MotoGP | Quarant’anni dopo: la Heron Rizla Suzuki RG500 XR70RV, la moto che sembrava un poster

Di: Andrea Ettori
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Pubblicato il 15 Agosto 2026 - 16:30
Tempo di lettura: 4 minuti
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MotoGP | Quarant’anni dopo: la Heron Rizla Suzuki RG500 XR70RV, la moto che sembrava un poster
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La storia di come Kevin Schwantz si affacciò al Motomondiale, molto prima di diventare un’icona delle due ruote

Quarant’anni fa, ad Assen, arrivò un ragazzo texano con una moto che sembrava uscita da un poster. Non era ancora un campione, non era ancora un’icona, non era ancora “Schwantz” come lo avremmo conosciuto negli anni successivi. Era semplicemente Kevin, 21 anni, timido fuori dalla pista e feroce dentro, reduce da un’unica esperienza europea: il Transatlantic Trophy. Otto gare in tre giorni, quattro vittorie e un secondo posto finale su una Suzuki RG 500 Gamma con motore di serie, subito dietro ad un certo Joey Dunlop. Tanto era bastato per far capire a tutti che quel ragazzo aveva qualcosa.

La Heron Rizla Suzuki RG500 XR70RV fu la sua porta d’ingresso nel Motomondiale. Una 500 privata solo sulla carta, perché il telaio in carbonio e honeycomb composito, il motore due tempi da circa 148 cavalli e la leggerezza estrema la rendevano una creatura sperimentale, nervosa, brutale. Ma soprattutto bellissima: blu e bianca, con i cerchioni verdi che la rendevano immediatamente riconoscibile e lo sponsor Rizla sulle carene, lo stesso marchio che avremmo ritrovato sulle Suzuki ufficiali MotoGP vent’anni dopo, come un filo estetico che attraversa le epoche. E con un dettaglio che oggi fa sorridere: il numero 32, non ancora quel 34 che sarebbe diventato un simbolo.

La conferma della sua presenza arrivò da Garry Taylor, manager del team Skoal Bandit Suzuki, nelle settimane precedenti il GP d’Olanda: Schwantz avrebbe corso i GP di Assen e Spa con una moto identica a quella di Paul Lewis e avrebbe partecipato anche al “TT Mondiale F1” “con una Suzuki 500 Gamma. Il GP d’Olanda fu la corsa dei debuttanti: insieme a lui c’era anche Masaru Mizutani, collaudatore Suzuki. Le prove furono un festival di cadute, segno di una grinta evidente ma anche di una comprensibile inesperienza. La stampa italiana lo presentava come “il giovane texano che molti considerano il nuovo Spencer” e nonostante le scivolate non sembrava mai realmente fuori controllo: non appariva molto impegnato o molto concentrato, ma determinato. A fine weekend, con la naturalezza di chi non si rende ancora conto del proprio potenziale, disse una frase che sarebbe rimasta: «Mi piacciono queste 500!».

In qualifica Schwantz fece 12°, girando in 2’17”22. Per capire il contesto: Eddie Lawson, con la Yamaha ufficiale, fece la pole in 2’12”70. Cinque secondi pieni, un abisso tecnico più che umano. La XR70RV chiedeva rispetto e Kevin, al primo GP della vita, riuscì comunque a portarla in seconda fila. La gara, però, non fu altrettanto generosa: una uscita di pista, un motore rotto, una caduta. Ritiro. Nessun punto, nessuna gloria. Ma quel giorno non serviva un risultato. Serviva un’impressione. Serviva che qualcuno, guardandolo, dicesse: “Questo ragazzo tornerà”.

E infatti tornò subito. Una settimana dopo, a Spa, cadde nel warm-up, la moto venne rimessa insieme sulla griglia e lui chiuse decimo. Il primo punto iridato della sua carriera. Il primo tassello di una storia che avrebbe portato al titolo mondiale 1993.

La XR70RV usata ad Assen – telaio numero 8 – non finì distrutta, come spesso accadeva ai prototipi dell’epoca. Sopravvisse. Passò nelle mani del collezionista francese Bernard Girardot-Miglierina, che la restaurò nel 2011 riportandola alla livrea Skoal Bandit. Solo più tardi, analizzando un cupolino con il numero 32, scoprì che quella era proprio la moto del debutto mondiale di Schwantz. La conferma arrivò dai registri Heron. A quel punto, il destino era scritto: la moto doveva tornare al suo pilota.

Oggi, quarant’anni esatti dopo quel weekend di Assen, la XR70RV è di nuovo di Kevin. Riverniciata nella livrea Rizla blu e bianca, cerchioni verdi come allora, perfettamente funzionante, pronta a ruggire ancora. Ma Schwantz non ha alcuna intenzione di usarla in pubblico. «Se ci sono due moto in pista, finisce sempre in gara», dice. «Meglio affittare un circuito e girare da solo».

Ogni Ferragosto, qui su P300.it, ci piace ricordare una storia che profuma di benzina, di talento e di destino. Quest’anno è il turno della moto che ha portato Kevin Schwantz nel mondiale. La moto che non ha vinto, non ha dominato, non ha fatto la storia con i risultati. L’ha fatta con l’immaginario. Con la livrea. Con i cerchioni verdi. Con il numero 32. Con il modo in cui si presentava al mondo. La Heron Rizla Suzuki RG500 XR70RV non è la moto del titolo. È la moto dell’inizio. La moto che ha trasformato un ragazzo texano in un’icona. La moto che, quarant’anni dopo, continua ad essere un poster.

Immagini: Kevin Schwantz Instagram

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