Gilles Villeneuve, l’unica vera febbre

Gilles Villeneuve, l’unica vera febbre

«Se mi vogliono sono così, di certo non posso cambiare: perché io, di sentire dei cavalli che mi spingono la schiena, ne ho bisogno come dell’aria che respiro… ».

Sono parole di Gilles Villeneuve, da St. Jean-sur-Richelieu, piccolo villaggio vicino a Berthierville nel bel mezzo del Canada francofono. Per molti della vecchia generazione, Gilles è stato molto più di un pilota, è stato una vera e propria leggenda.

La “Febbre Villeneuve” era un’attrazione magnetica che portava tanti ragazzi ad appassionarsi a quel meraviglioso sport che sono le corse automobilistiche. Gilles: il più temerario, sorprendente e spericolato fra i piloti, quello che non era in grado mai di fare calcoli ma solo di andare sempre e costantemente al limite, quello che ad inizio carriera chiamavano “l’Aviatore” per i suoi innumerevoli incidenti, quello capace di manovre al limite dell’incredibile, quello che cercava sempre la traiettoria impossibile.

Non il miglior pilota, ma certamente il più grande trascinatore di folle che si sia mai visto su una pista. La sua carriera stessa è un vero romanzo. Spirito ribelle e da sempre stregato dalla velocità, sposò giovanissimo Johanna, l’unica donna della sua vita. I due, in seguito anche insieme ai figli Jacques e Mélanie, hanno vissuto tutta la vita in camper per spostarsi lungo le piste nelle quali Gilles si guadagnava da vivere correndo con mezzi meccanici di ogni tipo.

In Canada diventò, insieme al fratello Jacques, uno straordinario interprete delle popolari corse in motoslitta e fu forse in quelle originali competizioni che acquisì la sua incredibile capacità di controllo delle vetture in curva e sulle superfici scivolose. Iniziò sulle auto vendendo la casa e acquistandosi una vettura di F. Ford; passò poi in F. Atlantic e fu proprio in occasione di una competizione in questa categoria a Pau nel 1976 che una sua strepitosa vittoria lo fece notare a James Hunt che lo propose a Teddy Mayer per dei test sulla McLaren.

Da qui l’esordio con la vettura inglese nel GP di Gran Bretagna ’77: Gilles aveva a disposizione una “M23” vecchia di tre anni ma segnò il miglior tempo nelle prove libere, fu nono in griglia nettamente davanti a Mass sulla “M26” e vide la sua gara rovinata da un problema elettrico quando era in zona punti. Quella sua guida fuori dagli schemi non aveva stregato solo Hunt, ma anche Enzo Ferrari, uomo dal fiuto proverbiale per il talento, che contro il parere di tutti lo volle al Cavallino al posto del dimissionario Lauda verso la fine di quello stesso anno.

Sembrava una eresia: un pilota senza esperienza addirittura al posto del “mostro sacro” Campione del Mondo in carica. Innumerevoli le monoposto distrutte da Gilles in quei primi anni costellati da spettacolari incidenti: poi, proprio in Canada, la prima strepitosa vittoria sul bagnato nel 1978.

Arrivava su tutte le piste con la moglie, i figli, il cane e il gatto in un motor-home personale. Marco Piccinini disse una volta che i meccanici, smontando le macchine al termine della gara, potevano riconoscere al tatto gli ingranaggi del cambio di Reutemann da quelli di Gilles, tanto questi erano consumati. Il ’79 fu un anno trionfale: Gilles e Jody Scheckter, che divennero intimi amici, dominarono la scena e il canadese fu strepitosa “spalla” per il compagno che si laureò campione del Mondo dopo un incredibile arrivo in parata al GP d’Italia a Monza. Fu un vero delirio di folla.

Nell’81 colse ancora due strepitose vittorie a Montecarlo – primo motore turbo a trionfare nel Principato – e a Jarama, con una magistrale prestazione grazie alla quale tenne dietro per tutta la gara con una sequenza di staccate mozzafiato un folto gruppo di vetture più veloci della sua non eccezionale Ferrari.

