I tre caduti dei Fantastici Quattro

PAROLA DI CORSARO
I tre caduti dei Fantastici Quattro

Il ritiro di Jorge Lorenzo arriva ad oltre dieci di distanza da quando erano in quattro a dominare di 17 Novembre 2019, 23:00
Alyoska Costantino

Di solito, quando parlo di alcuni piloti in particolare in una delle mie bloggate, mi focalizzo su un ricordo inerente al protagonista della vicenda. La cosa, stavolta, non mi è possibile per due motivi: la moltitudine di soggetti che voglio trattare e il numero di ricordi inerenti a loro, fin troppo numeroso per poterne menzionare anche solo una fetta. Ma ci proverò comunque.

Il lasso di tempo che va dal 2006 fino al 2012 circa è un periodo in cui Motomondiale e Formula 1 andavano di pari passo, per la considerazione che avevo per entrambe. La stessa importanza, la stessa attesa per seguire qualifiche e gare, la stessa voglia ed euforia di svegliarsi magari a orari improponibili per seguire le gare dall’altra parte del mondo, quando ancora la TV satellitare non aveva arraffato tutto. Da una parte c’era la Ferrari, nel periodo che va dalle ultime corse di Michael Schumacher col Cavallino Rampante fino alle vittorie di Vettel con la Red Bull proprio contro la Rossa nel decennio successivo; dall’altra c’era Valentino Rossi, nell’intento prima di combattere con una Yamaha poco efficiente, poi con avversari sempre nuovi e sempre più forti, prima di uno storico quanto sbagliato passaggio alla Ducati.

I tre più forti che doveva sfidare Valentino erano Casey Stoner, Daniel Pedrosa e Jorge Lorenzo. Tre dal talento cristallino, che nel Motomondiale avevano dimostrato da subito la loro pasta, in maniere differenti. Saranno loro tre, insieme al “Dottore”, a dominare la scena di quegli anni, a vincere tantissimo nell’era delle MotoGP da 800cc e a segnare il passaggio a cavallo di due generazioni.

C’è Casey. Quello che aveva vinto di meno nelle categorie propedeutiche e, per la sua avventatezza, addirittura costretto a fare un salto all’indietro dalla 250cc alla 125cc. Chi si sarebbe immaginato che il famigerato “Rolling Stoner”, capace di far ammattire il povero Lucio Cecchinello nel suo anno di debutto per tutti i danni e le carene distrutte durante il campionato, sarebbe diventato il secondo fenomeno della classe regina degli anni ‘2000, il primo della MotoGP moderna?
Rimane il rammarico per non aver potuto ammirare le sue gesta più a lungo, magari contro altri avversari (chi ha detto Márquez?!), dopo un ritiro prematuro nel 2012, per allontanarsi da un mondo che non (lo) amava né lo rispecchiava più. Gli appassionati, specie italiani, gli hanno riservato il rispetto che merita solo dopo che aveva lasciato le scene mondiali. E’ davvero un peccato che la gente si accorga di ciò che vale una cosa, una persona e un gran pilota in questo caso, solo dopo averla persa. La sua impresa più bella è stata forse battere Rossi e Pedrosa a Barcellona nel 2007, in una delle più belle battaglie di quell’anno.

C’è poi Dani. Lui sembrava destinato a dominare in MotoGP, arrivando come un terremoto dalla 125cc e poi dalla 250cc a tempo di record. Nemmeno Valentino Rossi aveva avuto un ruolino di marcia simile nelle due categorie in questione, tanto che gli era stato affibbiato il soprannome di “Anti-Rossi” al suo arrivo. Finì sotto l’Ala Dorata protettrice di Honda, ma paradossalmente dei “Fantastici Quattro” è quello che ha ottenuto meno in fin dei conti. Almeno tre occasioni iridate perse, di cui due per infortuni, ma le batoste subite sono state ben più di due nel corso della sua carriera. Questo suo alone di sfortuna, quasi di “Paperino” della MotoGP, l’ha reso forse il pilota spagnolo più amato fuori dai confini iberici, specie qui da noi e specie negli ultimi due decenni, in cui l’Italia ha sempre visto i vicini spagnoli come dei nemici terrificanti. Dal punto di vista personale Dani è stato, dei tre, quello che ho preferito: mi emozionava davvero vederlo combattere e vincere nonostante le difficoltà, nonostante il fisico minuto, nonostante fosse così piccolo da quasi non riuscire a toccare terra coi piedi alla partenza. Avrei dato qualsiasi cosa per vederlo con l’alloro iridato della classe regina almeno una volta. Il fatto che sia il pilota più vincente in classe regina senza mai aver vinto un titolo è una controprova di come il risultato sarebbe stato possibile. Terrò sempre nel cuore la sua gara all’Estoril nel 2011, dove il “Camomillo” vinse correndo con un braccio mal ridotto, tanto da doverlo mollare al curvone per poterlo stendere.

