NASCAR | L’unica gara di Jim Clark in Cup Series

NASCAR | L’unica gara di Jim Clark in Cup Series

Il sito Racing-Reference rappresenta una miniera incredibile di dati e informazioni sulle principali categorie americane, ma non solo. Al suo interno sono raccolti i dati di migliaia di piloti attivi in tutto l’ultimo secolo e quindi i casi di omonimia sono numerosi. Cercando ad esempio il nome Jim Clark viene fuori un pilota nato a Fort Worth, Texas e di cui non si sa nemmeno la data di nascita e di (eventuale) morte. Si sa solo che disputò sette gare in Cup Series fra il 1952 ed il 1954 con un’unica top10, un sesto posto all’ultima corsa in carriera al Charlotte Speedway. Cercando invece “Jimmy Clark” si apre invece la storia del leggendario campione scozzese scomparso esattamente 52 anni fa.

Già, perché James Clark Jr. era noto al mondo con entrambe le varianti, per noi europei è passato alla storia come Jim mentre in America, forse influenzati anche da quel “Jr.”, venne chiamato anche Jimmy. Di Clark è quasi impossibile narrare tutte le imprese, anche solo di quelle comunemente conosciute da entrambi i lati dell’oceano. Di lui ci ricordiamo delle 25 vittorie e 33 pole in F1 in sole 72 gare, dei due titoli mondiali vinti da dominatore assoluto, della Indy500 conquistata nel 1965 al volante della fidata Lotus saltando il GP di Monaco e lo stesso vincendo il titolo a fine stagione, e di molte altre gare.

Tuttavia aprendo la pagina di Jim – o Jimmy – Clark su Racing-Reference il primo risultato che viene fuori, essendo il sito ora di proprietà della Nascar, è decisamente meno prestigioso: una gara in Cup Series con partenza dalla 24esima posizione e (non) conclusa al 30esimo posto a causa della rottura del motore dopo 144 giri per un guadagno di 665$, al cambio attuale poco più di 5000$.

Cosa portò dunque Clark in America in quell’ottobre del 1967 a Rockingham? Beh, la storia ha dell’incredibile e sembra quasi provenire dalla mente fantasiosa di uno scrittore ma è completamente vera.

Domenica 22 ottobre 1967, autodromo Magdalena Mixhuca (oggi intitolato invece ai fratelli Rodriguez) di Città del Messico. Sta per svolgersi l’ultima gara del mondiale di F1, in lotta per il titolo ci sono ancora due piloti, due compagni di squadra. Il primo e favorito in questa occasione – in quanto ha 5 punti di vantaggio – ma sorpresa assoluta della stagione è il neozelandese Denny Hulme, il secondo è il già tre volte campione e titolare del team Jack Brabham. Al primo basta un quarto posto per diventare incredibilmente campione del mondo. Matematicamente fuori dalla lotta c’è Jim Clark, a cui non sono bastate tre vittorie, inclusa l’ultima incredibile al Watkins Glen, in quanto ha dovuto patire ben cinque ritiri.

La gara messicana scorre via senza problemi per Hulme: Brabham è quasi obbligato a vincere ma si qualifica solo quinto e trascorrerà gran parte della gara dietro ad altri tre piloti, Clark, Amon e Hill. Poi Graham rompe il semiasse dopo 18 giri, Chris finisce la benzina (!) a tre giri dalla fine, ma Jim – malgrado non abbia potuto usare la frizione per larga parte della corsa – domina e vince con 1’25” di vantaggio su “Black Jack”. Per Clark è la 24esima vittoria nel mondiale di F1, tante quante quelle di Juan Manuel Fangio mettendo a segno l’ennesimo record della carriera. Hulme, qualificatosi sesto, gestisce tutta la gara e pur concludendo doppiato finisce terzo ed il titolo mondiale è suo.

Jim Clark chiude in bellezza la stagione di F1 del 1967 con la quarta vittoria dell’anno, la 24esima in carriera, ma non furono sufficienti per conquistare il titolo mondiale, venendo battuto per 10 punti da Denny Hulme e 5 da Jack Brabham

La stagione è finita e c’è il rompete le righe. Dal Messico i Caraibi non sono distanti e quindi molti piloti ne approfittarono per andare subito in vacanza. Clark invitò Jackie Stewart con Helen e Jochen Rindt con Nina per un po’ di relax in compagnia a Bermuda dopo quasi 11 mesi di battaglie in giro per il mondo. Dopo qualche ora di vacanza nell’appartamento in cui stavano squillò il telefono. Dall’altro capo del filo c’era niente meno che Bill France, il fondatore della Nascar. Come abbia fatto ad avere quel numero lo sa solo lui, ma l’intento era chiaro: visto che la stagione era finita voleva Jim e Jackie in pista per fare un po’ di pubblicità alla Nascar.

