F1 | Monaco ’76: il giorno perfetto di Lauda nell’anno più drammatico

Di: Andrea Ettori
AndreaEttori
Pubblicato il 2 Giugno 2026 - 11:30
Tempo di lettura: 4 minuti
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F1 | Monaco ’76: il giorno perfetto di Lauda nell’anno più drammatico

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Cinquant’anni fa un’edizione speciale della gara nel Principato

Il 1976 è ricordato come uno degli anni più leggendari della Formula 1: un Mondiale che iniziò come una marcia trionfale della Ferrari e di Niki Lauda, e che sarebbe poi diventato un racconto epico di sopravvivenza, ritorno e duello sportivo destinato al cinema. A Montecarlo, cinquant’anni fa, Lauda toccò l’apice di quel dominio: con la vittoria nel Principato aveva conquistato cinque gare su sei, cedendo soltanto nel nuovo GP degli Stati Uniti Ovest, a Long Beach, dove chiuse secondo dietro Clay Regazzoni. Un avvio di stagione che sembrava già indirizzare il Mondiale.

Le qualifiche del sabato confermarono la superiorità della Ferrari: prima fila tutta rossa, Lauda in pole, Regazzoni accanto, e subito dietro l’indimenticato Ronnie Peterson. La 312 T2 era l’auto perfetta nel luogo perfetto, agile nei tratti lenti, stabile in frenata, implacabile in trazione. James Hunt, invece, arrancava: dopo Monaco Lauda sarebbe salito a 51 punti, l’inglese sarebbe rimasto fermo a 6, nonostante la vittoria in Spagna che gli sarebbe stata restituita solo settimane dopo, al termine di un lungo e controverso processo d’appello sull’ala posteriore della McLaren.

Nessuno, quel giorno, poteva immaginare che il Mondiale sarebbe stato stravolto dal dramma del Nürburgring il 1° agosto, dal ritorno miracoloso di Monza e dal duello finale sotto la pioggia del Fuji con l’abbandono diventato anche film di Niki.

Monaco 1976

Il via fu dato alle 15.30. Lauda scattò in testa alla Sainte Dévote e da quel momento nessuno lo avrebbe più rivisto. Al primo giro, sotto gli occhi di Grace Kelly e del Principe Ranieri, il gruppo transitò nell’ordine: Lauda, Peterson, Regazzoni, Depailler, Scheckter. Già dopo dieci giri il vantaggio dell’austriaco superava i sei secondi, mentre Hunt finiva in testacoda al Tabaccaio e Brambilla si ritirava per la rottura della sospensione.

Il primo colpo di scena arrivò al 27° giro: Peterson, secondo fino a quel momento, arrivò lungo al Tabaccaio e finì contro il guardrail. Nello stesso passaggio Regazzoni scivolò su una macchia d’olio alla Piscina e venne superato dalle due Tyrrell P34 a sei ruote di Jody Scheckter e Patrick Depailler. Lauda, intanto, continuava a martellare: 1’31”15, poi 1’30”36, fino a doppiare quasi tutto il gruppo.

A metà gara il margine era di 19 secondi su Scheckter. Solo sei vetture restavano a pieni giri. Una breve minaccia di pioggia non cambiò nulla: qualche goccia, i box pronti, ma nessuno si fermò. Negli ultimi giri Regazzoni tentò due volte l’attacco a Scheckter, firmò il giro più veloce in 1’30”28, poi sbagliò alla Rascasse: toccò il guardrail, forò l’anteriore sinistra e finì contro il muro. Poco dopo Laffite andò in testacoda alla Piscina e venne colpito da Mass, che non riuscì a evitarlo.

Lauda vinse con autorità davanti a Scheckter e Depailler, che ottenne una clamorosa terza posizione nonostante una grave vibrazione alla ruota posteriore destra, danneggiata negli ultimi giri. Un risultato che rese ancora più iconica la giornata delle sei ruote.

Stuck chiuse quarto, Mass quinto, Fittipaldi sesto. La media finale della Ferrari fu di 129,321 km/h.

Il dopo‑gara: Lauda glaciale, Stewart pensieroso

Sul podio, Grace Kelly consegnò la corona d’alloro a Lauda, in una scena che oggi appartiene a un’altra epoca. Poi l’austriaco raggiunse la sala stampa tra una folla disordinata e un agente troppo zelante che se la prese con i fotografi. Jackie Stewart lo introdusse, senza che fosse chiaro in quale ruolo.

Lauda, come sempre nel 1976, dovette spiegare una vittoria che non aveva bisogno di spiegazioni. “La macchina è andata perfettamente, soprattutto all’inizio. Era importante prendere margine su Peterson”. Gli chiesero se avesse rallentato. “No, ho sempre tirato. Scheckter andava forte”. Errori? “Nessuno, a parte una sbandata alla Piscina per l’olio non segnalato”. La pioggia? “Non abbastanza da cambiare qualcosa”.

Quando gli chiesero se fosse stanco di vincere, sorrise: “No. Vincere dà sempre più piacere che perdere. E poi Ferrari mi paga per vincere”. Sul Mondiale fu glaciale: “Mi sentirò campione quando avrò un punto in più degli altri. Tutto il resto è bla bla bla”.Stewart, in un angolo, faceva i conti. Sapeva che il suo record di 27 vittorie era in pericolo. Con una Ferrari così, e un Lauda così, il futuro sembrava già scritto.

Il paradosso del 1976

Rileggendo oggi quella domenica, col senno di poi, è impossibile non cogliere il paradosso. Monaco fu il giorno in cui Lauda sembrò irraggiungibile, il giorno in cui il Mondiale parve finire. E invece, appena due mesi dopo, al Nürburgring, tutto sarebbe cambiato: l’incidente del 1° agosto lo avrebbe portato a un passo dalla morte, lasciandolo tra la vita e l’aldilà per giorni.

Eppure Lauda, contro ogni logica medica e sportiva, resuscitò letteralmente. Tornò in pista a Monza dopo 42 giorni, con le ferite ancora aperte, con il volto bendato, con il dolore come compagno di abitacolo. Un ritorno che non appartiene alla statistica, ma alla leggenda. Lauda era morto, ma è tornato più vivo di prima.

Da quel momento il 1976 smise di essere un Mondiale dominato e divenne un racconto epico: la sopravvivenza, la volontà, il duello con Hunt che si sarebbe chiuso sotto la pioggia del Fuji.

Ma a Montecarlo, cinquant’anni fa, nessuno poteva immaginarlo.

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