a Portimao, per noi, è stata difficile per diverse ragioni. Prima del mio debutto stagionale, infatti, non ho corso su una Ducati per due anni ed ero su una moto nuova di un team appena fondato e con uno staff con cui non avevo mai lavorato. Durante quel periodo, io, Alan, Lee e Neil (Young n.d.r.) abbiamo comunicato molto per costruire quella che a tutti gli effetti è la nostra infrastruttura. Siamo fortunati ad avere dalla nostra parte Mick Shanley. Molto prima che cominciasse tutto questo, Mick mi aveva chiesto se ci fosse un’opportunità per lavorare con me, e, appena mi è venuto in mente ciò, ho chiesto ai ragazzi di controllare se lui fosse disponibile a entrare in squadra perché, in caso, sarebbe stato di grande aiuto per noi. Dopo i colloqui iniziali, entrambe le parti erano felici e, di conseguenza, Mick è salito a bordo. Guardandomi alle spalle, posso dire sia davvero utile averlo con noi, anche perché il team non aveva davvero alcuna esperienza nel mondiale. Fino a ora è stata una bellissima avventura e un bel capitolo della mia carriera. Lungo il nostro percorso ci stiamo ponendo degli obiettivi realistici in modo da non uscire di testa e cogliere a braccia aperte ogni opportunità che ci si presenta davanti.”

Che storia intrigante! Vorrei chiederti ora una domanda più tecnica. Quali sono le principali differenze tra una Superbike in specifica WorldSBK e una in specifica BSB?

“La differenza più ovvia, che conoscono anche i fan dei campionati, riguarda l’elettronica. Nel mondiale, questa parte è molto sviluppata, mentre nel BSB non hai aiuti, quindi mancano l’anti-impennata, il launch control, il TCS, il limitatore di coppia e tutte queste cose qua. Inoltre, molte persone ritengono che il campionato inglese regali delle gare ‘vecchia maniera’. Abbiamo visto tutti i video dei traversi di Hayden o Stoner a Valencia e, mi ricordo che anni fa dissi anche io che non dovremmo avere il controllo di trazione. Ora, però, credo che questo aiuto elettronico ci sia anche per una questione di sicurezza. Con queste moto, i controlli non servono solo per andare più veloce, ma sono un vero e proprio supporto per il pilota, che lo rendono più ‘al sicuro’. Ora, infatti, ho cambiato idea. Da un altro punto di vista, una differenza tra il BSB e il mondiale è il supporto che ti dà Ducati. Avere altre 8 moto in griglia permette a me, in quanto pilota, e al team di migliorare molto velocemente. Ducati ha capito il modo in cui supportare le sue squadre, che sono tutte alla pari, sia a livello tecnico che in quanto a supporto. Sai, è come se fosse un libro aperto. Parte della nostra decisione di andare nel WorldSBK è dipesa proprio da questo fattore. Ci è sembrato, infatti, che il marchio fosse molto più propenso a supportarci se avessimo deciso di correre qui rispetto al BSB. Insomma, sicuramente ci avrebbero dato una mano, ma non avevamo certezze su quanto ci avrebbero aiutati e fino a dove si sarebbero spinti nel farlo. In quanto si tratta di un programma ufficiale, Ducati tiene molto a vedere tutte le sue moto nelle prime posizioni nel mondiale.”

Pensi che la differenza di supporto data da Ducati al BSB sia data dalla presenza ridotta del marchio sulla griglia?

“Posso dire che nel BSB non sono presenti team supportati da alcun costruttore in via ufficiale, ad eccezione di Honda, mentre nel WorldSBK ogni marchio ha il proprio team factory, che sia BMW, Yamaha, Honda, Bimota, Kawasaki oppure Ducati, i quali possono comunque supportare anche delle squadre private. In Inghilterra, ogni team è capitanato da un individuo che vuole gestire una o più moto, il quale si occupa anche della ricerca degli sponsor e delle modalità con cui ritiene sia possibile correre. Basti pensare che c’è una grande differenza fra le singole moto. Ad esempio, quelle di Kyle (Ryde n.d.r.), Glenn (Irwin n.d.r.) o Scott (Redding n.d.r.) sono quasi delle factory, mentre quelle di Leon (Haslam n.d.r.) o Storm (Stacey n.d.r.) sono derivate direttamente dalla serie. Penso che, quando un costruttore supporta un team o un campionato, ci mette sempre molto impegno.”

Per quanto riguarda i ritmi, ti sei abituato al WorldSBK?

“Devo imparare ancora parecchie cose, dato che ci sono alcuni ambiti in cui le mie performance non sono al livello di quelle degli avversari. Ducati può vedere i miei dati e, in quanto squadra legata alla casa di Borgo Panigale, possiamo capire dove migliorare a livello di guida. Se devo essere sincero, non tocchiamo molto a livello di setup. Se ti dicessi cosa cambiamo penseresti quasi che stiamo con le mani in mano mentre aspettiamo la sessione successiva perché, diciamoci la verità, non abbiamo bisogno di fare grandi modifiche. Certo, bisogna fare qualche aggiustamento a livello di elettronica per aiutare il mio adattamento, ma si tratta sempre di seguire dei ‘riferimenti incrociati’ con gli altri team. Qualche volta si segue ciò che chiedo, altre volte, invece, no. Capita, infatti, che richieda alla squadra di fare delle modifiche che vanno in un’altra direzione rispetto a quella che seguono i miei avversari. In quel caso gli chiedo di non darmi quello che mi sembra giusto, visto che, se sono l’unico che esige un determinato tipo di regolazione, sto andando nella direzione sbagliata. Ecco perché analizzo il motivo per cui la mia richiesta è fuori luogo. Ci sono molti momenti in cui può succedere, come ad esempio quando sento di star migliorando ma non batto il cronometro, ma non solo questo. Come ti ho detto in precedenza, bisogna essere realistici con i nostri obiettivi. Siamo quasi arrivati all’alta classifica, cosa che non avrei potuto prevedere qualche mese fa e che ha aggiunto della pressione a me e al team, dato che ora le aspettative sono più alte rispetto a, per esempio, tre weekend fa. Credo che, per mantenere la nostra posizione e il nostro livello, io debba fare un passo in avanti a livello di guida. Penso che certi circuiti mi aiuteranno, mentre altri mi ostacoleranno. In fin dei conti, se sono consapevole delle aree in cui mi posso migliorare, non sono all’oscuro di cosa devo fare.”

