Il Gran Premio più importante per tutti: quello della vita

Il Gran Premio più importante per tutti: quello della vita

Non sapevo neanche se scriverlo, questo pezzo, ma è difficile restare a guardare, leggere, ascoltare senza dire nulla.

Da più di una settimana apro i social e tra i miei contatti c’è qualcuno, almeno una persona ogni giorno, che ha perso un amico, un parente, un conoscente. Leggo messaggi strazianti di chi affida l’ultimo saluto a chi non c’è più a questo o quel canale con un messaggio al quale seguono commenti, condoglianze, abbracci virtuali. È straziante.

Una specie di processione del cordoglio, un lungo funerale digitale che si sussegue giorno dopo giorno, su e giù per la nostra penisola. E tu sei lì, impotente, che non riesci a fare altro che inviare le tue condoglianze ed esprimere vicinanza a persone che conosci a malapena e, a malapena, ti conoscono grazie a queste pagine. Fogli digitali che, in questo periodo, dovrebbero vivere di gare invece che di rinvii, di lotte per la vittoria invece che di autodromi vuoti.

Barcellona è lontana un mese ma sembra un’eternità. Mi sento come catapultato dai test all’essere costretto a casa. Il motorsport sembra lontano: tutto quello che abbiamo costruito in sette anni e mezzo sembra diventato briciole rispetto a quello che stiamo vivendo ed è giusto che sia così. Continuo e continuiamo a raccontarvi quello che succede nel mondo dei motori perché è l’impegno che ci siamo presi con chi ci segue; cerchiamo di farlo con professionalità, riempiendo il vuoto con qualche memoria storica, ma la testa non può che essere altrove. A quel bollettino delle 18, alla conta dei contagiati, dei guariti, delle vittime. Fai fatica a pensare lo strazio di una, non posso immaginare cosa voglia dire perderne centinaia al giorno.

Da settimane viviamo una vita che avevamo solo visto nelle serie TV, siamo rintanati nelle nostre case come se, là fuori, il virus fosse uno zombie di The Walking Dead pronto a morderci. Invisibile, però. Non eravamo pronti noi, non lo era nessuno neanche altrove. È la più grande prova di sopravvivenza che la nostra generazione abbia mai affrontato ed è stato, è ancora difficile capirlo.

Fino ad un mese fa avevamo tutto e non ci bastava. Avevamo anche il coraggio di lamentarci, schiavi di tutto. Della società, del lavoro, di noi stessi, dell’egocentrismo che ci aveva pervasi senza che ce ne fossimo accorti. La palestra, la corsetta, l’aperitivo, le cene fuori, lo shopping, la straripante necessità di essere perfetti agli occhi degli altri con il ciuffo sempre preciso, l’abbigliamento perfetto, l’unghia inattaccabile, il selfie d’ordinanza su Instagram a prova del nostro essere sul pezzo, omologati, digitalmente certificati.

Tutta quella straordinaria esplosione di vita si è ridotta a tre ore di fila al supermercato per poter comperare da mangiare, a distanza di sicurezza, in rigoroso silenzio, con i soli occhi a parlare fuori dalle mascherine. Occhi impauriti, inesperti, inconsapevoli. Tutto quello che era scontato non lo è più, tutto quello che eravamo ora è a zero. Si ricomincia da capo.

Questo è il Gran Premio più importante per tutti noi. Non vale un campionato del mondo ma la vita: la nostra, dei nostri cari, dei nostri amici. Non c’è spazio per errori, non ci sono vie di fuga, non si può ricominciare come sulla Playstation. Qui si corre per l’obiettivo più nobile: poter continuare ad essere noi.

Non è questo il momento di polemizzare su quello che è successo in queste ultime settimane, su quella sensazione che la società ci abbia resi così straordinariamente egoisti da pensare di poter essere più forti, immuni a questo virus. Arriverà il momento opportuno. Ora è il tempo di stringerci e di sfruttare a nostro vantaggio ciò di cui possiamo disporre.

Abbiamo Internet. Per la prima volta dalla sua esplosione, oltre vent’anni fa, abbiamo l’occasione per dimostrare di averne comprese le straordinarie potenzialità. Smart working, videocall, se possibile ordini via web. Sfruttiamo la rete per non sentirci soli e per non far sentire soli i nostri cari, gli amici, vicini e lontani. Sentiamoci, vediamoci, parliamoci, passiamo il tempo stando insieme seppur a distanza. Poi, quando tutto finirà, potremo tornare al futile.

Pensiamo a quelle persone che non vediamo da tempo, spendiamo quei cinque secondi che non avevamo mai per mandare un semplice messaggio, per chiedere “Come stai”. Anche se è passato del tempo, anche se pensiamo sia inutile. Riprendiamoci quello che siamo e lasciamo alla nostra vecchia vita ciò che eravamo diventati.

Abbiamo la grande opportunità di scoprirci o riscoprirci. Meno stressati dal lavoro, meno stanchi dalle ore di sonno perse, più vicini alla famiglia con il fisico e con la testa. Ci è stato chiesto di stare a casa: per chi è solo può essere difficile, non lo nego, ma avrebbero potuto chiederci ben altro. Abbiamo la possibilità di stare al sicuro tra le nostre mura, non dobbiamo viverla necessariamente come una costrizione. Non tutti abbiamo questa fortuna: là fuori c’è gente che a casa vorrebbe tornarci volentieri ma, ogni giorno, rischia invece di essere contagiata per salvare il prossimo. C’è chi ha perso la vita per metterne al sicuro altre. Non lamentiamoci, anzi: ringraziamo di dover restare sul divano.

Quello che sta succedendo ci cambierà inevitabilmente. Forse l’ha già fatto. Quello che mi auguro è che si possa diventare tutti persone migliori e che questa durissima lezione ci stia insegnando tutto quello che non abbiamo imparato prima. Spero che si possa cambiare tutti in meglio. Che si possa scendere da un piedistallo fatto di apparenza per diventare persone con priorità vere, meno invidia, più rispetto per tutti, ovunque: che sia vita vera o virtuale.

Torneremo a parlare delle nostre macchinine, non per distrarci da un momento buio ma per ricominciare a vivere la nostra passione. Sarà bellissimo, lo sappiamo.

State a casa. Un pensiero a tutti voi, alle vostre famiglie, ai vostri amici, a chi ha perso e piange qualcuno di caro. A chi ogni giorno dedica la sua vita per curare chi non sta bene. Ai veri eroi.

MONOPOSTO by SAURO

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Il Gran Premio più importante per tutti: quello della vita 2
Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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