Kiitos, Kimi

Ci sono tantissime cose per le quali Kimi Raikkonen mancherà, non solo a me ma a tutti gli appassionati di Formula 1. Il suo ritiro era atteso, diciamocelo. Lo aspettavamo da un momento all’altro. Ma quando, nonostante la coscienza di una notizia che sta per arrivare, questa comunque ti destabilizza, significa che il protagonista in questione ha lasciato qualcosa; un segno, un ricordo, un sorriso, pur essendo stato per anni l’antimedia, la luce per Dracula, la Kryptonite per Superman.

Forse è proprio per questo che Kimi è il più amato di tutti, grandi e piccoli, anche se non lotta più per i traguardi di un tempo. Perché ha preso a schiaffi le regole della stampa per anni, piegandola al suo volere e rimanendo uno di noi in quel mondo lì che tanto sogniamo ma condizionato da altrettanto, troppo politically correct. Risposte a monosillabi, espressioni che parlavano senza bisogno di dire qualcosa, riluttanza cosmica a tutto quello che non era abitacolo, volante, acceleratore. E, quando serviva, la battuta cinica, fredda, anche censurabile come nel caso del commento sul di Abu Dhabi…

Negli ultimi anni, con lo spopolare dei social, l’antimediaticità di Kimi l’ha portato ad esser comunque più popolare di tanti altri colleghi, fino a quando ha deciso aprire le porte del suo mondo e sbarcare su Instagram, dove ha comunque mantenuto il suo spirito senza eccessi di protagonismo.

Al di là di tutte le reazioni che sto vedendo in queste ore, molte delle quali focalizzate più sul Kimi extra pista, ci lascia un pilota che nella prima metà della sua lunghissima carriera e fino al ritorno in Lotus ha fatto vedere cose inenarrabili. Perché Kimi Raikkonen non è (solo) quello che risponde con i cartelli alle domande nelle anteprime dei GP spiccicando due parole, tanto meno quello del gelato della Malesia o dell’occhiale da sole perennemente indossato. Kimi Raikkonen è l’ira del signore che, tra 2003 e 2005, a mio parere personale è stato secondo solo a Schumi a livello generale e, in diversi frangenti, per velocità assoluta, il migliore in pista senza discussione.

Un triennio in cui Iceman ha fatto vedere cose da cineteca, con un mondiale perso di un nulla con una monoposto vecchia di un anno, il 2003, ed un altro (il 2005) lanciato letteralmente alle ortiche dalla Mercedes, incapace di mettergli a disposizione un motore che non esplodesse ed implodesse quasi tutti i weekend. Kimi Raikkonen è quello delle quattro vittorie a Spa, con quella del 2009 che ancora stupisce per il mezzo a disposizione; è quello della rimonta dal 17° posto a Suzuka nel 2005. Probabilmente la sua più bella gara in assoluto. È l’ultimo pilota titolato della Ferrari: 2007, anno d’esordio in rosso. 14 anni fa, un’eternità. Credo che, come pilota, probabilmente avrebbe meritato di più soprattutto nei primi anni, quando ha fatto vedere le cose più belle.

Kiitos, Kimi. Grazie. Perché è stato lui a colmare in parte il grande vuoto lasciato da Michael nel 2006, quando il tifo era la parte preponderante della mia passione per la Formula 1. Tanto, tantissimo tempo fa, prima che decidessi di iniziare a scrivere. È stato lui a tenermi incollato in quella stagione, partendo da quelle 4 di notte di Melbourne con la vittoria all’esordio e proseguendo in un’annata tanto pazza quanto storica tra vittorie, Spy Story e, infine, titolo mondiale. Kimi è stato fondamentale perché io rimanessi fedele a questo sport ed è stato (ed è) la prova che si può rimanere se stessi anche quando si è immersi in un mondo completamente diverso da noi ed il nostro modo di vivere.

Lascerà un gran vuoto, e fa sorridere per un pilota diventato quasi inconsapevolmente il più amato della truppa facendo l’esatto opposto di quello che si usa al giorno d’oggi, la cosa più semplice del mondo: rimanere se stesso. Dopo Valentino, un altro classe ’79 appenderà il casco al chiodo per dedicarsi alla famiglia: il grande step nella vita di un ragazzo che abbiamo conosciuto giovanissimo, spaesato ed ora lasciamo adulto, con una compagna di vita invidiabile e due bimbi da accompagnare nella crescita.

L’orologio della vecchiaia ticchetta a suon di cognomi che vengono da lontano. Max Verstappen, Mick Schumacher. E chissà che, tra una quindicina d’anni, non arrivi anche un tale Robin Raikkonen a risvegliare cuori e ricordi di chi, al papà, ha voluto bene.

Immagine: P300.it

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