Le Mans ’66, il film: Ken Miles, un re senza corona

Le Mans ’66, il film: Ken Miles, un re senza corona

La pellicola di cui intendo parlare stasera riguarda la lotta tra Ford e Ferrari a metà degli anni ’60, iniziata dalle scrivanie degli avvocati fino a sfociare in pista come dimostrazione di forza di chi fosse il più grande produttore di autovetture (e ovviamente macchine da corsa) al mondo. Sto parlando di “Le Mans ’66 – La Grande Sfida”, col protagonista Ken Miles interpretato proprio dall’ex-Uomo Pipistrello nella trilogia di Batman creata da Christopher Nolan, Christian Bale.

Di solito sono piuttosto meticoloso sugli argomenti che tratto nelle mie bloggate, nella speranza di fornirvi letture interessanti sul mondo del motorsport e ciò che accade al suo interno. In questo caso però ho deciso di scrivere alcune righe sull’opera di James Mangold di getto, senza pensarci due volte. Sono passati pochi minuti dalla mia visione del film e già sento la necessità di parlarne con qualcuno, di scriverci qualcosa, di elogiarlo.

Anche a chi non conosce la storia passata del motorsport sarà giunto alle orecchie il racconto della prima vittoria della Ford alla 24 Ore di Le Mans, la gara più importante al mondo, oggi come (e soprattutto) ai tempi. Un traguardo leggendario per la Ford e per la corsa francese, ma che ha la sua bellezza nel percorso che la storia ha dovuto affrontare per raggiungere questo momento in particolare, quello in cui non una, ma ben tre GT40 hanno tagliato il traguardo per prime davanti a tutte le altre vetture. Una concatenazione di eventi e di dettagli che questo film aveva il compito di raccontare in maniera appassionante, ma allo stesso tempo rispettosa; in modo spettacolare, ma non dozzinale.
Posso dire che Mangold, Chernin Entertainment e 20th Century Fox sono riusciti nell’intento.

Il film riesce perfettamente a far risaltare tutte le sfaccettature del pilota Ken Miles, ex-veterano della Seconda Guerra Mondiale e pilota di carri armati, passato a fare il meccanico e a correre delle gare automobilistiche visto che, sin da piccolo, la meccanica era la sua passione. Il tutto grazie anche alla prestazione del già citato Christian Bale, che riesce a interpretare al meglio l’inglese un po’ burbero e scorbutico, padre di famiglia ma soprattutto grandioso pilota. Il co-protagonista è invece Matt Damon, nei panni di Carroll Shelby, l’altro uomo che avrebbe fatto la differenza nel confronto tra il colosso Ford e il leggendario marchio Ferrari.

Perché sì, non dobbiamo dimenticarci che il film ha l’intento di raccontare la sfida tra questi due giganti. Due marchi sinonimo di automobilismo ma in maniere totalmente differenti, prima intenti a collaborare e poi ritrovatisi grandi nemici, quando l’accordo economico che avrebbe dovuto permettere l’acquisizione della Ferrari da parte di Ford saltò, nonostante sul piatto ci fossero ben sedici milioni di dollari e un lavoro titanico degli avvocati del marchio di Detroit; nel film persino le due figure a capo delle rispettive case, Enzo Ferrari da una parte ed Henry Ford II dall’altra (interpretati rispettivamente da Remo Girone e Tracy Letts), sembrano agli antipodi, nei modi, nell’aspetto, ovviamente anche nella parlantina e nel vocabolario; un duro cinico ex-pilota e costruttore da un lato, un’aziendalista convinto e irremovibile dall’altro. La scena della contrattazione è probabilmente la mia preferita, col famosissimo sfogo di Ferrari ai danni dei rappresentati Ford, lasciato rigorosamente in italiano anche in lingua originale.

Eppure, la sfida Ferrari-Ford viene leggermente oscurata dalle vicende dei due protagonisti, in particolare Miles, individuato da subito come l’uomo giusto per lavorare sulla GT40. Questa nuova vettura pare essere un diamante davvero molto grezzo e il lavoro pare essere tutto sulle sue spalle ma allo stesso tempo la testardaggine dell’inglese coccia con l’aziendalismo e il modo di fare conservativo dei vertici Ford, che non gli danno nemmeno la chance di poter correre alla 24 Ore di Le Mans con la vettura da lui stesso migliorata. Una dura realtà, ma anche un insegnamento di vita, valido sia per le corse che per ciò che affrontiamo tutti i giorni. Shelby fa la parte della spalla, conosce perfettamente le abilità di Miles, ma allo stesso tempo è vincolato dagli obblighi contrattuali con la Casa americana. Solo quando le cose sembrano mettersi davvero male per la Ford, con la Le Mans del ’65 che va a rotoli e a cui Miles non partecipa (uno dei primi elementi di discrepanza), al burbero inglese viene data finalmente la tanto agognata chance, dopo aver dimostrato la propria stoffa alla Daytona.

