NASCAR | McDowell: “Non mollare mai. Questa è la morale della favola”

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Seguono le dichiarazioni di Michael McDowell dopo la conquista della Daytona500 del 2021


La cronaca della gara


Avresti mai potuto credere che dopo oltre 300 gare senza una vittoria alla fine questa sarebbe arrivata e proprio alla Daytona500?

E’ incredibile, vero? Voi lo sapete bene, è stato un percorso difficile per me. Ho dovuto lottare per molti anni per arrivare fin qui, però negli ultimi quattro anni sono stato più competitivo ed ho avuto più occasioni con il Front Row Motorsports e Bob Jenkins. Daytona è sempre stata buona con noi, siamo arrivati nella top10 e nella top5, ci eravamo già andati vicini. All’ultimo giro ci sono state occasioni in cui ho fatto la scelta sbagliata, scelto la corsia sbagliata o spinto l’auto sbagliata. E’ molto difficile essere al posto giusto al momento giusto e per questo conquistare qui la mia prima vittoria è semplicemente incredibile.

Vorrei solo ringraziare tutti coloro che hanno permesso questo. Non è stato semplice e ci sono stati dei momenti in cui mi sono chiesto cosa stessi facendo e perché. Ma ho sempre saputo che solo continuando a lottare un giorno tutto si sarebbe sistemato e sarebbe andato bene, tuttavia più vai avanti e più ne dubiti.

Parlando di cosa è successo verso curva3 all’ultimo giro, era ovvio che saresti stato della partita perché era tutta la gara che stavi spingendo e Keselowski contava anche su di te. Pensavi di avere solo questo ruolo oppure credevi di avere davvero una chance di vittoria?

Devo essere onesto, avevo una strategia prima del via. Non sai mai se poi sarai nella posizione giusta per sfruttarla perché nel frattempo può succedere di tutto, come finire subito nel big one. Avere un piano è bello, ma non sempre funziona. Però arrivando agli ultimi 10 giri ero in una buona posizione, non esattamente quella che volevo, poi però c’è stato un rimescolamento e Custer ha fatto una mossa che mi ha permesso di avanzare.

Brad e io siamo stati insieme e all’inizio dell’ultimo giro ero nella posizione che volevo, volevo spingere la #2 per tutto l’ultimo giro fino all’uscita di curva4 e lì uscire dalla sua scia all’interno o all’esterno, ma comunque volevo restare con Keselowski perché sapevo che anche lui avrebbe dato tutto. Sapevo che non sarebbe stato lì a correre prudentemente. [Brad non ha mai vinto la Daytona500, ndr]

Sapevo anche che non avrebbe attaccato a tre giri dalla fine affiancando Logano o Harvick, sapevo che sarei dovuto solo stare attaccato al suo paraurti e questo mi avrebbe dato un’opportunità quando lui avrebbe fatto la sua mossa. Poi all’improvviso si è creato un buco davanti a me, non so nemmeno cosa sia successo.

Brad e io siamo andati a sinistra avendo uno slancio incredibile e l’unica cosa che so è che Brad stava andando fuori a destra e Joey a sinistra ed io ero in mezzo a loro, ho guardato nello specchietto ed ho visto Elliott che stava arrivando, l’ho bloccato nel modo più rapido che potessi. Credo anche che ci siamo toccati leggermente e poi da quel momento in poi tutto si è annebbiato.

Quando correvi con i kart qui vicino a Glendale avresti mai potuto immaginare che avresti vinto questa gara?

No, mai. Da quando sono bambino ho sempre sognato di fare il pilota. Non sapevo come sarebbe stato o dove sarei finito, poi la mia carriera è iniziata in monoposto e sugli stradali [McDowell è stato campione nel 2004 dell’attuale Indy Pro 2000 Championship, il terzo gradino della gavetta dopo IndyCar e Indy Lights, ndr], poi ho avuto una chance con le stock car e sono grato per averla avuta. Sapevo che sarebbe stato difficile per raggiungere la vetta, mi sono sentito di nuovo come un bambino. Ho sempre sognato di diventare un pilota ma mai di vincere la Daytona500.

Questi festeggiamenti a causa del COVID sono stati strani e non hai potuto farli normalmente. Come li hai vissuti?

L’unica gara con cui posso fare il confronto è la mia vittoria in Xfinity Series a Road America. Sì, è stato diverso, però… non so. Penso che sia solo significativo essere qui in queste circostanze diverse e che comunque sarà un ricordo indelebile. La cosa più difficile probabilmente è il fatto di non avere mia moglie ed i miei figli al mio fianco. Hai così poche chance di essere qui e a me ci sono voluti quasi 400 tentativi. Sarebbe stato bello festeggiare con loro qui, però lo faremo domani a casa.

