Il titolo mondiale conquistato dal pilota bolognese della Mercedes si inserisce nella gloriosa tradizione dei piloti italiani che hanno segnato la storia dei Gran Premi fin dagli albori
Con lo storico titolo mondiale conquistato da Kimi Antonelli in occasione del recente Gran Premio di Città del Messico, il lungo periodo di assenza dell’Italia dall’albo d’oro della massima categoria automobilistica ha finalmente visto la propria conclusione: dopo aver già posto fine a due decenni di digiuno dall’ultima vittoria italiana in un Gran Premio, il 20enne della Mercedes ha così interrotto anche l’epocale astinenza relativa ai titoli assoluti, succedendo ad Alberto Ascari, iridato nel 1952 e nel 1953. A dispetto della lunghissima attesa intercorsa tra i due trionfi, tuttavia, è bene sottolineare come la tradizione dei piloti italiani nei Gran Premi possa vantare un passato estremamente glorioso, soprattutto nell’era precedente alla nascita del Campionato del mondo di Formula 1, rendendo Antonelli l’ultimo erede di una vera e propria dinastia di campioni.
Il primo grande asso tricolore a imporsi come dominatore in una stagione delle massime corse automobilistiche, ai tempi più pioneristici della disciplina, fu il piemontese Felice Nazzaro: storico membro della squadra ufficiale della Fiat nelle prime tre decadi del Novecento, Nazzaro visse la sua annata di grazia nel 1907, quando tra aprile e luglio si impose alla Targa Florio, nel Kaiserpreis (antesignano dell’odierno Gran Premio di Germania) e soprattutto nella seconda edizione del Gran Premio di Francia, ai tempi l’appuntamento più prestigioso del panorama agonistico. Anche se all’epoca non esisteva un campionato che riunisse le principali prove automobilistiche internazionali, i trionfi di Nazzaro, maturati in occasione delle corse più importanti e nobilitati dalla presenza dei rivali più accreditati del tempo, fecero sì che il pilota della Fiat venisse universalmente riconosciuto come miglior pilota dell’anno, una sorta di titolo onorifico ma estremamente significativo. Protagonista di una carriera eccezionalmente longeva che si estese fino al primo dopoguerra, Nazzaro fu peraltro in grado di replicare l’impresa, seppur in modo meno dominante, anche nel 1922, quando con una nuova vittoria nel Gran Premio di Francia e un secondo posto nel Gran Premio d’Italia risultò il migliore, a ben 41 anni, in una ideale classifica (anche qui puramente simbolica) basata sulle principali gare della stagione.
Sulla scia dei risultati ottenuti da Nazzaro, gli anni Venti e i primi anni Trenta furono nel complesso i più fecondi per il movimento italiano, con numerosi piloti in grado di risultare, ufficialmente o ufficiosamente, i più efficaci nel corso di una singola stagione. Nel 1924, sempre a titolo ideale, la palma di miglior pilota andò al lombardo Giuseppe Campari, popolarissimo pilota dell’Alfa Romeo, che si impose nel Gran Premio d’Europa, conquistando inoltre un podio al Gran Premio d’Italia; nei due anni successivi (quando le autorità sportive crearono il primo Campionato del Mondo, riservato però ai costruttori) fu invece il turno del veneto Bartolomeo “Meo” Costantini, alfiere di lungo corso della Bugatti, che vinse i Gran Premi di Spagna e di Milano nel 1926 e la Targa Florio in entrambe le stagioni, accumulando inoltre numerosi piazzamenti di prestigio.
