F1 | Grosjean racconta il dramma del Bahrain: “Ho chiamato la morte Benoit”

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Grosjean ripercorre con Martin Brundle i 28 secondi più lunghi della sua vita

Drammatico, lucido, crudo. È il racconto di Romain Grosjean a Sky UK. Con una precisione sconvolgente, il pilota francese ha raccontato a Martin Brundle i 28 secondi trascorsi tra la vita e la morte nell’abitacolo della sua Haas, dopo il tremendo incidente di domenica scorsa nel GP del Bahrain.

Il botto, i primi tentativi di uscire dall’abitacolo, il fuoco e un momento di rassegnazione. Poi la ripresa e la forza per disincastrarsi ed uscire dalla palla di fuoco che stava avvolgendo quello che è rimasto della monoposto, fino alla salvezza.

Un racconto, quello di Grosjean che fa riflettere e che vi proponiamo di seguito. Romain, come da comunicato di questa mattina, non correrà nemmeno ad Abu Dhabi per dedicarsi alle cure per le bruciature alle mani.


Quando tutto si è fermato ed ho aperto gli occhi la prima cosa che ho fatto è stata slacciare le cinture. Volevo togliere il volante ma non c’era già più… una preoccupazione in meno. Poi ho cercato di saltare fuori. Sono stati venti secondi ma per me è stato un minuto e mezzo, lo capirete man mano che vi spiegherò tutto.

Ho provato ad alzarmi, ho toccato qualcosa sopra il casco mentre mi tiravo su e mi sono riabbassato. Ho visto che ero quasi sottosopra e vicino al guardrail e mi sono detto “ok, aspetto che vengano ad aiutarmi”.

Ho guardato a destra e poi a sinistra e ho visto dell’arancione… Mi sono detto “è così strano… è il tramonto? No, non è il tramonto. Sono le luci della pista? No, neanche quelle”. Poi ho visto che la visiera iniziava a sciogliersi, ho capito che c’era del fuoco e mi sono detto “no, non posso aspettare che arrivino ad aiutarmi”.

Ho provato a rialzarmi spostandomi verso destra ma non ha funzionato. Allora ho provato ad alzarmi verso sinistra, e non ha funzionato ancora. Mi sono riseduto, ho detto qualche parolaccia e mi sono detto “non posso finire così”. Ho pensato a Niki Lauda… ed è assurdo, perché è il personaggio che ho adorato di più nella storia della Formula 1. Mi sono ripetuto “non posso finire come Niki, non può essere la mia ultima gara”.

Ho provato ancora e ho capito di essere bloccato. Ed ora arriva la parte meno divertente… anche se divertente non è proprio il termine adatto, forse direi spaventosa. Mi sono riseduto e tutti i miei muscoli si sono rilassati. Mi sono sentito come in pace con me stesso, pensando “sono morto, sto per morire”. Mi sono chiesto quale parte avrebbe iniziato a bruciare prima, se il piede, le mani, cosa mi avrebbe fatto male per prima. È stata una sensazione davvero strana.

A volte siamo vicini alla morte e siamo un po’ spaventati, ma questa volta ce l’avevo proprio di fronte a me. L’ho chiamata Benoit, non chiedetemi perché ma le dovevo dare un nome. Non so se questo mi ha aiutato in qualche modo a riprendermi e ha dato modo al mio cervello di pensare ad un’altra soluzione. Ad un certo punto ho pensato ai miei figli e mi sono detto “no, non posso morire oggi, non posso morire per loro, li devo rivedere”.

Ho provato a ruotare la testa, tirarmi su, ruotare anche il corpo e ho visto che funzionava, ma avevo il piede sinistro bloccato nella pedaliera. Quindi sono ritornato giù, ho tirato più forte che potevo la mia gamba sinistra e il piede è uscito dalla scarpa, che è rimasta incastrata nella pedaliera. Allora ho riprovato ancora, ho visto che la spalla stava per passare e nel momento in cui è arrivata sopra l’Halo ho capito che sarei uscito.

Sapevo di avere le mani in mezzo al fuoco e quando ero già sopra l’Halo ho visto i guanti, che di solito sono rossi, diventare man mano completamente neri. Hanno iniziato a farmi male le mani, a bruciare, ma ho continuato a tirarmi su, ho fatto per scavalcare il guardrail e ho sentito Ian (Roberts) tirare la mia tuta… è stata una sensazione fantastica, mi sono detto “c’è qualcuno qui con me, sono vivo”.

Quando mi hanno toccato sulla schiena pensavo di avere del fuoco ancora addosso, ma poi Ian mi ha detto “Siediti, siediti”, scandendo bene le parole come si fa con qualcuno che ha ricevuto un colpo pesante. Allora gli ho detto “parlami normalmente!” e credo che da quel momento in poi abbia capito che stavo bene.

Jean Todt è venuto al Medical Center e mi ha chiesto il numero di telefono di mia moglie, gliel’ho dato e l’abbiamo chiamata: “Marion, sono Jean sono qui con Romain”. Abbiamo messo in vivavoce ed io “Mosquito (chiamo così mia moglie…), sono qui, sono qui” e lei è esplosa in un misto di risata e pianto, era con i bambini e con mio papà. Sono stati solo cinque secondi ma almeno ha saputo che ero vivo”.


Segue l’intervista originale di Grosjean a SKY UK.

Immagine: Youtube / Sky UK

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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