Intervista ad Alessandro Valesi: il mondiale 1993, Harada e la Yamaha

IntervisteMotomondiale
Tempo di lettura: 7 minuti
di Andrea Ettori @AndreaEttori
23 Dicembre 2022 - 16:24

Il decennio tra gli anni ’90 e i primi 2000 ha rappresentato per la vecchia ma indimenticabile classe 250cc una vera e propria golden age. Un periodo unico, che la Moto2 attuale non può nemmeno minimamente avvicinare. Erano gli anni delle grandi Case, dei team privati che vincevano e di una categoria che spesso metteva in secondo piano la classe 500cc dominata dagli americani e australiani.

Nel 2023 saranno 30 anni esatti da uno dei trionfi più iconici e importanti nella storia del Motomondiale, quello di Tetsuya Harada in sella alla Yamaha del team Valesi. Un binomio capace di riportare il titolo alla Casa dei Tre Diapason dopo quello ottenuto in forma ufficiale nel 1990 con l’americano John Kocinski. Gli artefici del successo del 1993 sono ovviamente lo stesso Harada, rookie terribile capace di vincere al debutto contro avversarsi del calibro di Loris Capirossi, Max Biaggi e Doriano Romboni, e Alessandro Valesi, il boss dell’omonimo team che qualche mese prima aveva deciso di lasciare Aprilia per accettare le lusinghe della Yamaha.

Una storia, quella del mondiale 1993, raccontata in questa intervista dallo stesso Valesi, uno dei grandi protagonisti del trionfo di 30 anni fa.

Nel 2023 saranno 30 anni esatti dal titolo di Harada con il tuo team, che emozioni provi ancora oggi?
“L’emozione di avere raggiunto un importante risultato inaspettato da tutti. E di aver lavorato nel modo corretto per raggiungerlo in pochi anni”.

Ci spieghi nel dettaglio cosa ti aveva portato a decidere nel cambio tra Aprilia e Yamaha? Questioni economiche e tecniche, riportano i media di quel periodo
“Principalmente ragioni tecniche, in quanto eravamo il team di punta della Yamaha che come tutti sappiamo è una delle principali Case motociclistiche e lo era anche in quel periodo. Inoltre in Aprilia sarei stato il secondo team. E poi il prestigio e l’esperienza di lavorare con un Casa cosi importante”.

Quanto ti ha impressionato Harada dal primo giorno che lo hai visto e che tipo di pilota e ragazzo era nel 1993?
“Subito ai primi test sulla pista della Yamaha mi aveva impressionato, sia nella guida che nel lavoro di collaudatore della nuova moto. Mi ricordo che con Giovanni Sandi, capotecnico del team, siamo rimasti subito impressionati e abbiamo lavorato con Yamaha per poterlo portare al mondiale, visto che il team doveva schierarsi solo con Pierfrancesco Chili all’inizio. Si è rivelato un pilota velocissimo già alla prima gara, che aveva voglia di condividere il lavoro con il team. Come ragazzo era fantastico, semplice, molto umile e mi ricordo che aveva fatto subito amicizia con tutto il team e si era fatto volere bene come persona prima che come pilota. Anche con Pierfrancesco, che era il suo compagno di squadra, aveva stretto una importante amicizia”.

Harada racconta che il tuo team aveva un’atmosfera fantastica e che Yamaha vi aiutò nel corso della stagione, puoi raccontarci come stavano esattamente le cose?
“Confermo che all’interno del team eravamo riusciti ad ottenere un’atmosfera bella e amichevole e che si lavorava proprio bene anche con i tecnici giapponesi. Questo grazie al lavoro sia di Sandi e dei suoi uomini che di Leonardo Brambilla, che come direttore sportivo ha fatto tanto per arrivare a questo”.

Avevate aspettative reali di titolo ad inizio anno?
“Yamaha ci aiutava tantissimo sia negli sviluppi durante l’anno che come supporto tecnico. Avevamo due loro tecnici fissi a lavorare con noi, sia nella base in Italia sia sul campo gara. Si era instaurata una bellissima collaborazione”.

