Max Campione: contro di sé, contro Lewis, contro i Media

Fino all’anno scorso, quando cioè Max Verstappen non aveva una monoposto in grado di lottare per il titolo mondiale, le sue prestazioni e l’aggressività messa in pista provocavano bene o male sempre lo stesso commento: “Vedremo se correrà così anche quando sarà in lotta per l’obiettivo grande e non una singola tappa”.

Max Verstappen, in attesa dell’Appello Mercedes, è Campione del mondo. Ha vinto il titolo in pista: lo avrebbe vinto con almeno una gara di anticipo se la sfiga non lo avesse guardato a Baku e Budapest e se, già nel pieno del delirio, i commissari operanti in quel di Silverstone non avessero avuto paura di non uscire dal circuito comminando a Lewis una sanzione congrua con il risultato del contatto del giro 1. Decine di punti persi per strada per colpe non sue – e neanche per problemi di affidabilità, che ci possono stare – compensati in minima parte (5 punti) dalla farsa di Spa che, ricordiamolo, è stata figlia di un problema regolamentare di cui tutti si sono resi conto, come al solito, a disastro ormai compiuto; un po’ come la storia del cambio gomme con bandiera rossa. Se anche volessimo metterci il risultato delle Sprint Race, nelle quali Max ha guadagnato 5 punti su Lewis, arriveremmo a 10 lunghezze a fronte di oltre 40 punti persi. Ci siamo capiti, no?

Max, per vincere questo titolo, ha dovuto lottare contro se stesso, alzando il livello della prestazione, accontentandosi quando la Mercedes era uno step sopra pur senza vendere facilmente la pelle, attaccando quando ormai i giochi erano alla fine. E, proprio alla fine, quel dubbio sulla sua eventuale “strizza” può dirsi definitivamente crollato con un pilota che non ha cambiato atteggiamento e spirito tra l’inseguire il pesce piccolo o quello più grande. Questo è il suo più grande merito in questo titolo: non aver mollato mezzo centimetro anche quando ormai i giochi sembravano fatti come domenica, a quattro giri dalla fine. Ridurre comunque il ritardo da Lewis anche quando gara e mondiale sembravano chiusi è stato fondamentale affinché Mercedes optasse per non far rientrare l’inglese con la Safety Car. È lì che ha vinto il titolo. L’ultimo giro è stato squilibrato per le gomme a disposizione, ma tentare il sorpasso in curva 5 con ancora due dritti a disposizione (e un crampo alla gamba destra, è emerso dopo) è stata una mossa d’anticipo che forse ha sorpreso Lewis, vista la porta aperta lasciata.

Max, per vincere questo titolo, ha dovuto lottare contro il Re. Come Nico Rosberg, ancora più di Nico Rosberg. Il tedesco è uscito sfinito da una lotta interna, anche politica, presumibilmente devastante. Immaginate di giocarvi il mondiale contro Lewis nello stesso team e dover avere a che fare con tutto quello che ne consegue a livello di pressioni e giochi psicologici. Max non aveva questo svantaggio, ma aveva quello delle continue polemiche tra Mercedes e Red Bull, che non sono ancora finite. I ricorsi, i controricorsi, le penalità date, non date, le decisioni invertite ad una settimana di distanza e tutto quello che abbiamo vissuto. Ma soprattutto, lo ripeto, vincere questo titolo contro questo Lewis ne alza di parecchio il valore. Il Re le ha provate tutte per non farsi togliere la corona: avrebbe meritato di vincere la gara di Abu Dhabi, condotta in modo impeccabile dall’inizio fino al caos finale. Il mondiale era praticamente suo, ma non sempre le cose vanno come si vuole. Lewis lo sa bene, perché è stato dall’altra parte della barricata nel 2008, così come l’elenco delle sventure di Max durante la stagione ne è un’altra prova. Lewis ha perso con onore, congratulandosi con Max: in questo, ha fatto molto meglio del suo team. E una delle immagini più belle di quest’ultimo weekend saranno le strette di mano tra i due papà, Jos e Anthony. Una boccata d’ossigeno in un ambiente malsano.