Pensavi che avresti vinto questa gara?

So che può sembrare che sia pazzo, ma io ho pensato sempre che avrei potuto vincere questa gara e quando non è successo in passato ci ripensi e ti dici “Avrei potuto fare questo, avrei potuto fare quest’altro e allora magari avrei avuto una chance di vittoria.” Quindi già da prima io e il mio team ci parliamo, soprattutto con Drew [Blickensderfer, il suo crew chief].

Abbiamo parlato anche del fatto che se avessimo continuato a metterci nella posizione buona, nella top5 arrivando all’ultimo giro, alla fine prima o poi sarebbe andata come volevamo. Non so se mi spiegherò bene, ma arrivando all’ultimo giro non stavo pensando al fatto che avrei vinto la gara. Non penso che i piloti lo facciano mai, ma comunque stavo facendo tutto quello che potevo per vincere.

Parlaci del contatto all’ultimo giro

Stavo spingendo Brad, all’ultimo giro sicuramente ti incolli al paraurti e spingi più forte che puoi. Gli ho dato un’ultima spinta più forte e per fortuna ci siamo staccati perché poi non so cosa sia successo fra Keselowski e Logano [Brad si è spostato leggermente a sinistra tentando un attacco e Joey ha bloccato con quel leggerissimo ritardo che ha portato al contatto disassato, ndr], però ha creato quel gap sufficiente a farmi passare in mezzo a loro, altrimenti sarei finito addosso alla #2.

Queste fasi della gara funzionano così, qualche volta dai una spinta leggermente più forte e mandi l’auto che hai di fronte ancora più avanti, Brad e io avevamo un grande slancio ed è andata così. Ho visto il replay una sola volta e dovete dirmi anche voi come è andata davanti alla fine.

Era la tua prima gara con Clayton Hughes come spotter. Dicci cosa ha aggiunto alla tua corsa e come ti ha aiutato.

Clayton [ex spotter di Truex, ndr] ha fatto un ottimo lavoro e come hai detto era la nostra prima gara insieme. Abbiamo trascorso molto tempo insieme al team riguardando gare degli anni scorsi parlando di quello di cui avremmo avuto bisogno per essere nella posizione giusta. Se senti Brad e Joey con i loro spotter hanno un ritmo così incredibile e sanno perfettamente quando bloccare le altre corsie.

E’ difficile ricreare questo in una sola gara. Ma penso che Clayton ed io abbiamo dedicato tutto il tempo sufficiente per arrivare pronti qui a Daytona. Ha fatto un ottimo lavoro ed avevo piena fiducia in lui con tutte le decisioni che ha preso. E’ incredibile che tutti i pezzi siano andati al loro posto, tutti i pezzi contano e lui è stato sicuramente uno che ha aiutato a mettere tutto insieme.

E’ passata circa un’ora dalla vittoria, ti sei reso conto veramente di cosa è successo?

Sì e no. Sono stato felicissimo e tutto quello che provavo sul momento lo avete visto, non ci credevo che avevo vinto la Daytona500 e lì sei solo in estasi, ora però sono solo più pacato e onorato di essere qua, anche se ancora incredulo. Quindi sì, è un mix di emozioni e se ci fosse stata qui la mia famiglia sarebbe stato ancora diverso. Come ho già detto sono grato di tutto quello che è successo. Quando ho perso il sedile della #95 del LFR [dopo il 2017 a favore di Kasey Kahne, ndr] non sapevo dove sarei finito. Finalmente dopo tanti anni avevo una vettura a tempo pieno e dei buoni risultati e pensavo che stavo finalmente ottenendo qualcosa e invece tutto è svanito in un attimo.

Bob Jenkins [solo omonimo del famoso commentatore TV, ndr] mi ha dato una chance sulla #34 sponsorizzata Love’s [catena di stazioni di servizio, ndr] e loro sono la spina dorsale di questo team dato che sono presenti da oltre nove anni, sono un partner incredibile. Anche se il Front Row Motorsports è già stato in victory lane con la #34 con David Ragan e Chris Buescher, in quelle rare occasioni Love’s non era sulla vettura e quindi è stato bello regalare questa vittoria anche a loro perché sono stati parte integrante della crescita del team.

