Nostalgia galoppante

Oggi ricorre il ventennale del quarto iride di Schumi. Era il 2001. Budapest, Ungheria: vittoria e titolo. Quello dell’aggancio a Prost, del record di 51 vittorie raggiunto in condivisione col Professore, dell’inizio della rincorsa alla cinquina di Fangio.

Il mondiale vinto ad agosto prima di quello vinto a luglio: sinonimi di dominio ma con storie diverse. Il 2001 è il titolo conquistato in solitaria, doppiando tutti in classifica compagno compreso. Il 2002, invece, sarebbe stata una cavalcata di squadra, come il 2004.

Gli anni passano inesorabilmente. Cinque, dieci, poi quindici ed ora venti. Ciclicamente ci si trova a ricordare lo stesso evento con esperienza e vita in più sulle spalle. Cresce la consapevolezza di aver vissuto quel periodo, così come quella di una Formula 1 ormai completamente trasformata, lontanissima parente. A volte ci si chiede se ha senso continuare a seguirla, tant’è la diversità nell’approccio e nel fine tra ciò che ora è uno show e quello che, al tempo, si viveva, magari solo in parte, ancora come uno sport.

La risposta, almeno la mia, è che al momento è impossibile abbandonare dopo trent’anni che tutto questo fa parte del quotidiano. Anche se potrebbe non aver senso, anche se si sta facendo di tutto per renderla l’ombra di se stessa, la F1 da queste parti accompagna le domeniche da tanto, troppo tempo per riuscire a staccare la spina.

E sono le giornate come questa, con i ricordi che riaffiorano, a rafforzare il legame invisibile con un mondo che mi ha affascinato, conquistato e portato a volerne parlare, o per meglio dire scriverne. Al tempo stesso cresce la nostalgia, la voglia di rivedere le gare di una volta e di tornare per un paio d’ore bambino o ragazzo. Rigettarsi in un’immagine sgranata in 4:3, riassaporare quelle piste, quelle macchine, le tante menate in meno, motori tanto forti da dover abbassare il volume.

E poi c’è lui, l’idolo di una vita. Il punto di riferimento che, rivincendo quelle gare tutte le volte che le rivedi, fa sentire ancora di più il peso della sua tremenda assenza. Michael manca inesorabilmente a tutti, anche a chi non lo poteva vedere. Manca alla sua famiglia, al suo Mick che oggi corre lì dove lui ha vinto tutto. Manca ai suoi amici, al suo mondo, a milioni di tifosi. Ma è come se ci fosse sempre, tanta è la forza del suo lascito.

Ma non solo. Perché, col tempo, non è solo la nostalgia di Michael a farsi sentire ma quella di tutto quel mondo e di tutti quei piloti, avversari duri o meno che fossero. È così che, ora, grazie all’esperienza provo una sincera simpatia nel rivedere un Alonso lottare come un leone o un Montoya ai box di Le Mans con i capelli grigi e qualche chiletto in più. Quindici anni fa mi avrebbero dato del pazzo, me lo sarei dato anche io.

Ma questo è l’effetto del tempo che scorre, alleviando le rivalità, facendo crescere il rispetto per chi era avversario e la nostalgia per un tempo che non ci sarà più ma, contemporaneamente, sarà sempre con noi. Con il privilegio, almeno per quanto mi riguarda, di averlo vissuto nel pieno degli anni migliori.

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