A distanza di oltre cinquant’anni, ciò che successe alla Le Mans, e che è accaduto realmente, sa davvero tanto di furto. La gara sul Circuit de la Sarthe venne dominata dall’equipaggio Ken Miles-Denny Hulme, ma Leo Beebe, dirigente della squadra corse Ford, decise di far arrivare le prime tre vetture appaiate sul traguardo, in modo da immortalare il momento storico del Grande Ovale Blu. La scelta si trasformò in un’autentica farsa, con ancora oggi diverse teorie: Miles effettivamente rallentò ma Bruce McLaren, al suo ultimo stint sulla Ford GT40 #2, accelerò sul traguardo superandolo, andando lui ad aggiudicarsi la 34a edizione della maratona francese insieme a Chris Amon, anche grazie a un cavillo regolamentare riguardante la posizione di partenza e i metri percorsi in gara rispetto alla Ford #1, che partiva più avanti; c’è anche chi dice che Miles stesso, per ripicca, rallentò di sua spontanea volontà. Chi può dirlo.
A sentirla ancora oggi la storia pare quasi un grosso errore regolamentare, ma la realtà dei fatti è che il nome “Ken Miles”, nell’albo dei vincitori della 24 Ore, non compare.

E’ commovente ciò che succede nella parte finale del film: Shelby e Miles prendono appuntamento con la vittoria della Le Mans dell’anno successivo, ma a quella gara il fenomeno inglese non parteciperà mai, a causa di un incidente avvenuto poco tempo dopo, su una Ford GT40 sperimentale. Si stringe il cuore nel petto nel vedere il figlio Peter assistere allo schianto del suo eroe, del suo papà. Il film non racconta come quell’incidente, in qualche modo, salvò la vita di un altro grande campione, Mario Andretti: l’italo-americano guidò una Ford GT40 MkIV alla Le Mans del ’67, quella a cui avrebbe dovuto partecipare Miles, ma dopo uno schianto Andretti stavolta si salvò grazie all’aggiunta di un roll-bar.

Più che un parere sul film, il tutto pare essersi trasformato in un riassunto, ma più andavo avanti nel ricordare e rivedere la pellicola e più mi sentivo ispirato nel raccontarvi ciò che dovreste assolutamente vedere, ma soprattutto ciò su cui vi dovete assolutamente documentare. E’ quel che ho fatto io su Ken Miles: il modo in cui è stata raccontata la sua storia è a dir poco sublime, a conferma delle aspettative che James Mangold stesso aveva. Il regista ha ammesso il suo disinteresse per il motorsport ma ha intravisto le giuste potenzialità nella storia da raccontare, facendo centro. Ed è un bene che vengano raccontate storie simili, specie al grande pubblico e sul grande schermo: se c’è chi pensa stupidamente che dietro a una vettura che gareggia non ci sia del fattore umano, una storia da raccontare, degli avvenimenti da ricordare, la soluzione migliore sarebbe far vedere a tali persone opere di questo tipo.

Christian Bale ci ha messo anche tutto il suo impegno per rendere al meglio in queste vesti, prendendo persino lezioni di guida sportiva da stuntman e accademie dedicate; tipico dell’attore di Haverfordwest, disposto a tutto per calarsi al 120% nel ruolo scelto. E il tutto per un film che partiva sotto auspici tutt’altro che buoni, dopo l’addio del primo regista e il rifiuto di attori quali Tom Cruise e Brad Pitt. C’è sicuramente anche chi avrà da ridire sulla pellicola: per ogni film che tratta storie sportive, ci sono degli elementi di discrepanza tra la realtà e ciò che vediamo a schermo, volto a rendere più snello e cinematograficamente scorrevole il film stesso. Anche qui le discrepanze non mancano, ma nessuna di queste va a inficiare in negativo sul lavoro svolto. Buoni anche gli effetti sonori delle vetture, ma la presenza visiva stessa delle vetture è impressionante, con ovviamente le Ferrari P3 e le tante versioni della Ford GT40, ma anche le Shelby Cobra e tante altre presenze di rilievo.

Un “grazie” finale a coloro che sfornano questi prodotti in modo da far conoscere alla massa ciò che pulsa nelle vene del motorsport: passione. Una passione di cui viveva anche Ken Miles, un re senza la sua meritatissima corona, un eroe non celebrato degnamente. Fino a oggi almeno.

Fonte immagine: Internet (per segnalare il copyright info@passionea300allora.com)

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Alyoska Costantino
Sono Alyoska Costantino, per gli amici Aly. Ed è da quando avevo 6 anni che ho cominciato a vedere in televisione auto e motociclette sfrecciare a 300 km/h sui circuiti più belli di sempre. Weekend dopo weekend aumento la mia affinità col Motorsport, magari anche con categorie nuove da scoprire, specialmente con le due ruote che stanno diventando il mio pane. Pronto a dirvi le mie opinioni e ascoltare le vostre.

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