Quando abbiamo parlato mercoledì scorso è stato molto divertente, parlavi dell’inizio di carriera umile e alla fine invece oggi ti sei riscattato tutto in un solo giorno. Cosa hai pensato quando hai realizzato davvero che avevi vinto la Daytona500?

Non so se l’ho ancora realizzato! Sì, come hai detto ne abbiamo parlato la scorsa settimana riguardo a cosa avrebbe voluto dire vincere, soprattutto dopo aver fatto una lunga gavetta. Essere nei playoff [non ancora matematicamente, ma statisticamente vedendo gli anni scorsi è così, ndr] e poter andare a casa portando il trofeo con me e condividerlo con mio papà, mio fratello e tutta la mia famiglia sarà davvero speciale.

So bene la portata di questa serata per te e per il tuo team. Quando sei nel mezzo di una striscia di oltre 300 gare senza una vittoria [alla fine è arrivata a 0 su 357, ndr], arrivi ad un momento – anche se so che sei un’ottimista fino al midollo – in cui ti viene il dubbio che non arriverà mai?

Lo so che sembra pazzo, ma no. Potreste chiedere a mia moglie perché lei è più realistica e lei pensa “Cavolo, non penso che possa succedere.” Per non so quale motivo io invece penso sempre che può accadere. Lo so che è così. Non so perché ho questo sentimento dentro di me, ma allo stesso tempo penso che se non ragionassi così all’arrivo in pista non avrei ragione di correre.

So che ci ho messo tanto tempo, la parte più dura è stata all’inizio della carriera con i team start&park e tutto il resto [24 DNQ e 34 gare concluse su 147 iniziate fra 2008 e 2013, ndr]. Però anche in quegli anni pensavo che un giorno avrei avuto la mia occasione buona e che sarei stato in grado di sfruttarla visto tutto l’impegno che ci avevo messo. Non ho mai perso la speranza riguardo a questo. Ogni settimana quando arrivo in pista penso che sia il weekend giusto. Ripeto, lo so che sembra pazzo, ma lo faccio e da molto tempo. Penso che il crederci che sia possibile sia una parte importante della carriera di un pilota. Se non ci credo vuol dire che non sono abbastanza bravo.

Quando penso all’ultima vittoria a sorpresa alla Daytona500 penso subito a 10 anni fa e a Trevor Bayne e lui è un altro pilota che ha una fede importante come te. Cosa ne pensi di Trevor e di quello che è successo a te oggi?

Non vedo l’ora di parlare con lui! Trevor è davvero un mio grande amico ed un pilota di talento. E quando penso a lui rifletto sul fatto che io fino ad oggi ho avuto sempre delle opportunità e invece un vincitore della Daytona500 e che ha un tabellino migliore del mio invece ora fa caffè. [Dopo l’interruzione del rapporto con il Roush Fenway nel 2018, Bayne e la moglie hanno aperto un bar a Knoxville, ndr] Dio ha un progetto per ognuno di noi ed io non ho mai avvertito che fosse giunto il momento per me di mollare. Ho sempre pensato che la vittoria sarebbe stata vicina e che dovevo metterci tutto me stesso per ottenerla.

Hai parlato del fatto del non mollare mai. Tornando indietro puoi raccontarci di qualche episodio del passato? So ad esempio del tuo contratto con il Michael Waltrip Racing che non è andato a buon fine. Se non mi sbaglio allora guidavi ogni tanto anche i motorhome degli altri piloti. Puoi darci un’idea di quanto in basso sei finito prima di arrivare qui oggi?

Non parlerei di un punto molto basso, perché in fondo è sempre questione di prospettive, vero? Quando ho perso il posto al MWR [2008, ndr] è stato difficile perché allora ero solo un giovane pilota appena arrivato in Nascar senza troppa esperienza. Non avevo mai guidato nella Truck Series e nemmeno nella Xfinity, avevo fatto una stagione nella ARCA Series con un po’ di risultati [secondo in campionato con quattro vittorie, ndr] e bam! sono stato scelto dal MWR [per sostituire la leggenda Dale Jarrett che aveva appeso il casco al chiodo, ndr], c’era poi un costruttore nuovo [era il secondo anno di Toyota in Cup Series, ndr] e semplicemente non ha funzionato.

