Le dichiarazioni di Stefano Domenicali – e non solo – non lasciano molto spazio a dubbi
Il mattino del giorno finale di prove F1 in Bahrain si è aperto con le dichiarazioni di Stefano Domenicali, CEO della F1, riportate da alcuni media selezionati. Dichiarazioni che mettono un punto fermo a difesa della Formula 1 e che si scagliano, più o meno direttamente, contro le critiche ricevute in queste settimane riguardo le nuove regole 2026, che stanno aprendo il fronte ad un nuovo modo di guidare sostanzialmente contrario a quello che dovrebbe essere lo spirito di un pilota della massima categoria. E, questo, è un dato di fatto.
Nella sua arringa difensiva, Domenicali sostiene che “c’è un eccesso di pessimismo” ancor prima dell’apertura di stagione e che “L’evoluzione della tecnologia” richiede un adeguamento alla guida. Inoltre, è passato il messaggio che Verstappen – il più critico come al solito – è stato oggetto di un incontro “molto costruttivo”.
Il resto delle dichiarazioni ci raccontano, come al solito, come la Formula 1 sia in salute, quanti biglietti vengono venduti nei circuiti, quanti fan (veri o meno, intesi come appassionati) seguono il Circus. Numeri, numeri e soltanto numeri che valgono fino ad un certo punto per chi è interessato alla F1 come sport e non in quanto evento. Sul tavolo, infine, il ritorno ad una sola sessione di test prestagionali e ad un evento unico di presentazione (delle livree, come nel 2025).
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Da anni il regolamento 2026 è accompagnato da dubbi sulla sua stesura, specialmente per quanto riguarda la distribuzione della potenza imposta al 50/50 tra motore termico ed elettrico, il vero grande problema di questa architettura.
La nascita di questo regolamento non è, come dice Domenicali, una conseguenza dell’evoluzione tecnologica, ma il risultato di una scelta puramente commerciale da parte di Liberty Media per permettere ad Audi (e poi Cadillac) di poter fare ingresso nel Circus. Se vogliamo dirla ancora più chiaramente, l’architettura di queste Power Unit, semplificata almeno nel numero di componenti, è stata il requisito principale affinché il colosso tedesco accettasse di entrare.
Non è neanche vero – anzi, è falsissimo – che l’evoluzione della tecnologia richiede un nuovo modo di guidare. La Formula 1 è oggi l’unica categoria monoposto che si avvale di un ibrido costruito in questo modo. Fino alla Formula 2 e in tutte le altre serie – ad eccezione della Formula E, volutamente elettrica ma che fatica a superare i 100.000 spettatori medi a gara in chiaro – non esiste componente elettrica. In IndyCar è stato introdotto l’ibrido a metà 2024, ma si tratta di un sistema simile al Kers del 2009. Di certo, non costringe a cambiare modo di guidare.
A proposito di questo, non c’è bisogno di attendere la prima gara o le prime cinque per dire, con certezza, che questo regolamento è contrario allo spirito della Formula 1 intesa come categoria regina del Motorsport. Per provarlo, basta chiedere ai piloti di spingere davvero per un paio di giri invece di fare i tassisti, di evitare totalmente il lift and coast e di non scalare una marcia in più dove non serve. La verità, emersa in tutta la sua strabordante certezza da queste prove del Bahrain, è che i piloti quest’anno potranno allenarsi molto meno perché guideranno al risparmio. Non potranno più sfidarsi a chi frena un metro più avanti, non potranno più studiare come entrare più forte in curva, non potranno nemmeno andare a tutta nelle stesse perché, da qualche parte, ci sarà bisogno di ricaricare.
Tutto questo si aggiunge ad una dinamica oggettivamente antipatica e in forza da anni, per la quale qualsiasi novità introdotta viene giustificata dal fatto di essere “chiesta e voluta dai tifosi”. Una narrazione insostenibile nel momento in cui si decide di alternare in calendario piste storiche come Barcellona e Spa-Francorchamps per inserire eventi discutibili, o di aumentare sempre di più il numero delle Sprint. Un format che piace solo e soltanto a Liberty Media nella misura in cui può ricavare diritti TV superiori rispetto al format standard. Aprendo e chiudendo una parentesi, l’operazione Adelaide in MotoGP è un altro tassello che spiega fortemente il modo di intendere i motori da parte di chi comanda.
Non è neanche vero che “i tifosi vogliono che si lotti per qualcosa in tutte le sessioni”, come si dice da anni. Gli appassionati vogliono semplicemente vedere le monoposto in pista. E sarebbe anche il caso di non continuare a mettere in bocca, a chi ha contribuito a rendere la F1 quello che è oggi in decenni, volontà inesistenti.
Le parole della Formula 1, per mano del suo CEO, suonano quasi come un monito per chiunque si permetta di criticare il Circus. Si vocifera, tra l’altro, che sia stata messa nero su bianco la facoltà di ritirare dei pass in caso di coperture “fuorvianti”, con il significato di fuorvianti non meglio precisato, anche se facilmente comprensibile. Nel frattempo, i requisiti per chi vuole andare nel Paddock sono sempre più stringenti e i pass stampa sono numericamente in calo, in favore di quelli per VIP e influencer del caso, utili soltanto a condividere il bello e nascondere la polvere sotto il tappeto; con competenze sotto la sufficienza ma followers a quattro zeri.
È evidente come il diritto di critica sia ormai a rischio, così come è evidente che la difesa da parte della Formula 1 dalle critiche ricevute ultimamente nasconda una preoccupazione seria e che non deriva, certamente, da quanto successo solo nell’ultima settimana e mezza. Anche se alcune scene, come le difficoltà in fase di partenza e la necessità di frenare oltremisura per ricaricare “le pile”, non fanno sicuramente bene a livello di immagine.
Ci eravamo ripromessi, dopo la pubblicazione del nostro articolo sull’operato di Liberty Media di questi anni, di non tornare sull’argomento. Negli anni siamo stati attaccati fortemente – anche con shitstorm pubbliche – da parte di persone vicine all’entourage della F1 per esserci permessi di criticare determinate scelte. Ma non si può, da testata indipendente quale siamo, soprassedere quando vengono raccontate dinamiche non aderenti alla realtà. Evidentemente continueremo a raccontare la F1 come abbiamo sempre fatto, cercando di focalizzarci il più possibile sugli aspetti sportivi; ma non siamo disposti a non sottolineare le storture e le derive di questa gestione per questo o quel favore o per poter accedere a determinati ambienti.
Lo sport F1 è in pericolo da anni e continueremo a sostenerlo, anche se resteremo gli unici a farlo.
Immagine di copertina: Media Audi
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