Quando il tono era adeguato

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Un altro volto del giornalismo sportivo se ne va. Con lui, un modo di raccontare che manca

La scomparsa di Gianfranco De Laurentiis riporta la mente agli anni in cui la professionalità giornalistica nei confronti dello sport in questo paese aveva tutto un altro tipo di approccio rispetto ad oggi.

L’immagine che ho scelto credo che in molti saranno in grado di ricollocarla nel tempo, ricordandosi dov’erano e con chi. Era il 1° maggio 1994, gli eventi di Imola erano ormai noti al mondo nonostante l’assenza di internet. Alla Domenica Sportiva De Laurentiis (assistito da una giovane Antonella Clerici) e, in collegamento, Mario Poltronieri, analizzavano il weekend che – ancora non potevano immaginarlo – avrebbe chiuso la prima era della Formula 1 per aprire la seconda, quella che stiamo vivendo adesso. Si era già dovuto fare i conti con la giornata del sabato e la scomparsa di Ratzenberger, con l’incidente di Barrichello del venerdì che ancora risuonava nell’aria. A pensarci ancora adesso sembra incredibile che tanti avvenimenti così negativi si siano racchiusi in un solo weekend.

Questa immagine racchiude un modo di affrontare lo sport da parte del giornalista che, se non in rarissimi casi, non esiste più. So che sembra il solito discorso da vecchio, da “la mia generazione era meglio”. Forse lo è: pensare che da questa immagine, che ricordo nitidamente, sono trascorsi più di 26 anni, un po’ di vecchiaia me la fa sentire. Eppure c’era una fondamentale differenza tra il modo di quel tempo di raccontare e quello che viviamo ora; nel motorsport come in tanti altri eventi, sia chiaro.

Il giornalista, telecronista o quello che vogliamo, era gli occhi e le orecchie del telespettatore, non un protagonista aggiunto dell’evento. Raccontava, curiosava, spiegava. Ora è tutto diverso. Non è più al servizio dello sport ma a quello del telespettatore. Mi spiego meglio con un esempio: tempo fa ho assistito ad una mezza diatriba in diretta tra telecronista ed utente social, che lamentava una cronaca troppo frivola dell’evento. La risposta è stata che bisogna parlare anche per chi non conosce e non sa nulla, magari, di tecnica. Ecco, questo è uno degli errori più grossi di questa generazione di cantori dello sport. Chi si vuole appassionare lo fa anche per i dettagli, per la curiosità e la voglia di capire cosa c’è dietro le quinte. Uno sport merita di essere raccontato nel dettaglio (per questo parlo di “essere al servizio dello sport”) e, nel caso dei motori, ci sono componenti tecniche che non possono essere ignorate solo perché la casalinga di Voghera o lo spettatore occasionale non afferra il concetto. Per appassionarsi bisogna avere voglia di capire, altrimenti sono macchine con quattro ruote nere e basta. Per questo ci sono altri canali.

Un’altra grande differenza era nell’enfasi delle telecronache. Il tono era pacato, mai oltre un certo limite. C’erano delle pause, dei momenti in cui a farla da padrone erano i motori. E, anche nei frangenti più concitati, il telecronista sapeva abbinare lo stupore personale al rigore professionale, in modo da essere il più preciso possibile e far “vedere” al telespettatore tramite i suoi occhi competenti; trasformandosi, così, in un ponte immaginario tra il divano di casa e la pista, a migliaia di chilometri di distanza.

Il telecronista accompagnava lo spettatore per mano restando idealmente al suo fianco, non davanti su un palco e con un megafono oscurando lo spettacolo. Il tono pacato era la normalità, non un’eccezione. Niente strilli, niente urla smodate ad ogni mossa, nessuna necessità di dover giocare col volume per mantenere un livello adeguato o, con le possibilità odierne, di dover passare all’ambientale. Il tutto per la necessità di conquistare un pubblico che – tornando al motorsport – non ha forse più la stessa passione di un tempo, quando a 14 anni si chiedeva lo scooter a mamma e papà mentre ora basta lo smartphone oppure – roba recente – il monopattino.

Ecco perché, rivedendo queste immagini, un po’ manca quel periodo. Diverso, meno evoluto, per qualcuno magari arcaico. Ma con valori, competenze e professionalità che si fa fatica a ritrovare un quarto di secolo dopo.

MONOPOSTO by SAURO

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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