National | L’esperienza americana di Antonio Cairoli: tanto spettacolo e qualche rimpianto

Prestazioni in progressione, tre holeshot, un forte colpo ad un ginocchio e un po’ di amaro in bocca per la gestione di un’esperienza che avrebbe potuto fruttare qualcosa in più


“È il momento di tornare a casa! È stata una super esperienza: anche se è stata difficile, non essendomi preparato, mi sono divertito tantissimo a correre i primi round del National. Ringrazio i fans americani, KTM USA e KTM Factory Racing per avere reso questo possibile e per avermi dato il massimo supporto”. Con questo post sul suo account Instagram, Antonio Cairoli si è congedato dalla sua prima esperienza nel campionato americano di motocross.

Un’esperienza protrattasi per quattro appuntamenti e grazie alla quale il nove volte campione del mondo si è finalmente misurato con un mondo di cui ha sempre voluto far parte. Non è un mistero, infatti, che sin dalla giovane età Cairoli abbia avuto il desiderio di gareggiare dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, inseguendo quel sogno americano che fa un po’ parte di ognuno di noi. Se poi il soggetto in questione è un pilota di motocross, il concetto di “American Dream” è molto più importante di quanto un comune mortale non possa immaginare.

Cosa ci ha offerto questa avventura a stelle e strisce del pilota più vincente dello scorso decennio iridato? Cosa ci ha lasciato Cairoli in questo mese di gare? Il motocross al giorno d’oggi offre sempre tanti spunti di riflessione e tra queste righe analizzeremo gli aspetti caratterizzanti di queste otto manche disputate dal campione siciliano tra i grandi d’America.

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Un po’ di amaro in bocca è rimasto, non c’è dubbio. Cairoli poteva diventare il primo pilota italiano a salire sul podio in un campionato professionistico di motocross americano e non ci è riuscito per sei punti, nell’insolitamente calda Lakewood, sulla pista di Thunder Valley che invece gli disse piuttosto bene nel Nazioni di 12 anni fa (secondo e quarto di manche, battuto solo da Ryan Dungey nella classifica individuale della MX1). Si dice che la storia sia solita ripetersi: quel Nazioni si concluse con l’Italia al quinto posto a sei punti dal podio, lo stesso identico risultato ottenuto da “Tony”.

Una delle principali chiavi di lettura di questa esperienza è stata sottolineata dallo stesso Cairoli e, va da sé, non è un dettaglio trascurabile: l’assenza di una vera preparazione, quando ti devi confrontare con piloti di altissimo livello e in piena attività, è destinata ad essere un enorme svantaggio. Dal suo ritiro ufficiale arrivato a novembre 2021, Antonio ha disputato solo una prova del Trofeo KTM (di enduro, per giunta) prima di lanciarsi nella mischia contro piloti reduci da 17 round di Supercross e pertanto con un ritmo di gara drammaticamente superiore. La preparazione “competitiva” di Cairoli è durata all’incirca un mese, prima della partenza per la California.

E qui si giunge ad una prima conclusione: l’annuncio dell’impegno americano di Cairoli, datato 21 aprile, ha coinciso grossomodo con l’inizio del programma di allenamenti in vista delle gare che avrebbe dovuto affrontare in seguito. Chi pensava che dietro le quinte ci fosse una pianificazione più ampia si sbagliava: l’indubbia professionalità e meticolosità di Cairoli non potevano essere sufficienti, da sole, a raggiungere grandi risultati da subito. Un modus operandi differente è stato utilizzato con Ryan Dungey, dapprima annunciato per due round come Cairoli ma subito “esteso” a tutta la stagione a fronte anche dello stop di Cooper Webb: sin da subito è apparso come il campione del Minnesota fosse più “fresco” rispetto a Cairoli, nonostante la ancora più lunga inattività, segno che probabilmente qualcosa per il #5 si era già mosso prima del vero e proprio annuncio del ritorno alle gare a differenza del pilota italiano.

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Quello di Cairoli è stato vissuto dai più come un viaggio, uno sfizio da togliersi a conclusione di una carriera leggendaria. Non si può tuttavia pensare che un pilota del calibro del #222, un autentico animale da competizione, maniacale fino al midollo nella gestione di un evento di gara, abbia affrontato il National come una passeggiata di salute con il semplice scopo di divertirsi. E qualora ci fosse stato qualche dubbio, Cairoli lo ha chiarito dopo Thunder Valley nel podcast di RacerX con Steve Matthes: “High Point sarà la mia ultima gara per il momento, poi vediamo cosa si può fare. Rimarrei qui molto volentieri ma non corro per semplice divertimento, a volte si vuole ricevere anche qualche ricompensa…”.