C’è infine Jorge. L’ultimo ad aver debuttato ma di certo non l’ultimo per importanza, dato che è stato colui che ha ottenuto più di tutti e tre, ma quello che ha anche vissuto più alti e bassi. Oggi c’è stato il suo ritiro e la sua carriera non ha bisogno di presentazioni, con cinque titoli mondiali di cui ben tre in MotoGP, tutti con la Yamaha. Anche la sua carriera è stata funestata dagli infortuni, specie nell’ultimo periodo, e ciò l’ha costretto ad appendere il casco al chiodo anzitempo. Non era amatissimo, forse per la sua voglia di imitare Valentino Rossi in alcune sue scelte in carriera, forse per il carattere forte al limite dell’arroganza, o forse perché è il destino dei piloti più forti e scomodi. Chi può dirlo, di certo è anche quello su cui si è discusso maggiormente nell’ultimo anno e mezzo, nonostante davanti non ci sia mai arrivato nel 2019, col matrimonio fallimentare con Honda.
La mia posizione su Lorenzo è risaputa: non lo reputo un fenomeno, quanto più un grandissimo campione ma con troppi difetti che non mi permettono di reputarlo fenomeno. Ma, nei suoi momenti di maggior splendore, bisogna ammettere che batterlo era davvero un’impresa. Quando tutto girava come un ingranaggio, Lorenzo era un “Martillo”, uno dei suoi tanti (forse troppi) soprannomi. Per lui mi è stato più difficile decretare un momento più bello, ma la sua storica battaglia contro Marc Márquez a Silverstone 2013 direi che è la vincitrice.

Questi tre grandi campioni hanno terminato la propria carriera e oggi mi rendo conto quanto ognuno di essi abbia dato tantissimo a questo sport. Magari non vincevano sempre in maniera spettacolare, ma l’impatto che hanno avuto sulla massima categoria del motorsport è stato importantissimo. Nel caso non mi crediate, andate a chiederlo a un certo Marc Márquez, quando da piccolo venne intervistato dalla TV spagnola dicendo di voler diventare un pilota come, guarda un po’, Dani Pedrosa. Oggi è come se mi fossi accorto, in quel di Valencia, di quanto fosse passato il tempo. Di quanto io sia cresciuto, di quanto il motorsport sia cambiato, di cosa sia diventata la MotoGP per me. Non è solo la categoria delle due ruote che seguo alternativamente alla Formula 1, oggi è diventata il mio fine settimana “intoccabile”, irrinunciabile, quello per cui non ci sono per niente e nessuno. Tantomeno per la Formula 1, la quale ha perso totalmente appeal per me in questi anni.

Dall’altra parte, penso a ciò che non è cambiato nel corso di questi dieci e passa anni. Anche se cresciuto, non mi sento cambiato nel profondo, amo ancora il motorsport oggi come allora, anche guardandolo da angolazioni differenti e anche sperimentando categorie nuove. Vedo anche cosa non è cambiato nella MotoGP di adesso, ma lì molte meno cose sono rimaste intonse... tranne una. Un pilota.

Valentino, il quarto dei “Fantastici Quattro”, è ancora lì che corre. Non avrei mai scommesso un centesimo sul fatto che Rossi avrebbe continuato per più tempo di questi suoi tre grandi avversari. Sempre in pista, ancora con la sua fedele Yamaha M1 (nonostante l’intermezzo tanto breve quanto deludente con la Ducati) a ottenere il massimo possibile. Osservando il #46, si potrebbe quasi sospettare che conosca il segreto della vita (o della carriera) eterna, nonostante le occhiaie e le rughe sul suo volto siano aumentate e nonostante l’anagrafe gli dia quarant’anni.

Poi però, guardando con più attenzione, si nota come il Rossi attuale, prestazionalmente parlando, abbia perso tanto rispetto al Rossi degli anni migliori, magari proprio gli anni degli scontri con gli altri tre protagonisti dell’articolo di oggi. Già vedere Lorenzo fare 13° sulla moto che ha vinto tutti e tre i mondiali quest’anno fa male, ma anche vedere una leggenda del suo calibro continuare a correre non ottenendo molto più di questi risultati, è altrettanto doloroso. Sarò un romantico, ma io, fino alla gara del Mugello di quest’anno, ero ancora tra coloro che si sorprendeva più quando Rossi andava male che quando andava bene, proprio per il suo valore dimostrato in passato. In questo 2019, le cose sono cambiate.

Anche se ancora in corsa, pure Rossi ci fa capire come il suo tempo sia passato, come sia necessario (non solo per noi fan e appassionati, ma anche per team e squadre) guardare avanti, al futuro. Marquez domina già da qualche anno, mentre a breve potrebbe arrivare il momento dei Quartararo, dei Viñales, dei Rins, dei Miller, magari anche dei Bagnaia, a segnare il futuro della generazione che inizierà l’anno prossimo.

Non sono mai stato un fan del cambiamento, ma per questa volta voglio fare un eccezione. Voglio vedere cosa possono fare questi giovani piloti in futuro, come ci rallegreranno le domeniche a suon di battaglie e sorpassi. Ma prima, un doveroso grazie a Casey, a Dani, a Jorge e anche a Valentino, a ciò che hanno fatto per noi in questo decennio.

Fonte immagine: motogp.com



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