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Hamilton-Schumacher, il confronto che “non si può fare” ma tutti facciamo

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“Non si possono paragonare”. Ma, al tempo stesso, si sprecano pagine. Come questa.

Innanzitutto – a patto che a qualcuno interessi – mi scuso per la scarsa produzione di queste ultime settimane. Impegni (troppi), stanchezza (troppa), lavoro sul sito (troppo, avrete notato la nuova grafica, e non è finita) e al Prime Day non vendono ore giornaliere per compensare. P300.it non è una pagina di un qualsiasi social: richiede lavoro vero per essere mantenuto. Anche se, come al solito, a chi si fa il mazzo viene riconosciuto sempre l’equivalente dei titoli mondiali di David Coulthard e di qualche altro centinaio di piloti, mentre il disagio impera indisturbato.

Terminata la premessa (acida, ma il periodo non è da meno e quest’area è pur sempre un blog), arrivo con leggero ritardo a dire la mia sulla questione che per settimane ha spopolato in Formula 1 e continuerà a farlo nelle prossime, ovvero il raggiungimento delle 91 vittorie di Hamilton per pareggiare il record di Schumacher, con Portimao che potrebbe essere terreno fertile per la numero 92, quella del sorpasso.

Per settimane ho sentito dire e letto che i due non possono essere paragonati per mille motivi. Al tempo stesso, però, questa è stata una delle più grandi scuse sentite in questi ultimi tempi. Perché, alla fine, i confronti si fanno sempre e comunque e si continuano a fare. Già il fatto che si raggiunga qualcuno implica un confronto. Da giorni l’account ufficiale della Formula 1 propone infografiche, immagini, video che non fanno altro che mettere in parallelo l’inglese ed il tedesco. E, alla fine, c’è sempre chi preferisce uno all’altro e cerca sempre di portare acqua al suo mulino. Come me, come voi, come tutti.

Quella tra Schumacher e Hamilton è diventata quasi una questione ideologica più che sportiva. E sono davvero pochi quelli che dicono davvero, pensandolo, che i due non si possono paragonare. Perché chi li ha vissuti entrambi, per un motivo o per l’altro, avrà sempre un favoritismo verso uno dei due. E lo stesso vale per tutti i piloti del passato.

Tra l’altro non è solo questione di semplici numeri. Altrimenti Senna non sarebbe indicato dalla maggioranza degli appassionati come il più forte che abbia mai corso in Formula 1 nonostante vittorie, mondiali e pole inferiori ai due di cui si parla ultimamente. È questione di tifo, sensazioni, esperienza. Chi ha tifato Schumacher continuerà a pensare che sia lui il migliore, chi tifa ora Hamilton sarà dell’idea opposta e nessuno potrà convincere l’uno o l’altro a cambiare parrocchia. Nessuno dovrebbe pretenderlo, almeno.

Passando a come la vedo io, in linea generale ho sempre creduto che il peso delle vittorie sia generalmente più importante man mano che si va indietro nel tempo. Per farla breve i cinque titoli di Fangio, al tempo in cui l’eccezione era sopravvivere, hanno ben altro valore sia dei sette di Schumacher (e questo lo sapeva anche lui) che dei futuri otto, nove di Hamilton. Così come i quattro di Sebastian Vettel non sono i quattro di Alain Prost e i due di Fernando Alonso non sono gli stessi di Jim Clark.

Ovviamente non ci sono “colpe” da imputare ai piloti. Ognuno ha corso con quello che, al suo tempo, era il materiale migliore a disposizione sotto qualsiasi fronte tra competitività, affidabilità e, soprattutto, sicurezza. Il rischio c’è sempre stato e ci sarà sempre, lo abbiamo visto purtroppo negli ultimi anni; ma è anche vero che le monoposto di cinquant’anni fa erano delle bare volanti in confronto a quelle odierne, non c’è neanche da discutere. Ed è soprattutto questo il motivo per cui do sempre più credito a chi ha vinto tempi addietro rispetto a quelli che viviamo al giorno d’oggi.

Tornando al nocciolo della questione, ovvero il temporaneo pari tra Hamilton e Schumacher, va da sé che ovviamente la mia preferenza per questioni affettive la conoscono anche i muri, quindi parto con uno svantaggio di credibilità nel tentare di approfondire questo discorso. Almeno, però, non mi nascondo dietro un pannello trasparente urlando imparzialità.

