Mazepin: l’occasione persa per la F1 degli adesivi sociali

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La Haas conferma Mazepin al fianco di Schumacher ed il popolo del web si indigna

Il caso di Nikita Mazepin che in queste settimane ha sconvolto i social rappresenta una di quelle questioni molto delicate da affrontare per tutta una serie di motivi. Non ero sicuro di volerne parlare perché si rischia sempre di essere fraintesi quando si trattano certi argomenti. Ma tant’è, alla fine è giusto che ognuno dica la sua.

La decisione della Haas di confermare il russo a fianco di Schumacher, comunicando che non rilascerà più dichiarazioni sulle vicende conosciute, ha indignato il popolo del web, che si è scagliato contro il team americano utilizzando l’hashtag #WeSayNoToMazepin, condiviso anche da diversi account verificati.

Partiamo dal fatto scatenante: in quello che Mazepin ha pubblicato sulla sua Story di Instagram c’è un misto di ignoranza, ostentazione, incoscienza. In tutto quello che ha circondato quanto successo c’è, però, anche un poco sottile velo di ipocrisia.

L’ignoranza sta nel non rendersi conto di essere da pochi giorni un pilota ufficiale di Formula 1, con tanto di comunicato da parte del suo nuovo team e di aver fatto fare una figura oscena, oltre che a se stesso, anche alla squadra per la quale dovrà correre.

Con l’hashtag citato sopra ho letto decine di persone chiedere che Mazepin venisse buttato fuori dalla squadra ancora prima di iniziare a gareggiare. Quando si sceglie di vendere mezzo o tutto il team ad un pilota, mentre prima ci si comprava solo un sedile, può capitare di trovarsi di fronte a questioni imbarazzanti come questa.

Chi altro ha a disposizione i fondi portati dal russo? Fittipaldi no di certo (il governo brasiliano gli garantirebbe quasi 800.000€, qui si parla di decine di milioni), di altri nomi non c’è traccia. È giusto che le cose vadano così? No, probabilmente. Però mi stupisco che qualcuno si sia sorpreso dalla decisione della Haas di confermare pilota E soldi, dai quali dipendono probabilmente anche i salari di centinaia di dipendenti. Sarebbe stato molto più improbabile (e bello) il contrario, ma è facile parlare quando il portafoglio non è il nostro.

Altresì mi lascia stranito il fatto che dietro ad una carriera completamente costruita e preparata, a suon di vagonate di dollari, non si sia pensato ad assumere un social media manager che faccia da filtro tra quello che il pilota vorrebbe pubblicare e quello che dovrebbe pubblicare. Le due cose non sempre coincidono e quello di Mazepin è un esempio lampante, al di là del fatto che certi comportamenti sarebbero da evitare a prescindere.

L’ostentazione beh, mi sembra facile da trovare. A 21 anni compri (ti comprano, ok) mezzo team di Formula 1, in pista ti comporti peggio che alla Playstation (vedasi l’ultimo weekend di Formula 2) e poi pubblichi gesti equivocabili con una ragazza a bordo di una Porsche. Per la serie “Sono giovane, ricco, posso fare quello che voglio”. Vi basta?

L’incoscienza sta nel pubblicare un comportamento che vede implicata una giovane ragazza, in un periodo storico nel quale questo genere di azioni viene condannato in tempo zero. Oltretutto ci sono diverse ombre sul rapporto tra Mazepin stesso e Alma del Caribe, fatto passare come un qualcosa di amichevolmente preesistente per coprire quanto successo quando, invece, ciò che è stato pubblicato nei giorni successivi dalla stessa nelle sue Stories pare suggerire esattamente il contrario. A questo si aggiungono le varie vicissitudini passate dello stesso russo, che lasciano intendere tutto tranne che un animo buono andando ad aggravare, se possibile, la situazione.

Arrivo alla galoppante ipocrisia che ha segnato le ultime settimane. Al di là della scelta della Haas, discutibile o meno che sia, fa molto rumore il silenzio del mondo della Formula 1 attorno a questo episodio. Una Formula 1 che per cinque mesi ci ha riempiti di adesivi con gli arcobaleni, pugni alzati, magliette esibite durante gli inni nazionali con messaggi sociali, hashtag e via dicendo in favore e difesa dei diritti umani, che resta completamente estranea alle controverse vicende che riguardano un suo futuro pilota, pronto ad accedere ad un mondo destinato a pochissimi con una fama ben lontana da quella che dovrebbe servire.

Ho sempre sostenuto che le mobilitazioni e le sensibilizzazioni non si fanno (solo) con gli adesivi e gli hashtag, ma con le azioni. Dopo un anno così, dopo una stagione così, dopo tutte le manifestazioni alle quali abbiano assistito, questo era il momento per un’azione decisa da parte dello sport che forse più di tutti ha lanciato segnali solidali per tutto questo tempo. La Formula 1 aveva la prima grande opportunità di dare concretezza ai suoi slogan con una presa di posizione, un comunicato, un qualcosa ed invece niente, il nulla cosmico. Ed è una delusione.

Dov’è Lewis Hamilton, il portavoce della Formula 1 sui diritti umani in tutto questo? Dall’alto del suo palmares e della sua fama gli basterebbe un post per scatenare un putiferio. Invece tace, come tutti: su questo e sul fatto che la stessa Formula 1 di cui fanno parte corra in paesi nei quali i diritti sono carta straccia, ad esempio.

Insomma, non c’era nulla di diverso da aspettarsi. Si sapeva che sarebbe finita così, che il caso sarebbe stato insabbiato e che i fondi sarebbero rimasti al sicuro. Però, se posso, non parlatemi più di arcobaleni e #WeRaceAsOne. Dopo il silenzio sulla vicenda Mazepin è meglio lasciare perdere, parlare meno e fare di più. Solo così si diventa credibili.

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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