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Otto anni e molto di più, nel bene e nel male

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Otto anni fa davo il via a Passione a 300 all’ora uscendo da un’esperienza che mi aveva lasciato l’amaro in bocca. Ero da solo e dal mio vecchio portatile – che ho tenuto per ricordo – partì il primo di oltre 13.000 articoli che ora popolano questo sito. È nato come un blog di opinione, è diventato un sito di informazione motoristica che sin dal primo giorno ha messo al primo posto la verità delle informazioni, la correttezza e una deontologia giornalistica a cui nessuno di noi era tenuto, perché nessuno qui era giornalista fino a poco tempo fa.

Negli anni Passione a 300 all’ora si è rinnovato nel logo, nella grafica, nell’organizzazione dei contenuti. Abbiamo sempre cercato di innovarci e di trovare nuove soluzioni mantenendo, però, sempre quella linea di racconto. Crediamo, nel nostro piccolo – piccolissimo – di esserci riusciti per quelli che erano i nostri obiettivi.

Continuare non è facile: perché in questi anni il mondo dei social ha dato una legnata allucinante ai siti web e all’informazione in generale, accorpando tutto ed il contrario di tutto in un unico contenitore, con i suoi pregi – pochi – ed i suoi difetti – tantissimi. Mantenere un sito web al giorno d’oggi è controproducente, farlo come facciamo noi è da martellate sui coglioni, e scusate il francesismo. Perché, quando aprite un articolo su questo sito, quello che vedete è solo la punta di un iceberg.

L’immagine di copertina non è un errore tecnico ma l’immagine del server dove si spende molto più tempo che per scrivere, almeno per quanto concerne me e chi con me gestisce la parte tecnica di questo baraccone. Roba da nerd, certo, e l’utente finale – quello che legge – non è tenuto a saperlo. Preme però sottolineare che quando si legge qualcosa da qui, quel qualcosa ha alla base un lavoro immenso. Ecco perché, quando il fenomeno di turno commenta solo il titolo, viene voglia di chiudere baracca.

Dicevo che tutto questo è controproducente. Perché da qualche anno a questa parte basta aprire una pagina su Facebook, prendere foto qua e là, mettere il testo e non bisogna preoccuparsi di nient’altro. Non ci sono server, codici, regole, copyright, deontologia, indicizzazione, seo, aggiornamenti, competenze, nottate, nomi, cognomi, obblighi, spese, fatture, abbonamenti, login e password a decine. Nulla di tutto questo. Si prende, copia-incolla e si va. E poi arrivi tu che pubblichi un articolo sulla tua pagina e devi pagare per farlo vedere. Cordialmente, vaffanculo.

Abbiamo deciso di fare a meno di Facebook puntando su altro, ma il problema non è solo il social di turno, diventato ormai uno strumento di marketing e non di condivisione. È la visione dell’informazione ad essere distorta.

Quei principi sui quali abbiamo fondato la nostra linea di racconto sono andati anch’essi a farsi benedire. Non interessa la verità, non interessano le notizie certe.

Si cercano indiscrezioni, si prendono per oro colato notizie false, scoop gettati a decine nella speranza di azzeccare qualcosa. Si dice tutto ed il contrario di tutto, in modo da prenderci una volta tanto. Nell’informazione di oggi non esiste memoria storica, perché è il metodo social che l’ha azzerata. Lo storico non esiste, il pregresso non conta ma interessa solo quello che si dice sul momento. Se oggi è bianco domani può essere tranquillamente nero e nessuno verrà a contestare nulla. Da qui nascono i fenomeni del web.

Perché allora continuare? Bella domanda. Negli ultimi due anni ho pensato seriamente un paio di volte di smetterla con il fegato marcio, anche dopo aver visto come funziona il bullismo digitale nelle redazioni. C’è stato un momento in cui ho creduto di non aver più niente da dire o da fare ed ho continuato per inerzia, finché non mi sono convinto a prendermi quello che mi spettava di diritto.

In questi otto anni (dieci e mezzo, per me) sono raccontabili più le esperienze negative che quelle positive. Alcune di queste sono addirittura esilaranti nel lasciare senza parole. Nonostante tutto si continua perché si crede in quello che si fa. È il principio fondamentale per portare avanti tutto quello che è stato costruito in questi anni.

La squadra che compone questo sito è fantastica, allineata. Senza i ragazzi probabilmente avrei meno pensieri, perché avrei molte più ore a disposizione durante la sera e lo dico con molta onestà. Non mi piace come viaggia l’informazione oggi, non mi piace come viene veicolata, non mi piacciono i modelli di riferimento. Ma sono troppo orgoglioso di quello che abbiamo fatto per lasciare così: perché questo sito è la rappresentazione di quello che per noi è fare informazione – motoristica in questo caso – in modo corretto e serio. È una piccola isola in cui mi ritiro e nascondo da quello che di sbagliato vedo al di fuori. Evidentemente non posso farne a meno.

Auguri a noi, sperando che un giorno la ruota giri.

PS: anche quest’anno, come sperava qualcuno, si chiude l’anno prossimo.

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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