L’accordo con KTM per correre il National non è mai stato, di fatto, tale. KTM ha messo a disposizione di Cairoli una moto ufficiale e il suo team americano per prendere parte a due appuntamenti, poi diventati quattro, senza un contratto vero e proprio. L’unica fonte di reddito da queste uscite nel campionato outdoor sono stati i premi messi in palio dall’AMA per i piazzamenti in gara, usanza in voga anche nel mondiale fino ad una ventina di anni fa e poi (tragicamente) abolita. Si può quindi trarre un’ulteriore conclusione, ossia che Casa e pilota abbiano affrontato questa esperienza con visioni differenti: la prima con la semplice volontà di ricompensare il secondo per i tanti successi di questo decennio, tramite la realizzazione di un sogno; il secondo con il desiderio di mostrare ancora il proprio valore nonostante un ritardo di preparazione, magari colmandolo tramite la disputa di più gare.

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La confusione organizzativa di KTM sorprende. In tema di motocross Mattighofen è sempre stata un colosso non solo prestazionale ma anche di pianificazione, pertanto destano perplessità le programmazioni annunciate e in seguito modificate sia di Cairoli che di Dungey. In una stagione nerissima per gli “arancioni” su entrambe le sponde dell’Atlantico, è mancata una vera e propria capacità di reagire e da questo punto di vista anche lo stop definitivo di Jeffrey Herlings ha colto di sorpresa la quasi totalità del paddock, quando molti addetti ai lavori apparivano convinti di un pronto rientro da parte del campione MXGP in carica. E anche in questo caso, secondo voci di corridoio, il fatto che il pilota olandese resti davvero ai box per tutto il 2022 non è così scontato…

Appurato che il “non essendomi preparato” scritto da Cairoli nel suo post sia quasi un’espressione all’acqua di rose, cosa ha proposto Antonio in pista? Le premesse sono già state chiarite e analizzando i suoi risultati, esclusa per forza di cose High Point, Cairoli se l’è cavata più che egregiamente.

Il dato più immediato che emerge, riguardo le prestazioni della KTM #222, è quello dei distacchi a fine manche: un minuto e mezzo e un minuto e 25 secondi nelle due manche di Pala, 53 e 45 secondi a Hangtown, 25 secondi in gara-1 a Thunder Valley. L’unica corsa in controtendenza è stata la seconda del Colorado, terminata a 43 secondi da Ken Roczen ma con una seconda parte di gara in totale controllo visto l’ampio vantaggio già maturato sugli immediati inseguitori e i problemi respiratori (dovuti all’altitudine, condizione insolita per Cairoli) patiti per tutto il weekend. Nel complesso, pur con una preparazione carente, i progressi di manche in manche sono stati più che tangibili e questo è un chiaro segnale di come, col passare delle settimane, il podio (per non espanderci oltre) non sarebbe stato assolutamente una chimera.

Conscio che il ritmo di gara non fosse quello dei quattro piloti che si giocheranno il campionato per tutta l’estate, Cairoli ha deciso di puntare anche sullo spettacolo. Da qui la scelta della “scoop tyre”, una copertura più morbida (studiata soprattutto per superfici più soffici) e molto efficace nell’immediato che gli ha permesso di infilare tre holeshot di fila tra Hangtown e Thunder Valley. La costante del #222 in testa alla prima curva avrà sicuramente risvegliato la memoria degli appassionati di più vecchia data, memori di quella prima stagione full-time di Cairoli nel mondiale MX2 (2004) quando gli holeshot dell’allora Yamaha del messinese erano all’ordine del giorno.

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Purtroppo l’holeshot non è arrivato nella gara-1 di Mount Morris, conclusasi con una manovra piuttosto azzardata nei confronti di Christian Craig nel tornante a sinistra posto subito dopo il rettilineo che attraversa perpendicolarmente quello di partenza. Nella caduta, Cairoli si è procurato una distorsione ad un ginocchio già infortunato in passato e a quel punto guidare efficacemente è divenuto impossibile. La seconda manche si è conclusa con un altro ritiro dopo pochi minuti, di conseguenza.

Cosa rimane, dunque, della realizzazione del sogno americano di Cairoli? Con un’organizzazione più capillare e studiata, i risultati sarebbero potuti essere anche migliori di quanto effettivamente visto perché, come evidenziato, i progressi sono arrivati già nel giro di tre settimane. Anche solo con un mese di preparazione fisica in più, il #222 avrebbe potuto correre alla pari con i riferimenti del motocross americano ridando peraltro smalto ad una KTM che a livello di 450cc è ferma ad un solo successo da gennaio (Marvin Musquin nel Supercross a Saint Louis) e sta vivendo un 2022 da dimenticare.

Nonostante i quasi sei mesi di inattività, Cairoli è parso tuttora materiale da grandi palcoscenici e se dovesse lasciarsi alle spalle l’incidente di sabato c’è ancora la prospettiva di una Maglia Azzurra su cui al momento pende il punto di domanda creato dall’infortunio di Alberto Forato ad Ernée. Si correrà a Red Bud (pista che verrà affrontata dal National la prossima settimana…), dove nel fangoso e italicamente tragicomico Nazioni 2018 Cairoli fu buon protagonista.

Saranno settimane di prospettive interessanti e chissà, il sogno americano potrebbe essere semplicemente entrato in una fase di dormiveglia…

Immagini: KTM Media Center

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