Clark e Stewart da anni correvano alla Indy500 ed i loro nomi dunque erano noti in tutta America, ma erano sempre stati legati alle monoposto. Le stock car per loro invece erano territorio sconosciuto o quasi. E infatti Jackie declinò subito la proposta di France, dicendo che se doveva scendere in pista doveva essere un’ottima vettura. E allora Jim al volo disse a Bill: “Ho qui Jochen, chiedo a lui”. Rindt accettò la proposta, France pure e quindi l’accordo fu fatto subito. Poche ore dopo i due ricevettero un telegramma da John Holman e Ralph Moody, i proprietari di quello che era in pratica il team ufficiale Ford in Cup Series, che offrivano loro due vetture. L’approdo in quella squadra era scontato visto che in F1 Clark correva con i motori Ford-Cosworth.

Il buen retiro di Clark e Rindt durò dunque poche ore, poi presero un volo per Rockingham, North Carolina. Qui la storia si fa oscura e non si sa perché alla fine Jochen non correrà, quindi alla fine la vettura è solo una, una Ford Fairlane col #66. A quel punto Stewart forse si stava mangiando le mani perché Holman e Moody in quel 1967 hanno già schierato delle vetture per delle wild card. Ad esempio il line-up della stagione vede presenti David Pearson, Bobby Allison (due vittorie), Dick Hutcherson (uno da 14 vittorie in 103 gare), Fred Lorenzen, Swede Savage ma soprattutto Mario Andretti che al volante della #11 a sorpresa e contro tutti ha vinto la Daytona500.

Bill France aveva fatto le cose per bene per questa gara a Rockingham: in pista c’era infatti anche Lodovico Scarfiotti il quale tentò la qualificazione su una Plymouth non avendo successo a causa di una irregolarità tecnica, A.J. Foyt era ormai uno di casa per una manciata di gare all’anno, Gordon Johncock aveva debuttato nel 1966 a Daytona e c’era anche quel giorno a Rockingham (arrivò quinto dietro proprio a Foyt). Clark inoltre non era del tutto inesperto con le stock car, infatti nel marzo del 1962 fece un test a Daytona nientemeno che con Fireball Roberts.

Domenica era in Messico, lunedì ai Caraibi, martedì pomeriggio in North Carolina pronto per le prove. L’impegno si preannunciava probante per Clark. Infatti la gara della domenica era lunga sì 500 miglia, ma ben più pesanti per il fisico di quelle di Indianapolis, la gara più lunga che aveva mai completato fino a quel momento. Infatti la più breve delle quattro gare fino a quel momento disputate a Rockingham si era conclusa dopo addirittura 4h46’35”. Clark però era sereno e soprattutto curioso riguardo questa esperienza e disse:

I don’t think i can make the adjustment to stock cars as quickly as i did to indy cars. i’m going to need all the time i get […] I have no illusions about going out and beating the pants off this bunch. Maybe, if 20 or 30 of the front runners pile up, I could win this thing

Non penso di potermi adattare alle stock car così facilmente come ho fatto con le Indy car. Avrò bisogno di tutto il tempo che avrò a disposizione. […] Non mi illudo di andare in pista e battere sonoramente questi piloti. Forse, se 20 o 30 di quelli che stanno davanti finiscono in un incidente, allora posso vincere questa gara

Perso il mercoledì, primo giorno di qualifica in cui il compagno di squadra Pearson si prese la pole a 117.12 mi/h di media, per prendere confidenza con la vettura, al giovedì – secondo giorno di prove e qualifiche – i suoi veterani compagni di marca fecero un po’ di shakedown per affinare la vettura, poi Jim voleva tentare la qualifica ma per un fraintendimento non ci fu il tempo per farlo. E’ ormai giovedì sera e arriva anche in pista Rindt il cui ruolo è finalmente chiaro: sarà il sostituto di Jim qualora non ce la facesse a resistere tutta la gara. In ogni caso dopo nemmeno 48 ore Clark nel miglior giro era già soltanto 1 mi/h al giro più lento di Bobby Allison.

Jim Clark sale sulla Ford Fairlane #66 durante una delle quattro giornate di prove libere e qualifiche

E’ ormai venerdì e Jim ha ancora due chance per qualificarsi. La prima finisce male, una ruota anteriore si stacca di netto mentre si sta lanciando in curva1. Secondo la descrizione della Associated Press “la ruota anteriore destra si staccò e la vettura finì in testacoda attraverso la pista, poi cambiò direzione improvvisamente e salì il banking finendo contro il guard rail per poi terminare la sua corsa nell’erba dell’infield. La ruota scavalcò il guard rail, rotolò giù per i 20 metri del terrapieno e percorse quasi 300 metri prima di fermarsi”. Clark aveva notato che c’era qualcosa che non andava, ma non si era preoccupato pensando che la cosa si risolvesse nei quattro giri di qualifica. Poi, da perfetto inglese tirò fuori un:

I almost blew the bloody thing out of the track. It was quite a wild ride for a wee bit

Ho quasi mandato la dannata vettura fuori dalla pista. E’ stato un viaggio movimentato per un pochino

Dopo una lunga notte di riparazioni al sabato a Jim rimaneva solo una possibilità di qualificarsi e, malgrado il motore rotto da Putney poco prima, Clark stampò il miglior tempo della giornata a 114.349 mi/h di media e ciò gli valse la 25esima posizione in griglia di partenza, ma ormai il campione scozzese si stava adattando alla vettura ed era competitivo. L’unico problema rimasto era solo Rindt, il quale aveva fatto appena una ventina di giri di prova e l’adattamento al sedile di Clark non era perfetto a causa della differenza di altezza e quindi alla fine Jim si convinse a fare la gara tutto da solo.

