Indycar | É morto Pat Patrick

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Quello di Patrick è il terzo addio in pochi giorni per il mondo della Indycar

Il motorsport americano sta attraversando giorni decisamente tristi: dopo quelle di John Paul jr. e di Aldo Andretti, la comunità della IndyCar piange la scomparsa di Pat Patrick, storico costruttore e team owner operativo tra l’inizio degli anni ’70 e la prima metà degli anni 2000. Tra poco più di due mesi avrebbe compiuto 92 anni.

Nel corso della sua carriera, Patrick è stato il proprietario di un team IndyCar in tre fasi distinte. La prima, quella tra il 1970 e il 1989, è stata anche quella più vincente: in questo lasso di tempo conquistò i suoi tre successi alla 500 Miglia di Indianapolis datati 1973, 1982 (entrambi con Gordon Johncock) e 1989 (con Emerson Fittipaldi); Johncock e Fittipaldi vinsero inoltre un campionato a testa con questa squadra, il primo nel 1976 e il secondo nel 1989.

Proprio nel 1989 Patrick cedette gradualmente l’attività a Chip Ganassi, che a partire dall’anno successivo diede vita al team che porta il suo nome e che è tuttora uno dei punti di riferimento della categoria grazie a Scott Dixon. Curiosamente la carriera da pilota dello stesso Ganassi fu bruscamente interrotta da un incidente durante la 500 Miglia del Michigan del 1984 proprio mentre era al volante della seconda monoposto del team di Pat Patrick.

I successi di Fittipaldi fecero cambiare idea al suo team owner, che inizialmente sembrava intenzionato a ritirarsi dalle competizioni: nel ’90 rilevò la struttura del team Morales Motorsport e divenne il nuovo team ufficiale Alfa Romeo nel campionato CART.

La nuova avventura durò appena due anni: il ritiro del Costruttore milanese e l’insorgere di problemi finanziari e legali costrinsero Patrick a vendere la squadra a Bobby Rahal, che in questo modo iniziò ufficialmente la sua avventura da team owner nel mondo della IndyCar.

A metà degli anni ’90 Patrick riprovò ad entrare nel mondo delle corse: nel ’95 si presentò al via del campionato CART con Scott Pruett, vincendo in quello stesso anno la 500 Miglia del Michigan. La stagione migliore per la squadra in questa sua terza ed ultima fase fu però il 2000: Adrian Fernandez e Roberto Moreno vinsero tre gare e chiusero il campionato al secondo e al terzo posto, alle spalle solamente di Gil de Ferran (Team Penske).

Negli anni successivi il team non riuscì a ripetersi e già nel 2002 venne ridimensionato arrivando a schierare una sola monoposto prima per Townsend Bell e poi per Oriol Serviá. Il difficile momento dal punto di vista economico portarono Patrick a provare l’approdo nella IndyCar Series per il 2004, ma dopo una sola stagione il team fu costretto ad alzare definitivamente bandiera bianca.

Per una decina di anni Patrick non fu solo proprietario di una squadra IndyCar, ma anche Costruttore di discreto successo: tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 schierò una sua monoposto chiamata Wildcat, con la quale Gordon Johncock vinse la 500 Miglia di Indianapolis del 1982. 12 dei 45 successi del team Patrick Racing sono stati ottenuti proprio con dei telai auto-prodotti dalla struttura di proprietà del businessman nativo del Kentucky.

Patrick è stato anche affarista: nei primi anni ’60 fondò la Patrick Petroleum e proprio il suo fiuto per gli affari lo portò a sostenere Dan Gurney nella sua “crociata” contro lo USAC: con il sostegno economico di alcuni team owner, tra i quali lo stesso Patrick e Roger Penske, Dan Gurney diede vita alla CART con l’obiettivo di sfruttare tutto il potenziale mediatico del motorsport americano a ruote scoperte. Gli eventi daranno loro ragione: il nuovo campionato acquisì ben presto notorietà e prestigio e in pochi anni attirò a sé piloti provenienti da tutto il mondo, in particolare dall’Europa e dal Sud America.

Patrick, che lascia tre figli e una figlia, è stato introdotto nella Hall of Fame americana del motorsport nel 2018.

Immagine di copertina da IndyCar Media/Ron McQueeney

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