La frustrazione, il vizietto, il bene che vince sul male

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Devo ammettere che, se già ero provato da un weekend difficile da digerire dal punto di vista organizzativo e di format, la gara – ebbene sì, una gara c’è stata – ha acuito una sensazione di disagio del tutto personale nel vedere una Formula 1 in cui i metri di giudizio e le considerazioni sono lontanissime dal mio modo di vedere le cose.

Vado in rigoroso ordine sparso anche se l’oggetto della discussione, dopo quanto successo oggi, non può che essere l’episodio che ha condizionato tutta la gara ed il risultato finale. Giusto un paio di settimane fa avevo sottolineato l’insensatezza di un regolamento per il quale i piloti non si possono più difendere. A Silverstone, ore dopo la fine della gara e con mille immagini a disposizione, c’è ancora chi assegna addirittura tutta la colpa dell’incidente tra Hamilton e Verstappen all’olandese. Come se negli ultimi anni la Formula 1, a colpi di regole illogiche, avesse fatto il lavaggio del cervello alla gran parte della fanbase di questo sport cancellando qualsiasi concetto di lotta, traiettorie, linee ideali e quant’altro.

Da quando “la ruota anteriore è affiancata a quella posteriore” sembra che chi è davanti debba farsi saltare in aria per lasciare strada a chi sopraggiunge, che ormai la posizione è persa. Da qui le critiche a Max per non essersi allargato ulteriormente (dove sarebbe dovuto andare, mi chiedo?), non aver rallentato, insomma non aver lasciato strada a Hamilton come se fosse un Norris di turno e non il leader del mondiale e di gara; Lando che, ultimamente, più che il concorrente sembra fare da paggetto al Campione.

Parentesi. In questo sottolineo anche l’incoerenza – non succede mai – degli steward: se la regola dice quanto sostenuto da Hamilton (“ero affiancato, la curva era mia”) avrebbero dovuto essere coraggiosi e non investigare nemmeno l’accaduto, dando la colpa a Max. Invece, con i loro consueti tempi biblici, hanno optato per una sanzione in linea con il buon senso ma che va contro il loro stesso assurdo regolamento. Evidentemente lo sanno anche loro.

E dire, tra l’altro, che basterebbe incrociare le immagini per capire la differenza tra l’azione con Verstappen e quella con Leclerc da parte di Lewis. Per semplificare ne metto tre – un po’ raffazzonate, mi perdonerete – che chiariscono a grandi linee e contrariamente a quanto sostenuto da più parti quanto olandese e monegasco abbiano condotto la stessa linea di difesa alla Copse. Nella terza immagine le due azioni sono sovrapposte per mettere in evidenza il tutto.

La frustrazione, il vizietto, il bene che vince sul male
La frustrazione, il vizietto, il bene che vince sul male
La frustrazione, il vizietto, il bene che vince sul male

La differenza è solo e soltanto una, ovvero la traiettoria di Lewis nei due episodi. Nel primo è distante dal cordolo interno, nel secondo lo va addirittura a toccare. Non sta a me parlare di volontarietà o meno (sono sicuro non ce ne sia) e non mi interessa neanche ma è curioso constatare ancora una volta quanto, ad esempio, a parità di difesa Verstappen sia sempre quello che sbaglia e Leclerc quello che fa la cosa giusta mentre, in questo caso, è la variabile Hamilton a definire gli eventi. In questo modo assurdo di giudicare pesa ancora in modo deciso il passato – ormai remoto – di Max, spesso e volentieri in battaglia (e a contatto) con le Rosse e quindi nemico, colpevole, da giudicare male a prescindere per parecchia tifoseria.

Per la serie che conta più l’antipatia o la simpatia e, quindi, tra Hamilton e Verstappen, il bene che vince sul male, o per meglio dire il male minore, è l’inglese; grazie anche al suo status di icona intoccabile della Formula 1 attuale ed al suo savoir faire spesso da cerchiobottista; ad esempio quando incontra il “miglior pubblico” in qualsiasi nazione si vada a correre, usanza che personalmente sa molto di convenienza politico-mediatica. Ovviamente, quello inglese è il migliore tra i migliori ed oggi, Lewis, non si è tirato indietro dal sottolinearlo. Tra l’altro, e qui secondo me non è stato un gentiluomo, senza nemmeno spendere due parole pubblicamente – lui che di politica verbale è un maestro – per Max visto che era ancora in ospedale dopo un’uscita da 51G e una picchiata credo almeno a 220/230 all’ora. Avranno modo di scambiare due parole in separata sede, ma penso che Verstappen la Copse se la sia legata stretta al dito.

Quanto successo oggi è, comunque, un chiaro segnale di un Hamilton che soffre Max fino al punto di esagerare quando la frustrazione supera la logica. Dopo aver perso la prima posizione in partenza nella Sprint ed essersi visto chiudere la porta almeno quattro volte dallo start alla Copse in gara, Lewis ha affondato il colpo con un attacco quasi disperato al primo giro, andando oltre il limite. Entrare in due alla Copse è possibile se uno dei due sparisce o perde il posteriore come Leclerc. Se per tanti Max, da leader, non avrebbe dovuto rischiare, lo stesso però vale anche per Lewis, che nell’episodio odierno è stato solo fortunato a non rimetterci un braccetto dello sterzo; altrimenti parleremmo di un doppio zero.

Quando viene messo sotto pressione Hamilton può essere battuto: l’abbiamo visto nel triennio con Rosberg ed anche in quel periodo l’inglese era portato ad esagerazioni (Barcellona 2016) allargate non necessarie (Austin, Montreal) e quant’altro nei confronti di un compagno poi diventato un vero e proprio incubo. Un vizietto dal quale ha sempre saputo discolparsi con un’abilità mediatica senza pari e del quale, una volta trovato Bottas al suo fianco, ha quasi sempre potuto fare a meno vista la collaborazione del finlandese e la forza del mezzo a disposizione rispetto alla concorrenza.

Detto questo, se qualcuno si aspettava un po’ di sale sul mondiale la tovaglia è stata completamente sommersa. Da qui in poi sarà guerra totale tra nuova e vecchia generazione, campione affermato e giovane rampante, voglia di record e di chiudere un’epoca. È un campionato inaspettatamente bellissimo e non ci sarebbe bisogno di falsarlo con format virtuosi. Ma tant’è, la frittata ormai è fatta. Speriamo non sia bruciata.

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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