Non è Charles a doversi scusare

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Non è Charles a doversi scusare

Non è stupido commettere un errore, ma sentirsi in obbligo di non farne di 28 Aprile 2019, 00:39
Alessandro Secchi

"Sono uno stupido, sono uno stupido" ripetuto almeno dieci volte tra team radio ed interviste del dopo qualifiche. Charles Leclerc si arrabbia, se la prende con se stesso, si scusa con tutti, anche con i muretti presi ripetutamente a ruotate in queste prime due giornate azere. Si assume tutte le responsabilità di un botto come se si sentisse in obbligo di essere perfetto, di non sbagliare mai. Fa quasi tenerezza.

Ed è proprio qui che sbaglia. L'errore fa parte di un processo di crescita, è anzi essenziale per capire e per capirsi. Chi non lavora non sbaglia mai, si dice. Non è stupido commetterne ma sentirsi in obbligo di non doverne fare. E qui entra in scena tutto ciò che c'è attorno e che rischia da settimane di alterargli la percezione, le sensazioni, le motivazioni, le prospettive. Charles Leclerc è un talento pazzesco, un diamante pregiato da maneggiare con cura. Correre per la Ferrari per un pilota è forse la cosa più bella, una consacrazione professionale. Raggiungerla a 21 anni implica onori ed oneri. I primi sono quelli della gioia, della soddisfazione personale per essere parte di un mondo che tanti sognano per una carriera intera senza arrivarci. Nel caso di Leclerc, oltretutto, si parla di un vero e proprio allevamento durato anni. I secondi, invece, sono quelli che possono rendere gli aspetti positivi un vero e proprio incubo.

Si dice che in Ferrari le pressioni aumentano, si moltiplicano per l'importanza del team, il blasone, la risonanza mediatica. Si viene catapultati in una storia a parte all'interno di una carriera. Per questo Charles Leclerc, al momento del suo arrivo a Maranello, aveva il sacrosanto diritto di essere dipinto e presentato come un giovane che aveva innanzitutto bisogno di fare esperienza e crescere in pace, non di diventare da subito il nemico interno di quello che la Ferrari stessa aveva indicato come prima guida ma che l'opinione pubblica aveva, invece, già detronizzato. 

È bastato il team order dell'Australia a far saltare il banco, con il monegasco esordiente in Rosso "costretto" dietro quello che sarebbe in teoria il suo caposquadra in difficoltà con la macchina. Un ordine visto come un primo sopruso già alla prima gara. In Bahrain ci ha pensato lo stesso Charles a disobbedire alla richiesta del team di restare due giri dietro al compagno, passandolo subito. Nessuno ha sollevato alcuna questione. Avrebbe vinto, probabilmente stravinto, ma poi sappiamo com'è andata. In Cina altre polemiche per aver lasciato passare Vettel e per quei team radio concitati, poi abilmente diplomatizzati nel dopogara. Arriviamo alla quarta gara: Leclerc assaggia due volte i muri al venerdì ma nonostante questo fa segnare il miglior tempo e quindi niente, bene così. Poi arriva il botto delle qualifiche per il quale il monegasco si assume tutte la responsabilità del mondo, anche quelle che non ha.

Perché siamo di fronte ad un problema di difficile risoluzione. Charles Leclerc, al momento, è già la prima guida della Ferrari. Non lo è nominalmente, ufficialmente, ma così è deciso da tempo. Lo si capisce nel leggere di lui, nel paragonarlo a Gilles accostandogli la stessa Febbre, nel modo in cui viene esaltato qualsiasi suo gesto e vengono prese le sue difese. Lo si è capito chiaramente nelle prime tre gare. Vettel ha esaurito i gettoni con tifosi e media nostrani non dal Bahrain, neanche da Hockenheim, forse già dalla fine del 2017 e lo capisci quando, dopo quattro anni di permanenza, per molti non merita neanche di essere scortato alla prima gara con la monoposto che non gira come dovrebbe. Quindi inutile pretendere dal tedesco chissà quale miracolo quando ormai è popolarmente scaricato e non si aspetta altro che un errore per chiederne la testa.

Per quanto si dica che i piloti siano dei professionisti e che non si curino di ciò che succede al di fuori, sono sicuro che sia l'esatto opposto. E così come Vettel sente probabilmente da mesi di non essere più amato - situazione nella quale ha contribuito attivamente ad infilarsi - sono convinto che Charles senta da settimane l'ulteriore peso che l'opinione pubblica sta appoggiando con non troppa delicatezza sulle sue spalle da 21enne, quello di essere ormai il punto di riferimento nonostante il palmares di chi ha di fianco. Quale può essere il risultato? Esattamente quello visto in qualifica, con un Charles che spinge per due giorni come un forsennato esasperando i rischi in un posto poco cortese con gli sbagli. 

Scusarsi per l'errore, tecnicamente suo, è sintomo di maturità, concretezza, educazione. Ma in quella frenata ritardata e quella voglia di cacciare comunque dentro la macchina in uno spazio che non c'è, per come la vedo io, c'è tutto un peso aggiuntivo che deriva da tutto tranne che da Charles. Un peso del quale non dovrebbe essere lui a scusarsi.

Domani farà un garone, magari partendo con le medie andrà pure a podio. Ma qui si sta rischiando davvero grosso e spero che qualcuno se ne accorga.



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