Nel 1982 partì per vincere il Mondiale, insieme a Didier Pironi, anche lui divenuto presto un amico. Ad Imola Gilles era primo e Didier secondo: dal muretto dei box fu mostrato ai due il cartello “slow” che Gilles – molto probabilmente a ragione – interpretò come un “mantenete le posizioni” alzando il piede per chiudere la gara in sicurezza; Didier invece lo passò a quattro giri dalla fine e ancora all’ultimo giro dopo un furioso duello, andando a vincere la corsa. Gilles si sentì tradito, dal suo amico e dalla squadra che, dopo la gara, non prese apertamente le sue difese, forse solo per non alimentare ulteriori polemiche.

Infuriato, nella gara successiva a Zolder si lanciò a dieci minuti dalla fine delle prove ufficiali per tentare di superare in griglia l’odiato compagno di squadra, cui ormai non rivolgeva più la parola. Si disse anche che avesse deciso di lasciare la Ferrari a fine stagione, che avesse già un accordo con Frank Williams o che volesse fondare una propria scuderia in società con René Arnoux.

Alle 14.52 di sabato 8 maggio 1982, la sua Ferrari entrò in contatto con la March di Jochen Mass che procedeva lentamente percorrendo la “Curva del Bosco”; all’origine del contatto un malinteso fra i due: Mass si era spostato per lasciare la traiettoria migliore a Gilles che però aveva già iniziato la normale manovra di sorpasso. La Ferrari col mitico n° 27 piroettò in aria più volte prima di ricadere distrutta al suolo. Gilles fu sbalzato, insieme al seggiolino divelto dall’abitacolo, contro un palo di sostegno delle reti di protezione.

In Belgio, per la prima volta, non c’era sua moglie Johanna, rimasta in Canada per la Prima Comunione della figlia Mélanie. Morì all’ospedale di Leuwen alle 21.12 di quella stessa, terribile, sera senza riprendere conoscenza, per il distacco delle vertebre cervicali dal cranio in seguito all’impatto.

Finì così la sua carriera con sole sei vittorie; poche se si rapportano al mito che Gilles rappresenta. Ma questo è alimentato non dai risultati sportivi, ma dalle sue incredibili gesta: come la straordinaria battaglia con Arnoux a Digione nel ’79, tre giri entrati nella storia delle corse, o come l’impossibile sorpasso all’esterno alla curva Tarzan ai danni di Jones a Zandvoort ’79 o l’incredibile giro su tre ruote in quella stessa corsa; il serpentone durato 66 giri di Jarama ’81; il terzo posto a Montreal sotto il diluvio percorrendo vari giri con l’alettone anteriore piegato davanti al casco e poi staccatosi in corsa senza che Gilles alzasse mai il piede; il celeberrimo incidente di Imola dell’80 immortalato in una immagine che, fino al tragico week-end di Zolder, era il simbolo del suo modo di intendere le corse: lui che esce incolume da una vettura semidistrutta e fumante. E ancora la sfida con l’F-104 Fighter dell’Aviazione all’aeroporto della base militare di Istrana davanti a centomila persone.

Scatti, immagini, memorie. Dentro a tutte un uomo, piccolo e gracile. Ma con dentro il fuoco. Enzo Ferrari: “C’è chi lo valutava svitato, ma con il suo ardimento, e con la capacità distruttiva che aveva nel pilotare auto macinando semiassi, cambi e freni ci ha insegnato cosa fare. È stato campione di combattività e ha regalato tanta notorietà alla Ferrari. Io gli volevo bene”. Jody Scheckter, ai funerali nella Cattedrale di Berthierville: “Gilles mi mancherà per due motivi. Primo, lui era il pilota più veloce della storia delle corse automobilistiche. Secondo, era l’uomo più genuino che abbia mai conosciuto”.

Datemi un’automobilina a pedali oppure un missile, datemi qualunque cosa che si muova: io la porterò al limite“. E quest’ultima frase vi lasciamo intuire chi l’abbia pronunciata.

MONOPOSTO by SAURO

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