Le mani di Grosjean: un inno alla vita, al non arrendersi, al lottare sempre

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Grosjean mostra le sue mani 44 giorni dopo il fuoco del Bahrain. Il simbolo di un miracolo

Mani che non vediamo mai, nascoste da guanti, colori, movimenti e bottoni da premere.

Mani che non conosciamo, perché siamo abituati a concentrarci su altro. Sui caschi, sulle tute, su tutto quello che è di contorno alla pelle.

Mani che da anni girano un volante, imprimono una direzione, un cambiamento, un moto ondoso tra destra e sinistra con pause più o meno lunghe chiamate rettilinei.

Mani, quelle di Romain Grosjean, che diventano simbolo, inno alla vita. Diverse da tutte le altre. Più preziose, storiche, eroiche.

Mani ustionate, che porteranno a vita i segni di quella sera del Bahrain, di quei 28 secondi tra la vita e la morte decantati, impressi, lucidamente dettagliati in un racconto spietato, cinico, terrificante. Benoit: l’ha chiamata così la signora in nero.

Mani che si sono sacrificate e hanno preso con sé Romain portandolo via dalle fiamme, dal buio perenne, riconsegnandolo alla vita.

Mani ansiose, dopo quell’incubo, di tornare a casa. Riabbracciare una moglie, tre piccoli bimbi, poter dire che papà è tornato; anche e soprattutto per loro.

Mani che testimoniano gli incredibili progressi che la sicurezza in F1 ha fatto in decenni di incidenti tragici, ognuno dei quali colonna portante degli standard attuali. Con la differenza che, stavolta, il protagonista può diventare parte attiva dello sviluppo.

Mani che sono inno alla vita, alla determinazione, al non voler mollare, al non arrendersi nemmeno quando si pensa di essere spacciati.

Mani che non sappiamo se torneranno a girare un volante. Ma questo importa poco. Perché quelle mani, ora, avranno bisogno di tempo per guarire con le cure più belle del mondo, tra una coccola ed una carezza.

Mani salve, vive, un libro aperto pronto a raccontarsi. Il regalo più grande di un miracolo sportivo, umano, di cui avevamo bisogno in un anno tremendo.

Immagine: Twitter / Romain Grosjean

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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