Alla fine del decennio si aprì poi l’era segnata dall’epica rivalità tra Achille Varzi e Tazio Nuvolari, con il primo che, dividendosi tra Alfa Romeo e Maserati, risultò miglior pilota della stagione nel 1929 (con vittorie nei Gran Premi di Alessandria, Roma e Monza e nella Coppa Ciano) e nel 1930 (imponendosi nei Gran Premi di Alessandria, Monza e San Sebastian, nella Targa Florio e nella Coppa Acerbo). Il “mantovano volante”, invece, dominò nettamente al volante dell’Alfa Romeo l’annata agonistica del 1932, imponendosi alla Targa Florio, alla Coppa Ciano, alla Coppa Acerbo e nei Gran Premi di Monaco, Italia e Francia, per poi ripetersi nel 1933, nonostante il passaggio a metà stagione dall’Alfa Romeo alla Maserati, con successi nella Eifelrennen del Nurburgring e nei Gran Premi di Tunisi, Belgio e Nizza. Nel 1932, inoltre, il predominio di Nuvolari venne finalmente sancito anche con un riconoscimento ufficiale, ovvero la vittoria nel nuovo Campionato Europeo piloti, che prendeva in esame i risultati dei Gran Premi di Italia, Francia e Germania: con due vittorie e un secondo posto, il pilota lombardo conquistò dunque agevolmente il titolo, succedendo peraltro nell’albo d’oro a un altro italiano, il milanese Ferdinando Minoia, che sempre con l’Alfa Romeo aveva vinto la prima edizione del campionato continentale nel 1931, pur senza imporsi in nessun Gran Premio.
Dopo una prima crisi di risultati nella seconda metà degli anni Trenta, motivata dalla prorompente ascesa dei costruttori tedeschi sovvenzionati dal governo nazista di Adolf Hitler, e l’inevitabile interruzione delle competizioni causata dal nuovo conflitto mondiale, il secondo dopoguerra rappresentò infine l’ultimo grande periodo di gloria nei Gran Premi per i piloti italiani. A distinguersi particolarmente, soprattutto dopo la nascita del Campionato mondiale di Formula 1 nel 1950, furono Giuseppe “Nino” Farina e Alberto Ascari: il primo, come noto, si laureò campione del mondo al volante dell’Alfa Romeo proprio nell’edizione inaugurale della nuova competizione (che per la prima volta organizzava la stagione agonistica internazionale in una struttura comparabile a quella odierna), mentre Ascari, a lungo pilota di punta della Ferrari, dominò letteralmente nel biennio tra 1952 e 1953, stabilendo anche un impressionante primato in termini di vittorie consecutive rimasto imbattuto per 60 anni.
Paradossalmente, però, proprio il momento di massimo dominio italiano nella storia dei Gran Premi fece da preludio all’inizio del lungo digiuno iridato (il grande Mario Andretti, italiano di nascita, era americano per licenza e soprattutto crescita agonistica): a dispetto della presenza di piloti di grandissimo valore come, tra gli altri, Lorenzo Bandini, Elio De Angelis, Michele Alboreto, Riccardo Patrese, Giancarlo Fisichella e Jarno Trulli, l’Italia ha dovuto aspettare ben 73 anni prima di vedere nuovamente un proprio pilota al vertice della graduatoria nella categoria regina dell’automobilismo. Il trionfo di Kimi Antonelli, dunque, non ha solo posto fine a un’astinenza ormai decennale, ma ha soprattutto reso giustizia a una tradizione gloriosa, che rintraccia le proprie origini agli albori più primordiali delle corse automobilistiche: una tradizione, fatta di grandi campioni che hanno lasciato il segno nella storia dei Gran Premi, che oggi ha finalmente trovato un degno erede.
Media: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Tazio_Nuvolari_at_the_1932_Monaco_Monaco_Prix.jpg, Agence de presse Meurisse, Public domain, via Wikimedia Commons
Ricevi le notifiche TELEGRAM WHATSAPPSEGUICI su GOOGLE
Stai visualizzando da visitatore. Accedi o registrati per navigare su P300.it con alcuni vantaggi
È vietata la riproduzione, anche se parziale, dei contenuti pubblicati su P300.it senza autorizzazione scritta da richiedere a info@p300.it.
Supporta P300.it
Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi sostenere il nostro lavoro, puoi aiutarci con un piccolo contributo.P300.it è una realtà totalmente indipendente, il tuo supporto è per noi importante.








