Le ironie idiote su Alonso e non solo: ecco perché la F1 non dovrebbe rincorrere i Social

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Alonso finisce in ospedale e c’è chi ironizza, con uno tifo contro della peggior specie, dimostrando che inseguire il pubblico social ha anche i suoi difetti

In una delle ultime comunicazioni ufficiali la Formula 1 ha dichiarato di essere lo sport cresciuto di più a livello mondiale in ambito social nel 2020, surclassando altri nomi importanti soprattutto a livello calcistico, come da questo grafico.

Va da sé che questo è un dato che vuol dire tutto e niente: mi sorprende che venga dato risalto a questi numeri invece che agli ascolti veri, quelli televisivi, che vengono definiti leggermente in calo (del 4.5%) mentre in Italia, ad esempio, abbiamo vissuto la stagione peggiore da quando esiste l’Auditel. Tra l’altro, se lo spettatore medio della F1 viene conteggiato se resta in ascolto di un GP almeno per tre minuti consecutivi, possiamo capire che i numeri possono essere letti in modi assolutamente diversi.


Questa immagine a livello social della Formula 1 serve da introduzione per il vero argomento di questo pezzo, ovvero la critica ad uno sport che si sta snaturando progressivamente per cercare di accaparrarsi un pubblico sempre più generalista, sempre meno appassionato, sempre più superficiale e, spesso, con punte di idiozia da taglio del cavo di rete. Ci arriverò per gradi.

Proprio oggi, o meglio dire ieri, è stato confermato che la Sprint Race del sabato è una possibilità concreta, un suicidio che potrebbe essere davvero tentato in stagione per cercare di risollevare lo spettacolo.

Ora: con questa storia dello spettacolo siamo arrivati alla Sprint Race passando per il DRS ed il Parco Chiuso, delle bestemmie sportive che la F1 non meritava di certo ma che, colpevolmente, sono state approvate da tutti. Eppure si continua a martellare continuamente sul chiodo sbagliato.

Negli ultimi dieci anni la Formula 1 è progressivamente passata alle PayTV, perdendo milioni di spettatori ed appassionati di lungo corso per lanciarsi alla ricerca di nuovo pubblico (magari giovane) sui social. Ma siamo sicuri che la scelta sia stata e sia giusta? Cosa ce ne facciamo del 99% in più di interazioni sui social se gli ascolti TV calano del 4.5%?

Devo pensare che per la Formula 1 sia più importante chi mette cuoricini a iosa su Twitter e Facebook invece di chi guarda le gare? Fatico a credere che sia così, ma tutto porta in questa direzione. Ed è così che il processo di svilimento dello sport nella sua qualità e nel suo pubblico diventa palese.

Lo diventa quando l’incidente di Alonso in bici, del quale si aspettano aggiornamenti, si trasforma in motivo di dileggio da parte della stessa gente che poi, se un pilota muore, riempie le bacheche di ipocriti ricordi strappalacrime. Su Twitter specialmente si sono letti post raccapriccianti, che mi astengo dal riportare, figli del più becero tifo malato e col paraocchi. E lo ripeto ancora una volta: il diritto ad internet, fino all’arrivo di una vera identità digitale, dovrebbe essere regolamentato. Dopo un 2020 all’insegna del disagio di chi voleva andare in tribuna a tutti i costi con migliaia di morti alla settimana, le cose non sono migliorate, anzi.

Lo svilimento diventa palese anche quando il cuoio capelluto di Vettel prende piede come argomento da bar sport per gente che, però, le stesse palle di mostrarsi così non le avrebbe mai nella vita. Rientra tutto nel sentirsi autorizzati a dire le peggiori cose comodamente seduti davanti ad un monitor. Senza pensare prima di scrivere, senza ragionare, ovviamente senza assumersi la responsabilità di quello che si dice e, anzi, sentendosi anche offesi o vessati quando si viene beccati a scrivere idiozie.

Mi domando: la Formula 1 ha davvero bisogno di vantarsi di una fanbase di questo tipo, ovvero una platea costituita anche da tanta, troppa gente che vive questo sport come uno scherzo, senza rispetto alcuno, idealizzando solo i piloti preferiti come se fossero frontmen di boyband e gli altri che si ammazzassero pure, che tanto non contano nulla?

So di essere controcorrente ma credo fermamente che la Formula 1 dovrebbe fare tutto tranne che rincorrere i Social. Per tornare ai fasti di un tempo si dovrebbero fare dei passi indietro, si dovrebbe rimettere al centro l’appassionato vero, non con grafiche psichedeliche e post acchiappa like ma riportando le gare in chiaro, tornando a dare loro l’importanza che meritano senza costringere ad abbonamenti costosi, specialmente in questo periodo storico. E chi se ne frega delle gare noiose, ci sono sempre state. Chi vince merita e deve meritare di vincere. Perché se iniziamo con le Sprint Race le griglie invertite, benché ora si dica di no, poi sono dietro l’angolo ed allora sì che la Formula 1 sarebbe pronta a cambiare nome definitivamente.

La Formula 1 aveva a suo favore una platea di appassionati storici, rispettosi dello sport e dei suoi protagonisti, che hanno quasi totalmente abbandonato indignati dai regolamenti degli ultimi vent’anni ed ormai totalmente disinteressati. Invece di cercare di mantenere una fanbase fatta di competenza, rispetto, conoscenza, pura passione, si è preferito puntare ad altro. L’altro sono i Leclerc, gli Hamilton, i Gasly visti più come i Boyzone o i Backstreet Boys e meno come fenomeni del volante del presente o del futuro.

Questo, a me, sinceramente non piace. Perché di leggerezza in leggerezza si finisce con chi gode per Alonso in ospedale e questo non è accettabile mai nella vita, non solo nello sport. Ecco perché quel grafico che trovate all’inizio è preoccupante: punta alla quantità e non alla qualità, come in tantissimi altri aspetti della vita e della società di oggi che, personalmente, detesto.

Sarebbe meraviglioso se, un giorno, quei dati si invertissero ed il 99% in più non fosse legato a cuoricini e like ma agli ascolti, a gente incollata alla TV (per più di tre minuti ovviamente), al ritorno della passione vera per questo sport. Una passione che si sta perdendo, rischiamo di perdere del tutto o, forse, si è persa già. Una tristezza che nessuna maledetta Sprint Race potrebbe sanare.

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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