F1 | Gilles Villeneuve, 44 anni dopo: il purosangue più amato di tutti

Di: Simone Casadei
Pubblicato il 8 Maggio 2026 - 11:30
Tempo di lettura: 4 minuti
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F1 | Gilles Villeneuve, 44 anni dopo: il purosangue più amato di tutti

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Il canadese volante, ancora oggi, è rimasto nel cuore di tutti coloro che l’hanno vissuto e non solo, grazie a gesta epiche delle quali non ci si stanca mai di parlare

Di anniversari, nel mondo della Formula 1, ce ne sono tanti. Non potrebbe essere altrimenti, per uno sport che ha visto la luce nel lontano 1950 e ha assistito al passaggio di campioni immortali fin dal primo Gran Premio in assoluto. Di alcuni si ricordano i trionfi, i giorni più felici. Di altri, invece, che pure hanno lasciato il loro segno indelebile in questa disciplina non si può dimenticare quel giorno. Quello in cui tutto è finito, quello in cui una vita ha raggiunto il suo capolinea. Troppi hanno subìto questo triste destino, anche se il loro ricordo continua ad ardere accesissimo ancora oggi. Uno di loro, guerrieri che sul campo di battaglia hanno lasciato l’anima, è stato forse il più spensierato, sognatore e pazzo, nel miglior senso possibile del termine, di tutti: Gilles Villeneuve.

Fa sorridere il fatto che il suo anno di nascita coincida esattamente con quello dell’esordio assoluto del Campionato del Mondo di F1. Nel suo DNA, probabilmente, le corse erano insite fin dal primissimo momento. Un atleta che oggi definiremmo anomalo, particolare, lontano dagli standard che si vogliono imporre soprattutto dall’avvento dei social media. Non era un modello, non proveniva da una famiglia ricca – la sua casa in giro per i circuiti, d’altronde, non sarebbe stata una roulotte – non aveva il carattere dello spaccone che si crede arrivato quando ancora non ha costruito nulla intorno al suo nome.

Qualcosa, però, Gilles lo aveva già costruito. Il suo carattere indomabile sulle piste, non tanto quelle delle competizioni automobilistiche bensì quelle innevate delle gare in motoslitta, non era passato inosservato tra i grandi del motorsport. Dopo un debutto quasi casuale a Silverstone nel 1977, Enzo Ferrari decise che sarebbe stato lui l’uomo che avrebbe sostituito il leggendario Niki Lauda. Lo mise in macchina per le ultime due corse stagionali, a Mosport e al Fuji. Proprio il Giappone fu il teatro del primo dei numerosi incidenti che videro protagonista Villeneuve negli anni della sua breve ma intensissima carriera. Anche davanti alle critiche, soprattutto nel corso del 1978, Ferrari non si mosse di un millimetro e continuò a dare fiducia a quel piccolo canadese che cominciava, in parte, a ricordargli il grande mito di Tazio Nuvolari.

Non è un caso che la prima vittoria di Gilles arrivò proprio in Canada, sulla pista che oggi è a lui dedicata. A quella ne seguirono altri cinque, non moltissime se consideriamo l’epopea attuale nella quale i numeri contano più di ogni cosa e la sostanza, la qualità che si cela dietro a quella fredde statistiche vengono invece messe da parte “perché conta soltanto il risultato finale”. Per Villeneuve, il risultato era la cosa meno importante di tutte. La foga e la grinta che metteva in macchina erano le stesse sia che stesse lottando per un podio sia che stesse navigando nelle acque tormentate degli ultimi posti della classifica. Il coltello tra i denti non mancava mai, specialmente nei duelli ruota a ruota, laddove il suo genio si è sempre esaltato.

Diventa inutile e superfluo provare anche solo a descrivere i numeri pirotecnici che Gilles e il suo grande amico, René Arnoux, regalarono agli appassionati in quella caldissima Digione del 1979. Una delle pochissime gare nella storia della F1 nella quale il vincitore, Jean-Pierre Jabouille, non risultò come l’uomo del giorno. Lui che aveva avuto il merito e l’onore di portare per la prima volta una Renault alla vittoria in un GP, per altro calzante motore turbo, venne offuscato completamente dal duello epico e a tratti barbaro in cui Villeneuve e il suo collega si prodigarono negli ultimi, indimenticabili passaggi della corsa.

Quel leggendario Gran Premio di Francia, insieme al giro su tre ruote di Zandvoort sempre nel ’79, al diluvio in Canada di due anni dopo affrontato in parte con l’alettone anteriore a coprirgli la visuale, ai controsterzi e alle partenze fulminanti rimangono alcune delle istantanee che spiegano realmente chi sia stato Gilles Villeneuve. Non un pilota come gli altri, non un pilota proprio, ma un funambolo, un artista del volante, un pittore che non aveva bisogno di far comprendere le proprie opere al suo pubblico. Il quale, nonostante tutto, gli ha sempre voluto un bene infinito, così come bene gli voleva anche il Drake. Uno dei pochissimi dei quali Ferrari si sia realmente innamorato nel suo pur breve periodo di residenza alla corte di Maranello.

Oggi, Gilles non è tra i più conosciuti fra coloro che, inseguendo la loro passione più grande, hanno lasciato la vita al volante di una monoposto. In tanti non conoscono la sua storia, le sue imprese e, soprattutto, la sua caratura umana. Da un lato, forse è meglio così. Perché i piloti come Villeneuve sono per pochi, non possono essere stimati e apprezzati da tutti. E dunque, meglio tenerselo stretto, anche per chi l’ha conosciuto tanti anni dopo quel tragico 8 maggio 1982. Un sabato come gli altri, nel quale però, come forse mai era accaduto, Gilles voleva dimostrare qualcosa a qualcuno. Quel giro non lo concluderà mai, ma la sua corsa più importante, quella nel cuore di tutti gli appassionati che si sono ammalati della sua febbre, l’aveva già vinta tempo prima.

Salut Gilles, oggi come 44 anni fa.

Immagine: MediaWiki

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