Jim Clark e Wendell Scott, l’unico pilota afroamericano ad aver vinto in Cup Series, in pista a Rockingham

Domenica 29 ottobre, giorno della “American 500″ al North Carolina Motor Speedway. In prima fila ci sono Pearson e Bowsher seguiti da Allison, Yarborough e Richard Petty, il quale sta per concludere la stagione più dominante della storia. Ha vinto 27 delle 46 gare finora disputate, di cui 10 consecutive in una striscia conclusasi poche settimane prima; ha già ampiamente conquistato il secondo titolo in carriera ma ogni gara è buona per accumulare soldi. Clark, dopo aver evitato un incidente multiplo con le vetture di Paschal, Hylton e Spencer coinvolte, era stabilmente nella top15. Al giro 146, con Jim in 12-13esima posizione seppur staccato di due giri, il motore della sua Ford si ruppe improvvisamente e Clark verrà classificato al 30esimo posto su 44 partenti. Le altre due vetture del team invece non si ruppero e fecero doppietta, con Bobby Allison che vinse in 5h04’49”, una delle 25 gare più lunghe della storia, di un giro su Pearson. Per la cronaca la vettura di Allison era la stessa con cui a febbraio Andretti aveva vinto la Daytona500. Ma a vincere fu anche Bill France che grazie ai nomi sul cartellone sbancò il botteghino con ben 53’000 spettatori. Alla fine Clark fu molto soddisfatto dell’esperienza e disse:

It’s quite different from Grand Prix racing. The competition is closer and you have to make your judgments quicker, particularly going into the oval track corners, you make mistakes in braking and quite frequently overshoot the turns. I did it several times, but I’m glad I got a chance to see how I could do

E’ parecchio differente dai Gran Premi. I distacchi sono più ristretti e devi prendere delle decisioni più velocemente, specialmente in ingresso di curva si possono commettere degli errori in frenata e spesso si arriva lunghi. L’ho fatto parecchie volte, ma sono contento di aver avuto una possibilità di capire se potevo farcela

La frase conclusiva di Jim Clark fu significativa:

i like stock cars and this race track […] I was happy to come from 25th to 13th. The next chance I get to drive a stock car will be about this time next year […] you never know how thing will work out

Mi piacciono le stock car e questo circuito. […] Sono stato felice di rimontare da 25° a 13°. La prossima occasione in cui potrò guidare una stock car sarà in questo periodo il prossimo anno […] Però non si sa mai come andranno le cose

Jim dunque lasciava trapelare il desiderio di ritornare a Rockingham o su altre piste nel novembre del 1968. Purtroppo il campione scozzese non ebbe mai questa chance e perse la vita in un misterioso incidente in Formula 2 ad Hockenheim il 7 aprile, esattamente 52 anni fa, poco meno di sei mesi dopo quella avventura americana che sembrava stravagante, nata da una telefonata ricevuta mentre era in vacanza ai Caraibi e diventata invece un’occasione interessante. Già, non si sa mai come andranno le cose…

Qualcuno ebbe modo di dire:

I hate it that he didn’t finish. he’d have been right up there. i have never saw a guy get the hang of it so fast and he stayed out of trouble

Mi dispiace davvero che non sia riuscito a terminare la gara. Alla fine sarebbe stato nelle prime posizioni. Non ho mai visto nessuno domare così velocemente queste vetture stando lontano dai pericoli

Ci lasciò così senza farci scoprire se quella di Rockingham sarebbe stata la prima di molte gare in Cup Series. Ci lasciò uno dei campioni più poliedrici della storia, uno che aveva dominato in Formula 1, vinto in Formula 2, conquistato la Indy500, arrivato sul podio alla 24 ore di Le Mans, trionfatore del BTCC e della Formula 3 inglese, protagonista anche al RAC e come avete letto anche in Nascar. Dunque grazie Jim di tutte queste emozioni che hai regalato a noi appassionati e come direbbero gli americani, ancora una volta Godspeed Jimmy!

La classifica della American 500 del 1967

Immagini: Smyle Media – Motorsports Marketing (twitter.com/smylemedia); peterwindsor.com; pinterest.com; reddit.com/r/NASCAR; twitter.com/Basso488

Fonti: racing-reference.info; en.wikipedia.org; statsf1.com; motorsportmagazine.com; speedsport.com; firstsuperspeedway.com; racersreunion.com


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Gabriele Dri
Nato a Udine 26 anni fa, sono un ingegnere civile appassionato di strade. Cresciuto con la F1, sono appassionato di ogni forma di motorsport, senza esclusioni. Maniaco della Nascar dal 2014, nel settembre del 2016 sono sbarcato su Twitter per raccontarla giorno per giorno. Sono un amante delle statistiche sportive e la prova che anche nei momenti più difficili può nascere qualcosa di buono.

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