MotoGP | Intervista a Kevin Schwantz: il 1994 con il numero 1 sulla carena della Suzuki

MotoGP | Intervista a Kevin Schwantz: il 1994 con il numero 1 sulla carena della Suzuki

IntervisteStoria
Tempo di lettura: 5 minuti
di Andrea Ettori @AndreaEttori
27 Giugno 2024 - 14:00

Esattamente 30 anni fa Kevin Schwantz disputava la sua ultima stagione completa nel Motomondiale con il numero 1 sul cupolino della sua Suzuki, che fino alla stagione precedente aveva visto soltanto il mitico numero 34. Un mondiale, quello del 1993, che non aveva comunque permesso a Kevin di festeggiare nel migliore dei modi un traguardo inseguito da una vita a causa dell’infortunio che aveva tolto definitivamente dai giochi il suo grande rivale ma soprattutto amico Wayne Rainey.

Su P300.it abbiamo già avuto il piacere di ospitare Kevin nel 2022, quando ci raccontò la sua vita in Suzuki. Una “vita sportiva” che sarebbe finita con il ritiro nel 1995 al Mugello in una conferenza stampa piena di emozioni e lacrime. Nella intervista che vi proponiamo in questo articolo, Schwantz ci racconta la stagione 1994, quella con il numero 1 da campione del mondo in carica.

Kevin, come hai trascorso l’inverno tra 1993 e 1994 da campione del mondo dopo quanto successo a Rainey a Misano e quanta influenza ha avuto il tuo infortunio al polso in mountain bike sulla stagione 1994?
“Alla fine del 1993 dissi a Suzuki che avrei fatto il massimo per gareggiare nel 1994, ma non sapevo realmente se ci sarei riuscito o no. Volevo vedere mese dopo mese, in base a come andavano i test. Tre settimane prima dell’inizio del campionato mi sono fratturato un braccio e questo mi ha certamente dato qualche motivazione in più, perché dovevo riprendermi da un infortunio causato da un mio errore. Ero in un certo senso entusiasta di disputare la stagione 1994, anche prima di infortunarmi e di ricevere questa extra motivazione”.

La Suzuki 1994 era più competitiva della versione 1993? Cosa ti diede di diverso?
“Credo di non avere mai guidato la vera versione 1994, non saprei dire quanto fosse migliore! (ride, ndr) Penso che fosse ancora una buona moto, non ci furono grosse evoluzioni rispetto a quella del 1993, che era una moto molto consistente. La moto del 1994 era migliore in alcune zone e peggiore in altre, era semplicemente un pacchetto più complicato da gestire. La potenza era erogata meglio, ma in curva non eravamo assolutamente allo stesso livello del 1993. Non c’erano grandi differenze tra le due moto, credo più che altro che sia stata Honda a compiere un grande passo avanti e questo ci ha messo in difficoltà”.

Cosa ha significato per te lasciare il numero 34 per l’1?
“Portavo comunque il 34 nella parte bassa dell’1! Credo che per Suzuki fosse importante vedere un numero 1 su una sua moto, a livello promozionale cambia tanto. Tenere il 34 sarebbe stato bello, ma è stata una scelta giusta. Tutti dicono che il numero 1 sia pesante da portare…”.

Sapevi già, all’inizio della stagione, che Doohan sarebbe stato così competitivo?
“Avevamo conosciuto la sua forza nel 1992, poi si fece male ma già alla fine del 1993 era tornato competitivo. Dalle notizie che avevamo ricevuto riguardo i test, era andato molto forte un po’ ovunque. Sapevamo che Mick e Honda sarebbero sempre stati un pericolo, soprattutto con Mick in salute”.

Quali differenze c’erano tra la tua Suzuki e le avversarie, soprattutto Honda e Cagiva?
“I punti di forza di Honda erano i soliti, la velocità di punta e una migliore accelerazione, ma questi la rendevano anche più difficile da guidare e da gestire alla distanza. Suzuki ha sempre avuto un pacchetto complessivamente migliore, perché l’erogazione non era così violenta. Suzuki era bialbero e Honda monoalbero, quindi Honda accelerava in maniera più rapida e diretta. Loro inventarono il motore ‘big bang’ e questo influì molto sulla distribuzione della potenza della moto. Come frenata Honda non è mai stata al top, la Suzuki aveva un centro di gravità più basso e anche se magari in uscita di curva non eravamo i migliori avevamo un vantaggio in fase di frenata”.

Per te il 1994 è stato un anno condizionato dagli infortuni, ma quale vittoria di quel campionato ricordi con più affetto?
“Ho vinto solo due gare, Giappone e Donington. Sicuramente scelgo Donington: ero infortunato ad entrambe le mani, verso metà gara ero settimo o ottavo ma rimontai e vinsi, considerando le mie condizioni fu speciale. Fu la mia ultima vittoria in un Gran Premio”.

Hai qualche rimpianto ripensando a quella stagione?
“Non direi. L’unica cosa è che avrei dovuto smettere alla fine dell’anno, invece cercai di rimettermi in ordine operandomi al polso e facendo alcune cose in maniera un po’ diversa dal solito. Sulla stagione in sé non ho rimpianti, ho dato tutto, ho portato il numero 1 e volevo correre veramente al massimo delle mie possibilità. Gli infortuni fanno parte del gioco”.

C’è un episodio particolare che vuoi ricordare di quegli anni?
“Tutta la stagione del titolo fu grandiosa. La gara di Assen fu spettacolare, una delle ultime che vincemmo in quell’anno. Continuammo a lavorare e a costruire ciò che poi abbiamo conquistato. Del 1994 non ricordo nulla che spicchi davvero: sei settimane dopo l’infortunio al braccio vinsi in Giappone, e non fu nemmeno la mia ultima volta in assoluto là perché nel 1995 arrivai sesto, e in generale vinsi due dei miei Gran Premi preferiti, quindi in un certo senso fu comunque speciale”.

Immagini: 2T Racing on X, Ansafoto

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