Intervista a Chris Murphy, padre delle ultime Lotus di F1

di Andrea Ettori @AndreaEttori
11 Novembre 2022 - 18:43

Chris Murphy è l’uomo da cui sono nate le ultime Lotus di F1, prima della chiusura del prestigioso team inglese a fine 1994. Le sue monoposto hanno provato a dare dignità ad una scuderia che dopo la morte del suo fondatore Colin Chapman e le vittorie ottenute da Ayrton Senna ha subito un veloce quanto mesto declino.

Monza 1994 e il motore Honda “mascherato” avrebbero potuto cambiare decisamente il destino della Lotus, come raccontato dallo stesso Murphy in questa intervista che gentilmente ci ha concesso. Un breve passaggio della sua storia all’interno del team inglese.

Ingegnere, cosa ricorda del team Lotus dopo 30 anni?
“Posso dirti che è stato il posto migliore, con le persone migliori con cui ho lavorato”.

Ci può dire cosa ha significato lavorare in condizioni così complicate, legate soprattutto all’assenza di budget?
“Progettare e costruire una monoposto competitiva è una sfida significativa in qualsiasi periodo storico. Nel team Lotus in particolare durante l’ultimo anno, cioè il 1994, abbiamo dovuto lavorare con poco budget ma soprattutto con il timore che il team potesse chiudere. Ovviamente non è stato semplice”.

Qual è stata la vettura con più potenziale che avete sviluppato?
“La 107B aveva parecchio potenziale. Non siamo riusciti ad abbinare lo sviluppo aerodinamico alla piena affidabilità dell’hardware delle sospensioni attive. Avessimo trovato questo compromesso, la macchina sarebbe stata molto competitiva”.

Quanto vi aveva galvanizzato il duello con la Ferrari nel 1992?
“Il team Lotus era composto da persone molto competitive, me compreso, quindi essere in grado di competere con team più grandi e meglio finanziati come Ferrari, o McLaren, ci ha spinto ad impegnarci di più”.

C’è qualche particolare aneddoto che può raccontarci di quel periodo?
“Ci sono tante cose interessanti e divertenti successe in quel periodo ed è difficile ricordarle tutto. Il periodo con Hakkinen e Herbert come compagni di squadra è stato molto divertente. All’epoca condividevamo tutte le camere d’albergo, compresi gli autisti. Quando i due si sono incontrati per la prima volta, nella stanza d’albergo condivisa, Johnny ha finto di essere gay, inseguendo Mika nella stanza e spaventandolo a morte! (ride, ndr)“.

Ci puoi raccontare in modo definitivo la storia del motore Honda e di Monza 1994?
“Questa è una storia piuttosto lunga ma, in poche parole, nella prima gara in cui abbiamo avuto il nuovo motore Honda eravamo in seconda fila della griglia con Herbert. Johnny pensava effettivamente che avremmo potuto vincere la gara ma purtroppo è stato eliminato alla staccata della Prima Variante, in partenza, da Irvine. Alex Zanardi sull’altra vettura con il vecchio motore era a metà griglia ma particolarmente competitivo. Il giorno dopo, cioè lunedì, la squadra fu posta in amministrazione controllata, preludio alla bancarotta. Ci è stato detto dai vertici del team che se avessimo avuto successo a Monza, Honda avrebbe potuto rilevare il team e salvarlo. Purtroppo non è andata così ed è tutto finito”.

È stato un rammarico non ottenere almeno un podio in quel periodo?
“In quel periodo abbiamo lavorato anche sopra le nostre reali possibilità a causa del budget molto ridotto. Abbiamo cercato di essere sempre il più competitivi possibile e abbiamo creduto che un risultato sul podio fosse possibile. Non averlo ottenuto è irrilevante. Il più grande rimpianto è che la squadra non sia sopravvissuta”.

Immagine copertina: Wikimedia Commons