Da quanto ho capito, il segreto della competitività e della crescita di tutta la squadra Advocates è la comunicazione quindi…

“Sì. Credo che Lee (Khouri n.d.r.), il team owner, ci tenga parecchio a mantenere un’atmosfera familiare. Questa squadra non è enorme ed è formata da appassionati che vogliono vincere o, comunque, sentirsi soddisfatti del proprio lavoro e di quello dell’intera equipe. Se sei qua, non lo fai solo e unicamente per prendere uno stipendio senza tenere conto di come va in pista. Il successo del team, e quindi la velocità che stiamo dimostrando, è frutto del lavoro di persone che vogliono che la squadra sia competitiva, nessuno escluso. I miei meccanici, il mio crew chief e tutti gli altri non vogliono altro che vedere me e la squadra raggiungere i nostri obiettivi, e questo fa la differenza. C’è un’atmosfera familiare, ed è quella che Lee vuole e si aspetta dal suo team. Penso che finora siamo stati in grado di adempire questa sua volontà.”

Sono molto contento di ciò. Dati i risultati che hai ottenuto finora, ti sei posto un obiettivo preciso per il 2026?

“Adesso sì, ma prima ti avrei detto che avremmo dovuto continuare a lavorare in questo modo senza puntare a un risultato preciso. Il mio obiettivo è sempre stato quello di migliorare continuamente, ma farlo ora, dati i livelli che abbiamo raggiunto, è parecchio difficile. Per fare un esempio, abbiamo concluso Gara 1 ad Aragon in quinta posizione, quindi, se continuiamo a progredire con questo ritmo, potremmo trovare presto la vittoria, o, comunque, ridurre di molto le distanze dai primi. Sarò realista, non accadrà, però, dati i risultati precedenti, dobbiamo sfruttare il momentum e mantenere il metodo di lavoro che abbiamo utilizzato in Spagna, oltre, dal mio punto di vista, a continuare a guidare in quel modo, per mantenere intatta la nostra crescita. Non è una questione di piazzamenti, non è che ora voglio finire quarto. Sono molto realista, quindi ti dico che sarei contento di portare a casa altre top 10. Sono sicuro di me stesso e conscio delle mie capacità attuali in quanto pilota, oltre a quelle di moto e squadra, quindi, se le cose vanno a nostro favore, non c’è alcun motivo che ci possa impedire di diventare presto campioni indipendenti. Questo sarebbe uno scenario da sogno, certo, ma, se sei tra i migliori indipendenti, hai delle possibilità concrete di salire sul podio. Non avrei mai pensato che queste parole potessero uscire dalla mia bocca, dato che non avrei mai potuto sperare di essere già a questi livelli. Ci siamo posti degli obiettivi estremamente ambiziosi, quindi, realisticamente, se continuiamo a percorrere la strada giusta possiamo iniziare a lottare per il podio. Per quanto mi riguarda, il mio focus è mantenermi fisso in top 10. So che molte persone potrebbero non capire, ma per ottenere un risultato simile nel mondiale Superbike, o per arrivare anche a punti, se vuoi il mio parere onesto, devi avere una velocità allucinante. Se devo essere sincero, penso che dovremmo comunque essere vicini ai nostri compagni di marca.”

Vorrei uscire un attimo dal discorso che stiamo facendo con la prossima domanda. Qual è la tua pista preferita?

“La mia pista preferita? Ti direi Imola, in Italia. Mi piacciono molto le piste storiche. Anche l’infrastruttura e il circuito sono tenuti molto bene. Certo, a livello di sicurezza siamo abbastanza al limite con queste moto, ma se ci fosse la possibilità di tornare a Imola un domani lo farei sicuramente.”

Mi sarei aspettato una pista inglese, sono piacevolmente colpito. Purtroppo, però, il nostro tempo insieme sta per giungere al termine. L’ultima domanda che ti farò è: qual è il sogno di Tommy Bridewell?

“Non avrei mai pensato di correre nel WorldSBK, quindi perché non puntare ad arrivare in MotoGP? (ride) Penso di aver raggiunto il picco che la mia carriera mi abbia permesso, almeno per ora, il che è fantastico, dato che nulla, in passato, mi faceva presagire di poter essere qui in questo momento. Sono sempre stato uno che si accontenta di poco, ma, al contempo, un gran lavoratore, perché avrei sempre voluto ricoprire il mio ruolo attuale. Penso che la mia carriera sia al picco e sento che, finché manterrò la forma, la determinazione e l’impegno, sia a livello fisico che mentale, posso continuare a crescere nel mondiale Superbike.”

Ringraziamo Tommy per l’intervista e Heather di Advocates per averci permesso di incontrare il pilota.

Media: Bonora Agency (Andrea Bonora e Micaela Naldi)

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