E’ difficile recuperare dopo una situazione del genere e per fortuna sono stato in grado di guidare per Tad Geschickter e il JTG facendo un passo indietro in Xfinity Series. Tutto stava andando bene, poi attorno a metà stagione [quando era 11° in campionato, ndr] i soldi sono finiti e tutto è sfumato. Quindi ho iniziato a guidare per Brian Keselowski, il team start&park del fratello di Brad. Lui e suo padre Bob mi hanno dato una chance, e anche se abbiamo saltato qualche gara siamo andati in Iowa e siamo stati nella top10, idem a Bristol e al Watkins Glen. E lo abbiamo fatto con la stessa vettura. Lo ripeto così capite meglio, abbiamo usato lo stesso telaio a Bristol e al Glen.

Questi momenti sono quelli che ti ridonano la vita, senti che sei in fondo al barile e hai una buona gara. Poi ho corso con Randy McDonald e Phil Parsons che è stato uno che mi ha dato la possibilità di accumulare esperienza in Cup Series quando ne avevo bisogno, anche se non era per una gara completa ogni volta. Ho imparato molto con loro, così come con Tommy Baldwin e Dustin Whitney.

Quando vai in pista sapendo che non correrai è difficile. Come hai detto sì, per un po’ ho guidato il motorhome di Trevor, l’ho sempre fatto e ho guidato il mio motorhome fino a Daytona anche quest’anno. Ho fatto quello che potevo. Durante i tempi dello start&park ero alla sede del team ogni giorno lavorando sulle vetture così come Phil. Lo conoscete bene, però non potete sapere quante trasmissione abbiamo montato insieme sulla vettura prima di andare in pista. Abbiamo lavorato tutti lì per arrivare in pista in un modo o nell’altro.

Non direi che ci sono stati dei punti molto bassi nella mia carriera, anche quando mangiavo ramen pur di rimanere a galla nel giro, però quando ti presenti in pista sapendo… non so come dirlo, sapendo che sei di mezzo, solo occupando un posto, è difficile farlo settimana dopo settimana, anno dopo anno, e quindi devi sempre avere un obiettivo più grande. Per me è stato credere sempre che avrei avuto un’opportunità.

Quando guidavi il motorhome di Trevor era prima che vincesse la Daytona500, giusto?

Sì, poi ho lavorato aiutando [gioco di parole fra “driving coaches”, ovvero l’autista di motorhome, e “driving coach”, ovvero istruttore di guida veloce ma anche assistente dei piloti nei team, ndr] Ricky Stenhouse e Trevor Bayne in particolare per le gare sugli stradali, preparandoli per il Watkins Glen e Road America ad esempio. Sono stato sempre in grado di rimanere nel giro lavorando nel campo in modo da avere il mio nome sempre nell’agenda di qualcuno.

Questo mi ha aiutato anche per avere la chance con il Joe Gibbs Racing [alcune gare in Xfinity Series fra 2011 e 2014, ndr], un’altra cosa che mi ha permesso di essere ancora qui. Anche se non ho vinto ho fatto delle gare molto buone e credo che era quello di cui avevo davvero bisogno allora per legittimare il fatto che meritavo di rimanere in Nascar. E’ stato J.D. Gibbs a darmi quelle chance e me le ha concesse proprio perché sapeva che ne avevo bisogno. Quindi questo mi ha mandato avanti per tutti questi anni, tante piccole cose.

Quando ripenserai a questa vittoria, cosa ricorderai di più?

Non lo so ancora, penso però che ricorderò il gruppo con cui ho ottenuto questo successo. Ho un ottimo rapporto con Drew, abbiamo lottato insieme per arrivare qui. Ogni settimana lo facciamo con le unghie e con i denti. E’ bello sapere che c’è qualcuno che ti supporta mentre lavori duro, e poi Bob Jenkins è un team owner incredibile oltre ad essere un grande amico. Penso dunque che ricorderò le persone.

Quando tornerai a casa e racconterai ai tuoi bambini di questo, oppure in chiesa o magari ai ragazzi della “Phoenix Kart Racing Association”, qual è la morale della favola che abbiamo visto stasera?

Non mollare mai. Questo è il riassunto della storia, non mollare mai e continuare a lottare duramente. Non penso che sia solo la morale della mia carriera in Nascar, bensì quello della vita di ogni giorno. Questa è la morale del nostro team e continuiamo a combattere, perché non si sa mai cosa può succedere.


Fonte: media.nascar.com

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Gabriele Dri
Nato a Udine 27 anni fa, sono un ingegnere civile appassionato di strade. Cresciuto con la F1, sono appassionato di ogni forma di motorsport, senza esclusioni. Maniaco della Nascar dal 2014, nel settembre del 2016 sono sbarcato su Twitter per raccontarla giorno per giorno. Sono un amante delle statistiche sportive e la prova che anche nei momenti più difficili può nascere qualcosa di buono.

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