Quando le ali parlavano

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Once upon a time… C’erano una volta le monoposto che al solo sguardo ti parlavano: ti davano indicazioni sul dove si andava a correre e, in casi specifici, rendevano la location praticamente inconfondibile. Erano le F1 in cui le ali, anteriore e posteriore, raccontavano da se quale fosse l’assetto della vettura.

Siamo a Monza e da qualche anno, direi dall’introduzione del DRS, riconoscere una monoposto che corre sull’Autodromo Nazionale piuttosto che a Spa o in Bahrain non è più così facile. L’ala mobile permette di girare più carichi anche dove, un tempo, il carico era quello delle palle di chi si infilava in abitacolo. Non c’è più il fascino della monoposto completamente scarica.

Monza e Hockenheim erano patria delle ali inesistenti, dei profili mini e completamente orizzontali, degli sponsor illeggibili. Insomma, le monoposto scendevano in pista, le guardavi e capivi alla prima occhiata che si era giunti in uno di quei luoghi in cui la velocità massima era stellare, mentre pestare sul freno e buttarsi in curva era da segno della croce. Al contrario, tra Monaco e Budapest, sulle ali dietro potevi leggere interi poster cinematografici quando non comparivano candelabri, ali aggiuntive e via via altre invenzioni per dare un po’ più di carico alla monoposto.

Fare la differenza era più difficile, perché a fronte della ricerca della massima velocità c’era da remare in frenata, in percorrenza ed in uscita di curva. Ricordate la parte del Motodrom della vecchia Hockenheim? Andate a rivedere qualche video di quegli anni rispetto ad oggi. Certo, la pista non è più quella, ma è per farvi capire quanta fosse la differenza. Anche a Monza le cose sono diverse. La frenata dell’Ascari e della Parabolica sono meno problematiche, perché adesso il carico c’è e per la velocità massima c’è il DRS a dare una mano.

È un’altra di quelle piccole cose che mancano rispetto al passato: stamattina guardavo un po’ di foto e mi rendevo conto ancora una volta del tempo che scorre senza che te ne accorgi.

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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