F1 | Hamilton contro la condivisione della telemetria: “Non penso sia corretto”

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Se si pensava che l’uscita di scena di Nico Rosberg sarebbe stata determinante al fine di rinfrancare l’ambiente Mercedes dopo un burrascoso 2016, bisogna prender nota che il tempo della tranquillità non è ancora arrivato. Dopo le polemiche sullo scambio dei meccanici e la promessa di un “libro verità” sulle sue vicissitudini in Mercedes, soprattutto in relazione alla battaglia con Rosberg, Lewis Hamilton lancia un messaggio abbastanza chiaro al suo team intervenendo ad un’intervista online con uno degli sponsor di Brackley, UBS.

Lewis si scaglia infatti contro la nota abitudine di condividere all’interno dei team la telemetria tra compagni di squadra, in modo da alzare lo standard di competitività e migliore le prestazioni globali del team in ottica mondiale costruttori. Ecco, nello specifico, le sue parole:

“Esco, faccio i miei giri, tutto il mio lavoro, e l’altro può vedere tutto. Io non voglio vedere i dati del mio compagno, non credo sia corretto che lui faccia il suo lavoro e che io possa studiare il suo modo di lavorare su un computer.

Ad esempio, quando guidiamo prendiamo i nostri riferimenti: punti di frenata, dossi, segni di gomma lungo il tracciato, tutto questo genere di cose che ti aiuta ad andare più forte nelle curve. L’altro pilota può essere in grado, naturalmente, di fare meglio o peggio. Ma grazie ai dati può copiarti. «Oh, in quel punto lui frena cinque metri più tardi, ora provo a farlo anch’io». Ecco, questo non mi piace, perché permette all’altro di avvicinarsi. Ecco perché amavo i kart: non potevi copiare i dati e questo era ciò che permetteva al tuo talento di brillare.”

Senza far nomi, Lewis apre e chiude una parentesi parlando dei giovani piloti ed indicando la condivisione della telemetria come strumento che aiuta (eccessivamente) ad inserirli all’interno dello sport. “Credo che il discorso debba essere questo: ‘Tu prendi me perché sono il migliore, ho vinto ovunque abbia corso senza perdere un’occasione, e prendi chiunque altro perché a sua volta ha vinto e credi nelle sue abilità. Bene, allora lui deve essere in grado di andare là fuori e trovare il limite da solo, senza di me’. Puoi prendere un qualunque ragazzo dalla Formula 3, metterlo su un simulatore e insegnargli le mie traiettorie, e alla fine sarà in grado di replicarle. Ecco, dovrebbe impararle da solo. La più grande sfida di ogni pilota è trovare da solo il proprio limite.”

Infine, una conclusione in linea con il resto dell’intervista.

“Quando sali su una nuova macchina devi scoprire qual è il suo limite. Se non sei in grado di farlo da solo, non sei abbastanza bravo e quindi non meriti di esser lì. E ci sono diversi piloti che non lo meritano.”

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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