Come vivevano, gli uomini Honda nel paddock, il fatto che in testa a quella 250cc così competitiva ci fosse una Yamaha gestita da un team italiano?
“Nessuno si aspettava un risultato del genere al primo anno e anche i team Honda e Aprilia non l’avevano presa benissimo. Anche se ricordo che in quegli anni il paddock era una bellissima famiglia e inoltre i team in lotta erano tutti italiani: Honda aveva Pileri con Capirossi e Merendino con Romboni, Aprilia correva con Reggiani. Ma tra di noi c’è sempre stato un bellissimo rapporto”.

Che rapporto avevi con David King, boss di Telkor?
“All’inizio pensavo che fosse molto buono, visto che per due anni ci ha sostenuto in modo importante e ha creduto in noi. Purtroppo la vendita dell’azienda da parte sua, senza informarci, ha creato importanti problemi al team”.

Dopo Laguna Seca come avete preparato il weekend di Jarama e con quali aspettative?
“Erano arrivati pezzi nuovi dal Giappone e siamo andati a Monza per fare un test privato e capire se eravamo sulla strada giusta. Siamo andati a Jarama consapevoli di poterci giocare tutto, ma sereni perché il lavoro fatto era buono. Come ho detto prima, anche se fossimo arrivati secondi sarebbe stata un’ottima annata per noi. Poi la gara ha preso subito una lotta a tre tra Romboni, Harada e Capirossi. Honda non ha fatto giochi di squadra, quindi noi siamo riusciti a raggiungere il primo posto davanti a Capirossi e questo ci ha permesso di vincere il campionato”.

Delle quattro vittorie di quella stagione quale ricordi con più orgoglio?
“Jerez è la vittoria più bella e che ricordo di più, un importante ricordo perché il sabato era morto un pilota (Nobuyuki Wakai, ndr) uscendo dai box. Era un grande amico di Harada e c’era una tensione, accompagnata da una tristezza incredibile. Dopo la vittoria, Harada non riusciva a stare sul podio dalla commozione. La dedica all’amico è un ricordo bellissimo”.

Ci racconti le emozioni e la gioia del weekend che vi ha regalato il titolo?
“Emozioni e gioie indescrivibili, eravamo al settimo cielo. Io, addirittura, alla sera avevo 38°C di febbre e non sono riuscito ad andare con il team a festeggiare. È un ricordo ancora vivo anche oggi”.

Cosa è successo nelle settimane successive alla vittoria del mondiale? Parlo soprattutto del possibile prosieguo del team per il 1994.
“Avevamo preso impegni con i meccanici, con Yamaha e con i piloti anche per il 1994 perché Telkor aveva garantito il supporto, purtroppo solo a parole, anche per la nuova stagione. Siccome avevamo lavorato bene nei primi due anni ero sicuro di quanto mi era stato promesso. Purtroppo a novembre, nel momento in cui ho chiesto un appuntamento in Sudafrica per definire il tutto e firmare l’accordo, mi è stato detto che l’azienda era stata venduta e che la nuova proprietà non era interessata a proseguire. Per noi è arrivata una notizia terribile a tre mesi dal via dei test. Non siamo riusciti a trovare nemmeno un accordo parziale con loro, visti i risultati e gli impegni presi. Io ho provato a trovare nuovi partner ma era impossibile in così poco tempo: in un mese dovevamo trovare l’80% del budget. Così non me la sono sentita di rischiare più del dovuto, partendo senza una copertura adeguata”.

Cosa ha significato, per te, vincere in una 250cc che spesso valeva di più del mondiale 500cc?
“Il bellissimo rapporto che ero riuscito a costruire all’interno del team. Eravamo una squadra in tutti i sensi. Lavoravamo tanto ma allo stesso tempo stavamo bene insieme. Questo per me è stato il traguardo più bello. La 250cc era certamente la classe di mezzo del mondiale ma era agguerrita forse anche di più della 500cc: c’erano quattro Case ufficiali impegnate e Yamaha, Aprilia e Honda avevano due team molto competitivi. Non ho mai percepito in modo negativo la differenza tra le due categorie, anche se non nascondo che con Yamaha il percorso era di arrivare alla classe regina in futuro. Purtroppo il tutto non si è avverato”.

Il momento più bello e quello più complicato di quel 1993?
“Il momento più bello sicuramente è stato dopo il traguardo di Jarama, proseguito poi nelle ore successive. Il momento più brutto in assoluto è stato la notizia di Telkor che ha buttato nel baratro il team e il lavoro fatto”.

Immagine copertina: Wikimedia

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