La nuova monoposto del team britannico era la più attesa e, almeno alla vista, non ha tradito le aspettative. Ora però…
Chi l’ha vista dal vivo girare a Barcellona dice che è bellissima. Forse sarà il nero… pardon, il nudo carbonio, a donarle ancora più aggressività: ma l’Aston Martin AMR26, agli occhi, è una di quelle monoposto il cui primo commento generale recita più o meno così: “O vince tutto o sarà un flop”.
Questa monoposto è attesa dal 10 settembre 2024: giorno in cui Adrian Newey, uscito da Red Bull, è stato annunciato come nuovo direttore tecnico (oltre che azionista) di Aston Martin. Il pensiero di tutti è stato subito rivolto al 2026, ai nuovi regolamenti, a questa specifica monoposto; la prima figlia del suo lavoro al 100%.

È arrivata tardi, saltando i primi tre giorni e destando subito qualche preoccupazione. Ma il risultato, esteticamente, è sorprendente. La AMR26 è la monoposto più estrema vista fino ad ora, in attesa della Williams. A far strizzare gli occhi sono le fiancate, così scavate nella parte inferiore da lasciar vedere la fine del fondo e le ruote posteriori, tutto a vantaggio di un minor drag e di un flusso diretto nella parte posteriore.

Al loro interno ci sono praticamente solo i radiatori, inclinati in diagonale nella vista laterale. Le bocche ricordano, anche se di sezione diversa, quanto visto sulle Red Bull tra RB18 e RB19, con una sorta di vassoio orizzontale. D’altronde, la paternità è sempre la stessa. Molto generoso, nonostante le temperature fresche di Barcellona, è invece lo sfogo d’aria sul cofano motore; che, probabilmente, non serve “solo” a dissipare calore.

Un altro dettaglio che ha colpito è il braccio superiore posteriore della sospensione posteriore ancorato alla parte inferiore del supporto dell’ala. Un’altra soluzione che indica come Newey abbia cercato di portare al limite qualsiasi componente e di intasare il meno possibile la parte bassa della monoposto, partendo sin dalla zona anteriore.
Anche il muso appare molto particolare, bombato nella zona finale oltre che ancorato con i due piloncini all’elemento centrale dell’ala. Un’ala che appare molto “da test”, meno complicata rispetto a quanto visto su altre monoposto almeno per i primi chilometri della AMR26. E, nota finale, non si vedono attuatori per l’aero attiva. Voci dicono che Aston sia pronta con una soluzione elettrica invece che idraulica. Lo scopriremo prossimamente.


L’area più tradizionale appare quella superiore. L’airscoop sopra la testa è di sezione triangolare, molto standard rispetto ad altre vetture anche se di dimensioni generose. In coppia con le appendici “a corna” poste lateralmente, ricorda quanto visto sulla MP4/20 del 2005. Due appendici verticali sono poste anche ai lati dell’Halo, utili a direzionare i flussi verso il posteriore.
Guardandola in generale, l’idea è che solo Adrian Newey poteva inventare una vettura di questo tipo, così spinta rispetto alle altre. Questo, però, vuol dire tutto e niente. Chi ha un po’ di memoria ricorda che questo approccio può comportare anche dei rischi e lo sa bene proprio il Mago; costretto a pensionare, nel 2003, la MP4/18 ancor prima che potesse correre, trovandosi costretto ad utilizzare una versione addirittura D della MP4/17, con la quale McLaren arrivò quasi a vincere il titolo con Kimi Raikkonen.
“All or Nothing”, dunque. Aston Martin, negli ultimi anni, ha investito il possibile e l’impossibile per farsi trovare pronta a questa sfida. Lawrence Stroll si gioca tutto con questo ciclo regolamentare: ha costruito un quartiere a Silverstone, si è portato a casa Newey e Honda, che hanno vinto titoli insieme di recente con Red Bull.
Se, da qui a breve, non dovessero ancora arrivare risultati, la sua campagna sarebbe bollata come un fallimento incredibile per le risorse messe a disposizione. Il tempo ci dirà da qualche parte penderà la bilancia. “All” per la gloria, “Nothing” per la fine del sogno.
Immagine di copertina: Media Aston Martin
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