Ci sono però elementi che, secondo me, sono molto più oggettivi di altri nel ricordare la carriera di uno e dell’altro. Sappiamo bene che Lewis andrà in tripla cifra nel 2021 e, probabilmente, farà suo l’ottavo alloro al termine della prossima stagione. Ci sono tre punti che, per quanto mi riguarda, sono poco contestabili nell’avventura di Michael e Lewis.

Negli anni ’90 si correva di meno e si rompeva di più. Le gare erano 16, massimo 17 e non 20/21 come ora. In cinque stagioni attuali è come averne completata una in più. I ritiri, inoltre, erano ben più frequenti rispetto all’era ibrida. Basti pensare che, al momento della vittoria #91, Lewis si è ritirato 26 volte in carriera contro le 53 di Michael (52 più la fantastica rottura nel giro di ricognizione di Magny-Cours 1996). Va da sé, quindi, che Schumacher ha raggiunto la #91 con meno gare portate a termine, per la precisione 40 (195 a 235).

Debuttare con Jordan/Benetton non è come farlo con McLaren. E, per quanto Lewis se lo sia meritato di fatto con la stagione precedente in GP2, le possibilità che si hanno con una vettura top sin dall’inizio sono oggettivamente diverse, migliori, considerate prestazioni e (tornando al passato) affidabilità e ritiri. E questa non è ovviamente una colpa di Hamilton – semmai un merito – ma un semplice dato di fatto. Se Michael avesse debuttato sulla McLaren o sulla Williams, avremmo forse visto altre cose sin dal principio.

I domini Ferrari e Mercedes sono completamente diversi. Il primo fu figlio di un primo ciclo di lavoro collettivo e progressivo iniziato nel 1996 e concluso nel 2000, con la conquista del primo titolo. Quello che è seguito è stato diretta conseguenza di cinque anni di rincorsa, non senza delusioni e sconfitte tremende. L’inizio del secondo, nel 2014, è coinciso con una delle più grandi rivoluzioni regolamentari che la Formula 1 abbia visto, con il passaggio alle Power Unit su cui Mercedes era sul pezzo da tempo. Qualcosa di analogo era successo tra 2009 e 2010, con la Red Bull e lo stravolgimento aerodinamico delle monoposto, che ha portato Vettel a vincere quattro titoli di fila.

Nei quattro anni precedenti il dominio, Mercedes aveva faticato non poco a risalire la china una volta tornata in Formula 1, con una base disastrosa nel 2010 su cui Rosberg e lo stesso Schumacher avevano ben poco da fare. La W04 del 2013, la prima Mercedes guidata da Lewis, fu la prima a portare risultati discreti con tre vittorie. Ma, senza il passaggio all’ibrido, lo step enorme che ha portato la Freccia d’Argento a dominare non sarebbe probabilmente avvenuto.

A proposito di questo, giorni fa ragionavo sul fatto che se Lewis si fosse accasato in Mercedes nel 2010, trovandosi costretto a sgomitare per tre stagioni anche per posizioni poco nobili, il valore delle sue attuali vittorie sarebbe ancora più alto e riconosciuto perché figlio, al di là dello step 2014, di un percorso di crescita iniziato dal basso.


Sono anche moderatamente convinto che l’apporto allo sviluppo di un tempo fosse maggiore al tempo dei test in pista rispetto all’attuale era dei simulatori. E poi ci sarebbero tanti altri discorsi da fare, ma non credo sia questo il momento. Volevo fissare questi tre punti che, per me, sono abbastanza oggettivi e vanno al di là del tifo mio o di altri.

Quello che stiamo vivendo resta comunque un passaggio storico (termine che uso per non dire che mi sento vecchio) e, stavolta, credo che difficilmente ci potrà essere qualcuno capace di fare meglio. Non tanto perché non creda che i record si possano battere, ma perché credo che la Formula 1, alle condizioni attuali, non potrà vivere tanto a lungo da aspettare un nuovo Hamilton. Opinione personale.

E, comunque, va bene così: almeno non mi sentirò più dire che ho tifato “quello che ha vinto di più”. Anche se è sempre contato relativamente.

Immagine: Agenzia ANSA

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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