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Lettera a Lewis Hamilton

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Hamilton è 7 volte campione. È arrivato il momento di tirare giù il cappello

Caro Lewis Hamilton, è giunta quella sera che attendevo da tempo. Sapevo che sarebbe arrivata, non avevo idea precisamente del quando ma, bene o male, non c’erano dubbi che saremmo giunti a questa giornata.

“Records are there to be broken”. Parto da questa frase di Michael, che di suo rende più leggero il tutto. Il giorno in cui la pronunciò, così come negli anni successivi, nessuno poteva puntare un centesimo sul fatto che qualcuno sarebbe riuscito a raggiungerli, i suoi, e superarli uno dopo l’altro, progressivamente, cinicamente, fino a lasciarne ormai pochi. Quel qualcuno è arrivato e sei tu, caro Hamilton. Ti sei preso prima le pole, poi i podi, poi le vittorie, adesso hai pareggiato i titoli e credo che nessuno potrà impedirti di fare filotto e… arrivare ad otto.

Sono cresciuto con Michael e non potrò mai pensare diversamente dal fatto che per me lui sarà e resterà sempre il “mio” migliore. In questi anni, lo ammetto senza problemi, ho patito gara dopo gara, vittoria dopo vittoria, l’ascesa che ti ha portato fino a questo punto. Perché sapevo che sarebbe arrivato il giorno, per tanti motivi.

Questa Formula 1 è diversa dalla sua e l’ultimo decennio è vissuto di due cicli tecnici netti, su cui c’è poco da dire. Soprattutto sul tuo. Non è questione di essere bastian contrari o via dicendo. Lo sai anche tu, lo dicono i numeri, la Mercedes del nuovo millennio è il team più forte e vincente di settant’anni di onorata presenza della Formula 1, tanto che Red Bull e Ferrari quasi sfigurano a guardare le statistiche. E quelle sono imparziali. Eppure, oggi, questo conta poco.

Non avevi modo migliore per legittimare questo titolo se non con la gara di oggi. Così come hai fatto al Nurburgring quando hai raggiunto le 91 vittorie. Due successi diversi ma senza appello, nei quali hai mostrato tutto il repertorio. Spingere all’errore il compagno in Germania per poi dominare, attendere che la pista si asciugasse per tornare davanti in Turchia, gestendo le gomme in modo magistrale.

Quando hai passato il traguardo ho sospirato nel vedere quel 7 affiancato al nome Hamilton. E, devo ammettere, mi sono emozionato a sentirti in lacrime dentro al casco. E poi ho provato una sensazione strana: una specie di senso di rilassatezza. Come se, giunto il momento, mi sia disfatto di quell’ultimo pizzico di spirito da tifoso combattente che mi era rimasto dall’ormai lontano 2012, quando Michael aveva appeso definitivamente il casco al chiodo.

Proprio questa sensazione di pace e quel “Records are there to be broken” mi fanno pensare che il primo a congratularsi con te per questo incredibile traguardo sarebbe stato proprio Michael. E Dio, quanto mi sarebbe piaciuto oggi vederlo arrivare, aspettarti al Parco Chiuso ed abbracciarti, alzando il tuo braccio al cielo di fronte a tutti in segno di rispetto, riconoscenza, per quanto fatto in questi anni. Con una macchina stellare, un team al 100% tuo, sì, ma comunque col tuo sedere, i tuoi piedi e le tue mani a portarla al traguardo.

Invece mi sono dovuto accontentare: di vedere un suo casco simbolico per mano di Mick in Germania, di vederti congratulato per primo da Sebastian, che quelle gesta rosse avrebbe voluto emularle scontrandosi con se stesso, con il team e soprattutto con un muro di nome Lewis Hamilton.

Michael sarebbe stato il primo a riconoscere il tuo successo: chi sono io per contestarlo proprio oggi? Nessuno. Oggi è il giorno della riconoscenza e della Storia: quindi eccomi qui. Sei stato grande, Lewis. Hai spinto, hai imparato da una sconfitta che brucia ancora con Nico e sei diventato ancora più forte, limando anche dove eri propenso a sbagliare. Chapeau. Questa volta riesco a dirlo senza niente che mi trattenga.

Da oggi in poi continueranno a sprecarsi i paragoni tra voi due, perché è un gioco che piace a tutti. Ci sarà chi lascerà parlare i numeri e chi il cuore. Ci sarà chi resterà fedele per sempre a Michael Schumacher e chi a Lewis Hamilton. Perché è giusto così: è giusto che ognuno abbia il suo idolo nel suo periodo di massimo tifo. È questione di età, di pelle, di atmosfera e di come siamo noi, di come viviamo lo sport.

Continuerò a dire che avrei voluto vederti almeno una stagione con una macchina da sgomitate per racimolare punticini. Continuerò a ricordare che quel mondiale del 2016 è una macchia indelebile. E continuerò a raccontare di aver visto una macchina da 75% di vittorie in sette anni. Ma, da oggi, dirò anche che a bordo di tutto questo c’è stato Lewis Hamilton, quello che ha riscritto i record e che, ad oggi, non ha ancora finito.

E sai cosa ti dico, caro Lewis? Mi va quasi bene che quei record siano riscritti. Così che sia tu, d’ora in poi, a portare sulle spalle la responsabilità di questi numeri. E, chissà, magari un giorno assisteremo ad un nuovo cambio della guardia. Sedici anni fa pensavamo fosse impossibile: magari, tra altri venti, saremo qui ad incoronare un altro fenomeno del volante.

Va bene così: mi viene da sorridere perché almeno, ora, non mi si potrà dire che ho tifato Schumacher perché è quello che ha vinto di più. Non era quello il motivo, certo, ma da oggi non ha neanche più senso, perché non è più così.

Ora capiremo tutti un po’ di più quando si dice che i numeri non sono tutto. Chiedere a chi, ancora adesso, ha in Ayrton o Niki il suo “migliore”. È giusto così, è bello così. Oggi invece è il tuo giorno, Lewis Hamilton. Ti ho criticato, anche duramente, ma nonostante tutto sono onorato di aver vissuto questa cavalcata storica. Giusto una cosa: so che sei affezionato al 44 ma sarebbe bello vederti correre con l’1 sulla macchina, almeno per una gara.

Ora si resta in attesa della quota 100. Non ci vorrà molto, ovviamente. Chapeau, Campione.

Immagine: Alessandro Secchi / Barcellona Test 2020

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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