Max, per vincere questo titolo, ha dovuto lottare soprattutto contro i Media. I quali, nelle ultime settimane, si sono impegnati in una campagna denigratoria e di pressione ai limiti del vergognoso; che, ovviamente, continua dopo l’esito poco gradito del mondiale. In Inghilterra, così come da noi, il 90% è salito sul carro di Hamilton puntando il dito sulle scorrettezze dell’olandese dimenticando i trascorsi di Lewis a pari età, le bordate lanciate alla stessa Mercedes quando era avversaria per il titolo della Rossa, sbugiardando anni di racconti colmi di tronfia autostima per l’essere presenti ai tempi che furono, vissuti in prima linea; quelli degli eroi degli anni ’80 nei quali, però, i mondiali magari finivano come nel 1989 e 1990. Ai tempi Senna e Prost che si lanciavano fuori pista andavano bene, ora si pensa che la Formula 1 debba essere un affare tra damerini? Forse sarebbe più facile ammettere le proprie preferenze: perché se la stessa azione viene giudicata in modi opposti ad una settimana di distanza e ci si spertica per difendere sempre e solo un pilota, la cose poi diventano evidenti.

Per anni si sono criticati i piloti marionette, quelli tutti politically correct che leggono i comunicati stampa davanti ai microfoni ed ora che ne è arrivato uno “dritto” si critica nel senso opposto. Qualcosa non torna. L’opinione pubblica in queste settimane è stata bombardata da un disegno nel quale Verstappen avrebbe sicuramente buttato fuori Hamilton per ottenere il mondiale senza sforzi ulteriori. Oddio, qualcuno crede che in curva 6 ci abbia anche provato, ma qui arriviamo ormai alla necessità di una visita, perché se poi non si considerano i 65 metri (calcolati) guadagnati da Lewis nel taglio (e una settimana prima si spedisce indietro due posizioni l’altro in Arabia) allora si parla a senso unico.

Nelle ultime conferenze stampa pro Netflix non si è fatto altro che ripetere sempre la stessa domanda: “Nel caso in cui dovesse esserci un incidente…”. Sul web tutto sembrava apparecchiato nell’attesa dell’ennesimo botto. Su Autosport il Chief Editor si è lanciato anche in una lettera aperta a Max, chiedendogli sostanzialmente per favore di non far fuori Hamilton con una dialettica più da fanclub che altro. Un atteggiamento, diciamo, poco edificante: fino ad arrivare alle Event Notes di Masi ad Abu Dhabi con le “minacce” di togliere punti a chi avrebbe commesso un’infrazione grave. Facile indovinare il riferimento dopo Jeddah: ma, a quanto pare, non interessa a nessuno che il “brake test” avrebbe avuto conseguenze decisamente più gravi dei fintissimi 10 secondi dati a Verstappen se non fosse stato riscontrato un comportamento quanto meno anomalo anche dell’altra metà coinvolta. Sembra non si possa dire, ma i comunicati sono lì per essere letti, capiti e riportati correttamente.

Ecco: questo protezionismo mediatico perpetrato nei confronti di Hamilton (“un inglese in un Paddock inglese”, mi disse un giorno un amico frequentante) ha stancato. Perché in primis chi lo porta avanti sistematicamente si qualifica per quello che è, ma questi sono problemi suoi; secondo perché credo che, da sette volte Campione del mondo, il primo a non averne bisogno è proprio Lewis; insomma non gli si fa una buona pubblicità a continuare a servirgli il the alle 17:00. Hamilton è un campionissimo, ha dalla sua praticamente tutti i record di questo sport ma è figlio di buona donna tanto e quanto tutti gli altri 19 in griglia; inutile montargli attorno storie di santità di qualche tipo. E figlio di buona donna devi esserlo per forza, altrimenti in F1 non ci arrivi (a meno che non ti compri un team…) e non vinci nulla. Lewis non è quello che “questo è un gran pubblico” ad ogni weekend ma quello che, a Silverstone, scende dalla macchina carico a pallettoni per un 25-0 dicendo “Max deve sapere che io non alzo il piede”. Una dichiarazione talmente sincera da essere quasi spiazzante. Eppure questo deve, dovrebbe, essere se vogliamo piloti e non marionette.

Il top assoluto, comunque, resta indiscutibilmente l’augurio di Buon Natale di Sky Sports UK con sfondo dell’incidente della Copse, pubblicato nella giornata di giovedì scorso e rimosso, ovviamente, poche ore dopo tra scuse poco credibili a Verstappen e alla Red Bull.

https://twitter.com/KoolKam_/status/1469233424997171201

Scusarsi serve a poco perché intanto, lo spot, l’hai ideato, ragionato, prodotto e realizzato ottenendo l’effetto che volevi. Insomma, di tempo per pensarci, alla sua necessità, ne hai avuto. Questo spiega bene quale fosse il clima britannico nelle ultime settimane. E il karma, alla fine, ha colpito. In un anno, sportivamente parlando, disastroso per gli inglesi. Tra Olimpiadi, “It’s coming home” e Formula 1, c’è tanto da dimenticare da quelle parti. Magari imparando qualcosa in termini di umiltà.

Immagine: Twitter / Red Bull

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