Rossi e Vinales: se un decimo di secondo decide la tua vita

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Valentino Rossi e Maverick Vinales potevano non essere più con noi. A deciderlo un decimo di secondo

A cinquanta chilometri all’ora, velocità alla quale – più o meno – si percorre il tornantino di curva 3 del Red Bull Ring, in un decimo di secondo si percorre un metro e 39 centimetri. Arrotondiamo ad un metro e mezzo.

Un decimo di secondo è un tempo non calcolabile. Puoi contare mezzo secondo, magari due decimi e mezzo. Ma, se provi a scandire con le dita sulla scrivania un secondo, dieci tocchi non riesci a farli. Due sì, quattro anche. Dieci è impossibile.

In atletica, se un atleta ha un tempo di reazione inferiore al decimo di secondo allo sparo, la partenza viene considerata falsa.

Un decimo di secondo, ieri, ha salvato almeno una vita tra quella di Valentino Rossi e quella di Maverick Vinales. In quel metro e mezzo che balla tra un decimo e l’altro c’è la moto di Franco Morbidelli che, totalmente impazzita, passa esattamente nello spazio che separa le due Yamaha di Valentino e Maverick. Una MotoGP pesa circa 160 kg. Non ho idea della velocità alla quale è passata tra le due M1: mi viene da dire almeno 150 all’ora, ma poco importa. Qualsiasi fosse la velocità, possiamo solo immaginare cosa si è rischiato.

Pensarci fa venire i brividi. Un decimo prima o un decimo dopo avrebbe potuto provocare una tragedia per uno o per l’altro, oltre che per famiglie, amici, milioni di tifosi, il mondo del motorsport intero. Un decimo prima, un metro e mezzo più indietro, sarebbe toccato a Maverick. Un decimo dopo, un metro e mezzo più avanti, sarebbe toccato a Valentino. Non si scappa, non c’è un’alternativa.

Chiamiamolo come vogliamo: miracolo, fortuna, caso. Ciò che è certo è che ieri abbiamo assistito ad uno dei più grandi jolly del mondo del motorsport. Perché quel decimo di secondo è il simbolo di un evento incredibilmente positivo, di almeno una vita ancora con noi. Oltre alla moto di Morbidelli, lo stesso concetto si può applicare a quella di Zarco, che ha sfiorato a sua volta Maverick. Ed anche loro, Franco e Johann, possono ritenersi miracolati dopo un volo del genere. Non è andata bene, è andata di lusso.

La reazione di Valentino è di chi ha visto la morte in faccia. La foto di Maverick che lascia il manubrio e si porta le mani al casco fa spavento ancora adesso che tutto è passato. Non so come si possa tornare in sella dopo un evento simile. Tutto quello che si vuole: è il loro mestiere, sono pagati per rischiare, va bene. Ma una scena del genere ti segna. E per Valentino, che corre da 25 anni, è il terzo evento “traumatico” dopo la frattura della gamba al Mugello nel 2010 e l’incidente del Sic nel 2011. Anche quel giorno lo sguardo era quello di chi aveva visto, capito.

Da queste situazioni si capisce che basta davvero un nulla per rompere un equilibrio e far crollare un castello. Un niente per spezzare una vita e provocare una tragedia. Valentino invoca rispetto riferendosi a Zarco, il grande imputato di questo dramma mancato. Ma il rispetto deve esserci anche da fuori, da chi guarda e spesso si lascia andare a commenti superficiali, idioti, roba da tifo becero che non dovrebbe essere ammessa. Questi ragazzi rischiano, tanto, ogni volta che salgono in moto o – per quanto mi riguarda – in macchina. Meritano rispetto ogni volta in cui abbassano la visiera, vincono, perdono, sbagliano o fanno magie. Sono come noi ma al tempo stesso non lo sono.

Ieri siamo stati fortunati, non sappiamo quanto. Sarebbe potuta essere una giornata funesta per tutto il motorsport e ce la siamo cavata con un immenso brivido lungo la schiena. Il tutto per un decimo di secondo. Un tempo così piccolo, incalcolabile, capace però di fare tutta la differenza tra la vita e la morte.

Chiudo con un dettaglio curioso. Parlavo del Sic, prima. Ecco, i numeri di Valentino e Maverick, sommati, fanno 58. Non sono uno che ci crede ma, nel caso, è una bella coincidenza.

Immagini: Facebook/MotoGP.com

MONOPOSTO by SAURO

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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