MotoGP | Il 1986 di Freddie Spencer, un mistero mai risolto e che affascina ancora oggi

Di: Andrea Ettori
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Pubblicato il 17 Febbraio 2026 - 14:00
Tempo di lettura: 4 minuti
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MotoGP | Il 1986 di Freddie Spencer, un mistero mai risolto e che affascina ancora oggi

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Ripercorriamo, 40 anni dopo, l’anno incredibile del tre volte iridato

Nel 1983, Freddie Spencer aveva fatto capire al mondo che non era un pilota come gli altri. A ventun anni aveva strappato il titolo della 500cc dalle mani del “marziano” Kenny Roberts, in una sfida Honda contro Yamaha che sembrava uscita da un fumetto di fantascienza. L’ultima gara a Imola, con quei due che si marcavano come pugili al quindicesimo round, era entrata nella storia del motociclismo.

Da allora, Spencer non era più solo un talento: era diventato un simbolo. Uno che sembrava non sudare mai, che guidava come se il tempo per lui scorresse più lento. Uno che pareva arrivare da un mondo diverso dal nostro. Nel 1985 aveva completato l’opera, vincendo il Mondiale della 500cc e quello della 250cc nella stessa stagione. Due gare a ogni weekend, due moto completamente diverse, due mondi da dominare. Nessuno c’era mai riuscito prima, nessuno ci riuscirà più. Freddie lo fece con una naturalezza quasi irritante, come se fosse nato per farlo.

Per questo, quando all’inizio del 1986 Spencer sparì, il paddock rimase senza parole. Prima il forfait in Brasile, dove la Honda aveva preparato tutto per i test della nuova NSR 500. Lui non si presentò, e le moto rimasero nelle casse. Poi il ritiro da Daytona, ufficialmente per una sinusite degenerata, ufficiosamente per motivi che nessuno riusciva a spiegare.

Da quel momento, il silenzio. Nessun test, nessuna apparizione, nessuna dichiarazione. Solo voci, sempre più insistenti e sempre più fantasiose. C’era chi parlava di crisi sentimentale, chi di malattie misteriose, chi addirittura di un ritiro anticipato. In Europa qualcuno si spinse oltre, evocando scenari drammatici figli dell’ignoranza di quegli anni. Nel frattempo, Spencer sembrava svanito nel nulla. La Honda taceva, e il campione del mondo non si vedeva da nessuna parte.

La verità arrivò solo quando, dopo una lunga serie di tentativi, Spencer decise di rispondere a una delle tante chiamate lasciate in giro. La sua voce era calma, quasi stanca. Raccontò di una lieve anemia e di un deficit immunitario che lo rendevano vulnerabile a infezioni che per altri sarebbero state banali. Quel raffreddore invernale era diventato una sinusite seria, aveva intaccato l’equilibrio e lo aveva costretto a una settimana di ospedale. Le cure lo avevano debilitato, e la convalescenza era stata inevitabile. Nessun mistero, nessun dramma nascosto. Solo un fisico che aveva ceduto nel momento sbagliato.

Quanto alla sua vita privata, ammise che con Sarie c’era stata maretta, ma che le cose si stavano sistemando. Quando finalmente arrivò a Madrid per i test di Jarama, lo fece con un volo in ritardo e senza bagagli, smarriti tra Dallas e Parigi. Ad attenderlo c’era un motorhome nuovo, enorme, scuro, quasi minaccioso, che nel paddock sembrava uscito da un film di fantascienza. Spencer ci viveva dentro come in una piccola fortezza mobile. Usciva solo per girare, poi tornava a chiudersi dentro, lontano da tutto e da tutti.

Dentro, però, non c’era nessun alieno. Solo un ragazzo in calzoncini che cucinava una bistecca con patatine. L’immagine del campione inavvicinabile si scioglieva, ma non del tutto. Spencer restava un uomo difficile da leggere, gentile ma distante, come se una parte di lui fosse sempre altrove. Parlava poco, pesava ogni parola, e sembrava vivere in un equilibrio fragile tra il dovere e il desiderio di una vita normale.

Raccontò che non si sentiva affatto un “giovane‑vecchio”, ma un ventiquattrenne con responsabilità che lo costringevano a maturare in fretta. Gli altri piloti vivevano in comune, lui no. La sua vita vera era a Shreveport, tra amici, pesca e feste sul lago. Le corse erano lavoro, non identità. Eppure, dopo ventun anni di gare, la passione era ancora lì, anche se non era più l’unica molla.

Parlando della sua guida, spiegò quella sua dote misteriosa che tanti gli attribuivano: la capacità di vedere al rallentatore. Non era solo questione di riflessi, ma di percezione. Come osservare un treno in corsa distinguendo i volti dietro i finestrini. Una qualità che gli permetteva di controllare la moto in situazioni che ad altri sfuggivano.

Quando arrivò il giorno del Gran Premio di Spagna, Spencer rispose come sanno fare i campioni: pole position e tredici giri in testa. Chi aveva dubitato della sua velocità dovette ricredersi. Poi, all’inizio del quattordicesimo giro, il colpo di scena. Rientrò ai box, a motore spento. Si pensò a un guasto. Invece era una tendinite violentissima al braccio destro, un crampo tale da impedirgli di continuare. Strano per uno che l’anno prima aveva corso con uno strappo muscolare alla coscia, ma così disse, e così fu. La Honda vinse comunque, con Wayne Gardner. Spencer rimase un enigma: velocissimo, fragile, inafferrabile.

Dopo quella gara, la sua stagione non decollò mai davvero. Una fugace apparizione in Austria, poi di nuovo il buio. Il talento che aveva incantato il mondo sembrava essersi spento all’improvviso, come se qualcosa dentro di lui si fosse incrinato per sempre. Giacomo Agostini gli offrì un’ultima possibilità nel 1989, come pilota ufficiale Yamaha. Fu un flop totale, lontano anni luce dal campione che era stato.

Il 1986 di Freddie Spencer resta uno dei misteri più incredibili della storia del motorsport. Un anno in cui tutto sembrava possibile e nulla è andato come doveva. Un inverno di silenzi, un ritorno a metà, una stagione che si è dissolta tra malanni, dubbi e fragilità. E un campione che, all’improvviso, ha smesso di essere invincibile.

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