Piercarlo Ghinzani è uno dei piloti italiani che hanno attraversato la Formula 1 degli anni Ottanta con una combinazione di talento, determinazione e lucidità tecnica. In quest’intervista ripercorre la sua carriera, le emozioni più forti e il suo presente, oggi sorprendentemente legato alla sostenibilità.
Oggi di cosa si occupa e come sta?
«Oggi, in memoria di mio nonno Carlo Ghinzani, produco abbigliamento tecnico eco‑compatibile, riciclabile ed esente da elementi tossici per l’utilizzatore. La mia salute è buona, grazie.»
Cosa le manca del suo periodo da pilota?
«Di non avere mai avuto in F1 una vettura competitiva per permettermi di vincere come ho vinto in tutte le categorie dove ho partecipato.»
Qual è l’episodio che porta nel cuore anche a distanza di tanti anni?
«Sono più di uno: il titolo europeo di F3, le vittorie sul vecchio Nürburgring, la pole a Montecarlo davanti a Didier Pironi, le gare con le Lancia Beta e LC1, con la Porsche. E poi il quinto posto a Dallas con l’Osella in F1.»
Negli anni ’80 si divertiva maggiormente a guidare le F1 turbo oppure le Lancia del Campionato Marche?
«Con la Lancia si poteva vincere. Con la F1 sapevo di fare solo presenza: non c’era il potenziale tecnico per vincere.»
Le capita ancora di ripensare all’incidente di Kyalami?
«Onestamente no, non mi lasciò segni traumatici. Solo arrabbiatura per il cedimento meccanico che compromise finanziariamente il resto della stagione. Osella non aveva budget per rifare una macchina come quella distrutta nell’incidente.»
Si ricorda della Osella FA1H, utilizzata solo per una gara nel 1986? Che ricordo ha di quella vettura così sfortunata?
«Nel 1986 Osella aveva budget per fare un campionato in F2, non in F1. Fu un presenziare al risparmio.»
È vero che la Toleman TG185 aveva uno dei migliori telai della stagione? Cosa la rendeva così efficace?
«La Toleman‑Benetton era progettata da Rory Byrne, uno dei più grandi aerodinamici della F1. Aveva un’efficienza di aderenza incredibile, specie nelle piste veloci. Byrne fu l’ingegnere che vinse cinque titoli mondiali con la Ferrari.»
La Ligier‑Alfa è stata l’occasione mancata più importante della sua carriera?
«In quel caso tutto prometteva bene. Ma Fiat acquistò l’Alfa Romeo e un motore Alfa in F1 non gli interessava. Dopo le dichiarazioni negative di Arnoux nei test di Imola, Fiat prese l’occasione per chiudere il programma e pagò i danni al team Ligier. Il team montò il BMW Megatron, ma la modifica compromise il telaio. In più, il fornitore di gomme diede le gomme da qualifica solo ad Arnoux: io dovevo qualificarmi con gomme da gara. Fu un altro anno buttato via.»
Chi è stato il miglior pilota con cui ha corso in quegli anni?
«Il più cordiale e collaborativo fu Michele Alboreto.»
Che pensiero ha sulla Formula 1 di oggi? Le piace la direzione che ha intrapreso?
«La F1 è sempre stata un campo evolutivo per le Case automobilistiche. Oggi, nonostante le molte critiche, l’ibrido è da tarare diversamente e l’hanno fatto. Ma è la scelta giusta per sviluppare in futuro le macchine di serie.»
Fonte immagine: wikipedia.org
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